Rialto    IdT

10.11

 

   

Aimeric de Pegulhan

 

 

 

 

 

 

I.

   

Ara parra qual seran enveyos

   

d’aver lo pretz del mon e·l pretz de Dieu,

   

que bel poiran guazanhar ambedos

   

selh que seran adreitamen romieu

5  

al sepulcre cobrar. Las! Cal dolor

   

que Turc aian forsat Nostre Senhor!

   

Pensem el cor la dezonor mortal

   

e de la crotz prendam lo sanh senhal

   

e passem lai, que·l ferms e·l conoissens

10  

nos guizara, lo bos pap’Innocens.

   

 

 

 

II.

   

Doncs, pus quascus n’es preguatz e somos,

   

tragua s’enan e senh s’e nom de Dieu,

   

qu’en la crotz fo mes entre dos lairos

   

quan ses colpa l’auciron li Juzieu;

15  

quar si prezam Leialtat ni Valor,

   

son dezeret tenrem a dezonor.

   

Mas nos amam e volem so qu’es mal

   

e soanam so qu’es bon e que val;

   

que·l viures sai, qu’es morirs, non es gens,

20  

e·l morirs lai, viures ades, plazens.

   

 

 

 

III.

   

Non deuria esser hom temeros

   

de suffrir mort el servizi de Dieu,

   

qu’elh la suffri el servezi de nos

   

don seran salf essems ab Sant Andrieu

25  

selhs que·l segran lai vas Monti-Tabor;

   

per que negus non deu aver paor

   

el viatge d’aquesta mort carnal;

   

plus deu temer la mort esperital

   

on seran plors ez estridors de dens,

30  

que sans Matieus o mostr’e n’es guirens.

   

 

 

 

IV.

   

Avengutz es lo temps e la sazos

   

on deu esser proat qual temon Dieu,

   

qu’elh non somo mas los valens e·ls pros,

   

car silh seran tostemps francamens sieu

35  

qui seran lai fi e bo sofredor

   

ni afortit ni bon combatedor,

   

e franc e larc e cortes e leyal

   

e remanran li menut e·l venal,

   

que dels bos vol Dieus qu’ab bos fagz valens

40  

se salvon lai, et es belhs salvamens.

   

 

 

 

V.

   

E si anc Guillem Malespina fon bos

   

en est segle, ben o mostra en Dieu,

   

qu’ab los prumiers s’es crozatz voluntos

   

per socorre·l Sant Sepulcr’e son fieu;

45  

don an li rey colp’e·l emperador,

   

quar no fan patz ez acort entre lor

   

per desliurar lo regisme reyal

   

e·l lum e·l vas e la crotz atretal,

   

qu’an retengut li Turc tan longuamens

50  

que sol l’auzirs es us grieus pessamens.

   

 

 

 

VI.

   

Marques de Monferrat, vostr’ansessor

   

agron lo pretz de Suri’e l’onor;

   

e vos, senher, vulhatz l’aver aital!

   

El nom de Dieu vos metetz lo senhal

55  

e passatz lai, que pretz ez honramens

   

vos er el mon, et en Dieu salvamens.

   

 

 

 

VII.

   

Tot so qu’om fai el segl’es dreitz niens

   

si a la fi non l’aonda sos sens.

 

 

Traduzione [GCR]

I. Ora si rivelerà chi desidera conquistare il premio del mondo e quello di Dio: potranno davvero ottenere l’uno e l’altro coloro che si faranno a buon diritto pellegrini per riconquistare il sepolcro. Ahimè, quanto è doloroso che i Turchi abbiano recato violenza a Nostro Signore! Consideriamo nei cuori questo disonore mortale e prendiamo il santo segno della croce e passiamo oltremare, dove ci guiderà il costante, il sapiente, il buon papa Innocenzo.
II. Poiché ciascuno ne è dunque pregato ed esortato, che si faccia avanti e che si segni in nome di Dio, che in croce fu messo tra due ladroni quando senza colpa l’uccisero i Giudei! Se diamo peso alla Lealtà e al Valore, riterremo un disonore l’essere privati della sua eredità. Ma noi amiamo e vogliamo ciò che è male e disprezziamo ciò che è giusto e che ha del valore: perché il vivere qui, che è un morire, non è nobile, mentre il morire laggiù, che è vivere eternamente, è gioia.
III. Non si dovrebbe temere di subire la morte al servizio di Dio poiché Egli l’ha subita al servizio di noi stessi; così saranno salvi insieme a Sant’Andrea quelli che lo seguiranno là verso il Monte Tabor; perciò nessuno deve avere paura durante il viaggio di questa morte carnale; bisogna temere maggiormente la morte spirituale, dove ci saranno pianti e stridore di denti, come San Matteo lo mostra e ne è garante.
IV. Sono arrivati il tempo e la stagione dove devono essere messi alla prova quelli che temono Dio, perché egli non esorta che i valenti e i prodi: gli apparteranno per sempre senza riserve coloro che saranno laggiù guerrieri resistenti e fedeli e combattenti forti e prestanti: sinceri, generosi, cortesi e leali; e rimarranno qui i meschini e i vili perché, per i valenti, Dio vuole che si salvino laggiù con le loro valenti imprese e si tratta davvero di una nobile salvezza!
V. E se mai Guglielmo Malaspina ebbe qualche merito in questo mondo, davvero egli lo mostra di fronte a Dio, poiché si è crociato con i primi, in fretta, per soccorrere il santo sepolcro, suo feudo; ed è colpa dei re e degli imperatori, che non fanno pace e accordo tra di loro per liberare il reame regale, la luce, il sepolcro, e anche la croce, che i Turchi hanno posseduto per così tanto tempo che, il solo fatto di ascoltarlo, è una grave sofferenza.
VI. Marchese di Monferrato, i vostri antenati ebbero il premio e l’onore della Siria e voi, signore, vogliate ottenerne altrettanto: in nome di Dio vestite il segno e passate oltremare: ne trarrete merito e onore in questo mondo e, in Dio, la salvezza.
VII. Tutto quello che l’uomo fa in questo mondo non è nulla, se, alla fine, non lo soccorre l’intelligenza.

 

 

 

Testo: Caïti-Russo 2005, con modifiche. – Rialto 28.x.2015.


Mss.: C 95r, D 65v, E 75r, R 50r.

Edizioni critiche: Carl Appel, Provenzalische Chrestomathie, Leipzig 1895, p. 110; Henry J. Chaytor, The troubadours of Dante, Oxford 1902, p. 69 (testo Appel); William P. Shepard and Frank M. Chambers, The poems of Aimeric de Peguilhan, Evanston, Illinois 1950, p. 85; Gilda Caïti-Russo, Les troubadours à la cour des Malaspina, Montpellier 2005, p. 100.

Altre edizioni: François-Juste-Marie Raynouard, Choix des poésies originales des troubadours, 6 voll., Paris 1816-1821, vol. IV, p. 102; Carl August Friedrich Mahn, Die Werke der Troubadours in provenzalischer Sprache, 4 voll., Berlin 1846-1886, vol. II, p. 169; Vincenzo De Bartholomaeis, Poesie provenzali storiche relative all’Italia, 2 voll., Roma 1931, vol. I, p. 189 (testo Appel); Saverio Guida, Canzoni di crociata, Parma 1992, p. 218 (testo Shepard - Chambers); Linda Paterson, Rialto 12.ii.2014 (testo Caïti-Russo, con modifiche).

Metrica: a10 b10 a10 b 10c c10 d 10d e10 e10 (Frank 390:1). Cinque coblas unissonans e due tornadas, la prima di sei e la seconda di due versi. Rime: -os, -ieu, -or, -al, -ens; mot-refranh: Dieu (vv. 2, 12, 22, 32, 42).

Ed. 2005: 35 ferm bon combatedor; 36 verso omesso.

Note: Canzone di crociata composta in Italia nel 1213: si vedano le Circostanze storiche.

2. Aimeric de Pegulhan sembra contemperare i due concetti del merito mondano e di quello divino. Si tratta di una rielaborazione del passo tratto dal vangelo di Giovanni sulle due glorie: «Dilexerunt enim gloriam hominum magis quam gloriam Dei», Giovanni, XII, 43, su cui cfr. Gianfelice Peron, «Temi e motivi politico-religiosi della poesia trobadorica in Italia nella prima metà del Duecento», in Storia e cultura a Padova nell’età di Sant’Antonio. Convegno internazionale di studi (Padova-Monselice,1-4 ottobre), Padova 1983, pp. 255-299, a p. 263.

3. romieu. Uno dei termini con cui venivano designati i crociati nei testi trobadorici, assimilati in tutto e per tutto ai pellegrini. Sulla concezione della crociata come pellegrinaggio si veda Guida, Canzoni di crociata, pp. 8-11.

9-10. Papa Innocenzo III, pontefice dal 1198 al 1216, promos se a più riprese la Crociata in Terrasanta. Nell’aprile del 1213 diffuse l’importante bolla Quia maior nunc per incitare tutti i Cristiani alla Crociata. Il richiamo ai membri della gerarchia ecclesiastica è cosa abbastanza rara nelle canzoni di crociata dei trovatori. Laddove si riscontra, poi, si presenta come un’allusione assai generica e peraltro non sempre positiva. In quest’ottica, la citazione così specifica del nome del pontefice da parte di Aimeric de Pegulhan è da considerare un unicum.

15-16. Il concetto che la Terrasanta fosse hereditas Christi è presente in molte canzoni di crociata e trova riscontro nella predicazione papale che recupera l’immagine dai Salmi, cfr. Patrologiae Cursus Completus. Series Latina (PL), a cura di Jacques Paul Migne, 221 voll., Paris 1844-1864, vol. CCXVI, col. 433 e coll. 817-823.

19-20. Unico luogo problematico per la ricostruzione testuale. Le lezioni dei tre manoscritti divergono largamente (il ms. E risulta lacunoso dal v. 9 al v. 32 a causa dell’ablazione di una miniatura). Trascriviamo i due versi così come sono trasmessi nei mss: «Quel uiures sai que morirs non es gens / El morirs lai uiures sai desplazens» C; «Quel uiures chai qes morirs ueramenz non es gens / El morirs lai uera uida uiuenz» D; «Quel uieure sai es a totz defalhens/ Del murir lai serem totz temps iauzens» R. Appel rinuncia a ricostruire i due versi, limitandosi a riportare in apparato le lezioni di ogni testimone. De Bartholomaeis, che segue il testo Appel, combina le lezioni di C e di D mettendo a testo i versi così composti: «Quel viures sai es morirs veramenz / El morirs lai vera vida vivenz!». Shepard - Chambers leggono «que·l viures sai, qu’es morirs, non es gens, / e·l morirs lai, viures sades, plazens», argomentando in nota che «with two slight corrections, C’s text gives a satisfactory sense. The adjective sade (or sabe) is rare in Provençal. Raynouard (LR, V, 128) and Levy (SW, VII, 394) each cite two examples, none from a troubadour. The word must however have been known to Aimeric. It was evidently not recognized by the scribe of C» (Shepard - Chambers, The poems, p. 88). Guida ritorna sulla questione e, pur seguendo l’edizione di Shepard - Chambers, pubblica il seguente testo: «que·l viures sai, qu’es morirs, non es gens, / e·l morirs lai, viures salv, es plazens»; commenta così in nota l’operato dei suoi predecessori: «seppur formalmente ineccepibile, l’intervento correttivo prodotto non restituisce armonia e trasparenza al verso che si presenta anzi con ellissi del verbo e superflua replica attributiva» e traduce: «La verità è che il vivere qui, che equivale a morire, non è bello, mentre il morire laggiù, cioè il rivivere nella salvezza eterna, è gradevole» (Guida, Canzoni di crociata, p. 357). Caïti-Russo opta per un’altra soluzione e mette a testo: «que·l viures sai, qu’es morirs, non es gens, / e·l morirs lai, viures ades, plazens». Dopo aver riassunto gli interventi precedenti, sostiene che «l’adjective sades, tout en étant attesté serait un hapax dans l’œuvre des troubadours. Or, l’usus scribendi d’Aimeric n’est guère d’introduire des mots nouveaux dans une langue extrêmement codifiée dont il essai d’exploiter de l’intérieur tout le potentiel formel. Le vers 20 peut en revanche avoir été victime d’un saut du même au même pour le mot viures, qui apparaît également au vers 19 suivi par sai: le viures du v. 20 est ainsi abusivement suivi de sai qui contient toutefois le premier graphème du mot qui suit effectivement viures, vraisemblablement ades: il en suit la mécoupure qui associe -des à plazens en provoquant le contresens. Il est fort probable que ce problème de sens se situe à un niveau assez proche de l’original, car c’est le seul lieu où D présente une leçon complètement différent de C, avec au v. 19 la leçon de C rajoutée tout de suite après le vers, en guise de variante. R a dû escamoter la difficulté en proposant une leçon toute autre» (Caïti-Russo, Les troubadours, pp. 100-101). La soluzione di Caïti-Russo appare senza dubbio la più convincente.

21-22. Il riferimento al servizio da offrire a Dio è un topos delle canzoni di crociata, si veda ad esempio Gaucelm Faidit, Chascus hom deu conoisser et entendre (BdT 167.14), v. 22, «car Dieu nos ditz que l’anem lai servir», oppure Peire Vidal, Baron, Jhesus, qu’en crotz fon mes (BdT 364.8), v. 13, «outra la mar per Dieu servir».

24. sant Andrieu. Il riferimento a Sant’Andrea in questo punto del testo è anch’esso denso di significati. Se da un lato appare come il ‘primo chiamato’ tra gli apostoli di Gesù, dall’altro il Santo trovò la morte per crocifissione mentre si adoperava per l’evangelizzazione dell’Asia Minore, quindi al servizio di Dio.

25. Il Monte Tabor, nel Nord della Palestina, non lontano da Nazareth, era considerato il luogo della Trasfigurazione. Non appare in altre canzoni di crociata o in altri testi trobadorici ma è citato nella Quia maior nunc.

27-28. Il trovatore distingue la morte fisica di cui non ci si deve preoccupare in quanto inizio della vera vita, dalla morte spirituale, la «secunda mors» dell’Apocalisse: cfr. Peron, «Temi e motivi», p. 264.

 29. Viene qui riportato un passo preciso dal Vangelo di Matteo (ossia VIII, 12), in cui si fa riferimento all’inferno. San Matteo è una delle auctoritates bibliche presenti a più riprese nella Quia maior nunc di Innocenzo III, cfr. PL 216, col. 817 e col. 818.

30. Mentre passi tratti dal Vangelo di Matteo sono presenti in altre canzoni di crociata, il nome del santo è citato insieme agli altri evangelisti Marco e Luca solo da Lanfranc Cigala nella canzone mariana Oi, Maire, filla de Dieu (BdT 282.17).

35-36. La lezione dei due versi così com’è pubblicata è trasmessa solo dal ms. R. Gli altri testimoni riportano al v. 35 la lezione «qui seran (segran E) lai ferm e bon combatedor» mentre il v. 36 è omesso. In occasione della pubblicazione del componimento per il Rialto, Gilda Caïti-Russo è tornata sul suo testo accettando la lezione di R. Come scrive Linda Paterson sul Rialto, «The gap in CE may be explained as the result of eyeskip from bon (present in v. 35 and v. 36 of ms. R) skipping to the rhyme-word combatedor in v. 35, whereas in R it appears in v. 36 (ni afortit ni bon combatedor); the second hemistich of v. 35, if eyeskip is avoided, is therefore fi e bo sofridor».

41. Guglielmo Malaspina fu il più amato dai trovatori della sua famiglia. Ospitò Aimeric de Pegulhan presumibilmente dal 1213 fino alla morte, nel 1220. Dopo la scomparsa di Guglielmo e la rinascita degli Este, il circolo cortese presso i Malaspina sparì rapidamente (cfr. Caïti-Russo, Les troubadours, pp. 85-87).

44. fieu: il trovatore utilizza un termine tipico del linguaggio feudale in riferimento alla Terrasanta. Questo termine si lega al servizi dei vv. 21-22, che richiama al servitium a cui il vassallo è tenuto nei confronti del proprio signore.

45. I re menzionati nel verso sono da identificare in Filippo II di Francia, Giovanni d’Inghilterra e mentre imperatori potevano essere considerati Federico II di Svevia Ottone IV di Brunswick, i quali si disputavano la massima carica temporale della cristianità.

48. lum: non è ben chiaro a che cosa si riferisca Aimeric con questo termine. Secondo Kurt Lewent, «Das altprovenzalische Kreuzlied», Romanische Forschungen, 21, 1905, pp. 321-448, a p. 370, si fa riferimento al miracolo della fiamma che riaccende le candele nel Santo Sepolcro ogni Pasqua. Il medesimo miracolo è riportato da Bertran de Born in Nostre Seigner somonis el meteis (BdT 80.30), per cui cfr. Gérard Gouiran, L’Amour et la guerre: l’œuvre de Bertran de Born, 2 voll., Aix-en-Provence 1985, vol. II, p. 699. Secondo Aimo Sakari, «Sur quelques termes provençaux désignant les lieux saints dans les chanson de croisade», in Estudios dedicados a Menéndez Pidal, 7 voll., Madrid 1957, vol. VII, pp. 47-60, il termine sarebbe invece un richiamo alla città di Gerusalemme, in merito si veda anche Guida, Canzoni di crociata, p. 359.

51-52. Guglielmo VI di Monferrato era figlio di Bonifacio I, il quale fu messo a capo della Quarta Crociata, e nipote di Corrado, che si distinse in Terrasanta in occasione della Terza Crociata.

[fsa]


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Circostanze storiche