Rialto    IdT

10.32

 

 

 

Aimeric de Pegulhan

 

 

 

 

 

 

I.

 

 

Li fol e·ill put e·ill fillol

 

 

creison trop, e no m’es bel,

 

 

e·ill croi juglaret novel

4

 

enojos e mal parlan

 

 

coron un pauc trop enan;

 

 

e son ja li mordedor

 

 

per un de nos dui des lor,

8

 

e non es qui los n’esqerna.

 

 

 

 

 

II.

 

 

Greu es car hom lor o col

 

 

e non lur en fa revel.

 

 

Non o dic contra·N Sordel,

12

 

q’el non es d’aital semblan

 

 

ni no·s va ges percasan

 

 

si co·ill cavaillier doctor,

 

 

mas qant faillo·l prestador,

16

 

non pot far .v. † ni·l cincs † terna.

 

 

 

 

 

III.

 

 

Lo marques par Pinarol,

 

 

qe ten Saluz e Revel,

 

 

non voill ges qe desclavel

20

 

de sa cort ni an loingnan

 

 

Persaval, qe sap d’enfan

 

 

esser maestr’e tutor,

 

 

ni un autre tirador,

24

 

q’eu no voill dir, de Luserna.

 

 

 

 

 

IV.

 

 

Aitals los a com los vol

 

 

lo marques, d’En Chantarel,

 

 

Nicolet e·l Trufarel,

28

 

qe venon ab lui e van

 

 

e non del tot per lur dan.

 

 

Ben son trobat d’un color:

 

 

aitals vaisals, tal seingnor!

32

 

Deus lor don vita eterna.

 

 

 

 

 

V.

 

 

Ar veires venir l’estol

 

 

ves Malespin’ el tropel,

 

 

don an la carn e la pel.

36

 

Et ades on piez lur fan

 

 

e meinz de merce lur an,

 

 

trop son li combatedor

 

 

e pauc li defendedor:

40

 

mort son si Dieus no·ls governa.

 

 

 

 

 

VI.

 

 

Estampidas e rumor

 

 

sai qe·n faran entre lor,

 

 

menassan en la taverna.

 

 

Traduzione [GB]

I. I folli, i miserabili e i figliocci aumentano troppo, e non mi piace, e i giullaretti novelli, spregevoli, importuni e calunniatori corrono un po’ troppo avanti [= osano troppo]; e i mordaci sono già per ognuno di noi due dei loro, e non c’è chi li schernisca per tutto questo.

II. È gravoso che glielo si permetta e non si faccia loro opposizione. Non lo dico contro messer Sordello, perché egli non assomiglia a loro e non si va affatto adoperando come i cavalieri dottori, ma quando gli mancano i prestatori, non può fare cinque né il cinque terna (?).

III. Non voglio affatto che il marchese che, al di là di Pinerolo, possiede Saluzzo e Revello faccia schiodare e allontani dalla sua corte Persaval, che sa essere maestro e tutore di un bambino, né un altro avido raggiratore, di cui non voglio dire il nome, di Luserna.

IV. Quanto a messer Canterello, a Nicoletto e al Truffaldino, il marchese li ha tali quali li vuole, dato che vanno e vengono con lui, e non del tutto a loro danno. Sono davvero riconosciuti [oppure: cantati] di una medesima risma: tali i vassalli, tale il signore! Dio dia loro vita eterna.

V. Ora vedrete venire questa banda a mo’ di truppa [oppure: di gregge] verso i Malaspina, di cui hanno la carne e la pelle [= di cui hanno il dominio]. E per quanto [i difensori] li trattino sempre peggio e usino loro sempre meno pietà, troppi sono gli assalitori e pochi i difensori: [questi] sono morti se Dio non si prende cura di loro!

VI. So che di tutto questo faranno tra loro stampite e rumori, proferendo minacce nella taverna.

 

 

 

Testo: Barachini 2019. – Rialto 18.i.2022.


Mss.: A 214r, C 97v, D 132v, I 189r, K 174v, R 19r.

Edizioni critiche: Friedrich Witthoeft, Sirventes joglaresc: ein Blick auf das altfranzösische Spielmannsleben, Marburg 1891, p. 69; Vincenzo De Bartholomaeis, «Il sirventese di Americ de Peguilhan ’Li fol eil put eil filol’», Studj romanzi, 7, 1911, pp. 297-342, a p. 299; Vincenzo Crescini, «Note sopra un famoso sirventese d’Aimeric de Peguilhan», Studi medievali, 3, 1930, pp. 6-26 [cfr. sotto]; William P. Shepard, Frank M. Chambers, The Poems of Aimeric de Peguilhan, Evanston (Illinois) 1950, p. 166; Gilda Caïti-Russo, Les troubadours et la cour des Malaspina, Montpellier 2005, p. 208; Giorgio Barachini, «Aimeric de Peguilhan, Li fol e·ill put e·ill fillol (BdT 10.32)», Lecturae tropatorum, 12, 2019, pp. 51-85, alle pp. 71-73.

Altre edizioni: LR, I, p. 433; Ernesto Monaci, Testi antichi provenzali, Roma 1889, c. 62; Vincenzo De Bartholomaeis, Poesie provenzali storiche relative all’Italia, 2 voll., Roma 1931, I, p. 241 (testo De Bartholomaeis con ritocchi); Vincenzo Crescini, «Note sopra un famoso sirventese d’Aimeric de Peguilhan», in Romanica fragmenta, Torino 1932, pp. 541-566, a p. 564 (testo Crescini); Francesco Ugolini, La poesia provenzale e l’Italia, Modena 1949, p. 57 (testo Crescini); Martin De Riquer, Los trovadores. Historia literaria y textos, 3 voll., Barcelona 1975, II, p. 980 (testo Crescini); Antonella Negri, Aimeric de Peguillan, Poesie, Roma 2012, p. 54 (testo Shepard-Chambers).

Metrica: a7 b7 b7 c7 c7 d7 d7 e7’ (Frank 714:6). Sirventese di cinque coblas unissonans di 8 versi e una tornada di tre versi (ultimi tre della strofa). Rime: -òl, -èl, -an, -ór, -èrna. L’origine della forma metrica è una canzone di Peire Vidal, La lauzet’e·l rossignol (BdT 364.25; stesse rime), ma, pur probabilmente conoscendola, Aimeric de Peguilhan si ispira più direttamente al sirventese di Bertran de Born, Mout m’es deissendre carcol (BdT 80.28), composto sulla stessa forma metrica: da questo Aimeric riprende diverse espressioni in rima e all’interno del verso; il tema guerresco del testo di Bertran è parodiato da Aimeric. Esiste anche un contrafactum più tardo: Jaufre de Foissan, Subrafusa ab cabirol (BdT 304.4).

Note: Sirventese contro i giullari della nuova generazione, scritto tra la seconda metà del 1219 e il marzo 1220 (probabilmente ancora nel 1219). Per una discussione del contesto e della datazione si vedano le Circostanze storiche. Per un’analisi più approfondita rispetto al quadro riassuntivo offerto in queste note, e per tutte le scelte testuali, si veda Barachini, «Aimeric de Peguilhan», pp. 73-84.

1. I tre termini indicano i cortigiani arrivisti, ma l’interpretazione del loro significato e dei loro referenti è incerta. Per la discussione delle traduzioni di Raynouard, Witthoeft, De Bartholomaeis («Il sirventese»), Levy, Jeanroy (recensione a De Bartholomaeis, «Il sirventese», Romania, 41, 1912, pp. 139-143, a p. 141), Crescini, De Bartholomaeis (Poesie provenzali), Riquer, Shepard e Chambers, Caïti-Russo, Negri e per un’analisi dei significati si veda la nota di Barachini, «Aimeric de Peguilhan», pp. 73-75. Sono da respingere i significati di put e fillol come ‘debosciato, prostituto’, non attestati. Essi vanno presi nella loro accezione più comune, cioè per put ‘miserabile, malvagio’ e per fillol ‘figlioccio’ (qualcuno posto sotto tutela). Il verso si può intendere come una tripartizione che mira a rappresentare gli uomini che si affaccendano nelle corti. I fol sono gli stolti, coloro che non sono in grado di capire, le cui manchevolezze dipendono da scarsa intelligenza. I put sono i miserabili, i malvagi, quelli che, pur provvisti d’intelligenza, l’adoperano per il male anziché per il bene, per l’avidità anziché per la liberalità e, poiché l’avidità, nell’orizzonte mentale del Medioevo, è anche associata a perversioni sessuali, diviene fertile la parziale omofonia con puta. Infine, i fillol sono quelli che si fanno guidare o dagli uni o dagli altri, come il ‘figlioccio’ dal padrino. Le tre categorie dell’incipit anticipano le tre esemplificazioni della strofa III, che si annidano nella corte di Saluzzo. Manfredi III di Saluzzo era di fatto un fillol, in quanto minorenne e sotto tutela (della nonna), nonché affidato ad alcuni suoi cortigiani che lo guidavano male (almeno è ciò che dice Aimeric). Gli altri due personaggi, cioè «Persaval» e il «tirador... de Luserna», esemplificano le altre due categorie: dato che la qualifica di «tirador» assomma la negatività del comportamento e la sua intenzionalità (dunque non esclude l’intelligenza), è in lui che dobbiamo riconoscere uno dei put, mentre il fol è «Persaval», il presunto ‘maestro’, l’educatore che non è all’altezza del proprio ruolo, non ha idea di dove conduce il giovane marchese.

2. I giullaretti novelli sono espressione di un tipo di codice cortese e di un tipo di poesia che Aimeric non approva: si vedano le Circostanze storiche.

6. mordedor è la persona dalla lingua lunga, il mordace.

8. Cfr. per il rimante Bertran de Born, Mout m’es deissendre carcol (BdT 80.28), v. 59: «en Pitau, qui qe·m n’esqerna».

10. Stesso rimante in Bertran de Born, Mout m’es deissendre carcol (BdT 80.28), v. 27, dove si tratta del verbo, anziché del sostantivo.

12. Cfr. Bertran de Born, Mout m’es deissendre carcol (BdT 80.28), v. 53: «E tot per aital semblan».

13-14. Per percasar il SW (VI 227-229) fornisce le traduzioni «nachjagen, zu erreichen, sich zu verschaffen suchen, trachten nach, erstreben, sich bemühen um» (‘dare la caccia per raggiungere, cercare di procurarsi, adoperarsi per, tendere, sforzarsi/affaticarsi per’), a cui si possono ricondurre anche le altre accezioni. L’oggetto del verbo è sostituito dal v. 15: ciò che Sordello non si va procurando, ciò per cui non si va affaticando è ciò che i cavalieri dottori cercano di procurarsi, ciò per cui si affaticano. Come anche ai vv. 11-12, l’ironia pervade questo passo ed è accentuata dalla preterizione. I «cavaillier doctor» erano, come spiega Crescini (p. 547), citando Du Cange, i «milites literati o milites legales, milites ac legum doctores», cioè le persone di censo cavalleresco (i nobili) che erano anche uomini di legge, ufficio svolto spesso solo – sottintende Aimeric – per procacciarsi cariche e denaro.

15-16. Sordello non assomiglia né ai giullari che per denaro si presentano a corte né ai cavalieri-giuristi, figura dei cortigiani; lui non è in grado di trovare mezzi di sostentamento nell’uno o nell’altro modo al punto che, se non potesse chiedere denaro ad usura, non avrebbe neanche i soldi per giocare ai dadi. Il v. 16 è, tuttavia, uno dei versi più discussi della letteratura provenzale, anche se quasi tutte le interpretazioni si fondano su letture errate dei codici. L’unico ad aver fornito una varia lectio corretta fu solo Witthoeft nella prima edizione critica del testo; che il verso sia una crux desperationis è stato rilevato da Appel e da De Bartholomaeis. Per tutte le proposte, le sviste e le traduzioni, nonché per la valutazione delle lezioni manoscritte si veda la nota di Barachini, «Aimeric de Peguilhan», pp. 76-79. Il cinque era un punto peggiore del doppio tre («terna»), com’è evidente nello stringente passo parallelo di Bertran de Born, Mout m’es deissendre carcol (BdT 80.28), al v. 62, dove del gioco d’amore tra la dama e il poeta quest’ultimo, dopo essere stato accettato come «entendedor», può dire: «Ben puosc far cinc et ill terna». La donna, cioè, vince, ha il vantaggio maggiore in quanto amata e celebrata dal poeta, ma costui si dichiara pago anche solo di questo oppure indica di aver fatto un punto perdente rispetto a lei, ma di poco inferiore. Inoltre, sulla base della tradizione è preferibile ritenere archetipica la lezione di CDIK («cincs») e non accettare le proposte che partono da «sieis». Il verso nella lezione di D e IK può essere letto così: ‘non può fare cinque né il cinque [può fare] terna’, il che vuol dire che senza prestiti Sordello non può fare il punto perdente e che, senza nuovi prestiti o senza barare, questo non può divenire un punto vincente. Non si può dire che il senso sia dei migliori, anche se si potrebbe interpretare che Aimeric stia additando l’abiezione di Sordello, che è costretto a finanziarsi solo grazie agli usurai e, pur giocando e rigiocando, è incapace di diventare un personaggio ‘vincente’, a meno che non trasformi il cinque in terna barando (l’accusa che Sordello sia un baro è anche in N’Aimeric, que·us par del pro Bertram d’Aurel, BdT 217.4c = 10.36, se tutta la scena non è in realtà, come a me pare, sessualmente allusiva). La questione, tuttavia, si può forse analizzare anche da una prospettiva diversa, ricordando, sulle orme di De Bartholomaeis la cui ipotesi è stata tanto unanimemente quanto frettolosamente respinta dai commentatori, come all’origine del verso ci sia il passo parallelo di Bertran de Born («Ben puosc far cinc et ill terna»). La frase di Aimeric è una lieve variazione in terza persona e al negativo. Ciò avrebbe reso necessario trasformare «et ill» di Bertran in ni ill. Quest’ultimo segmento si sarebbe facilmente potuto contrarre, comportando la perdita di una sillaba e assecondando una lettura di nil (attestato in D e ulteriormente manipolato in IK che lo passano al plurale a causa della -s di «cincs» che ne risulta confermata) come congiunzione e articolo. Per recuperare il computo metrico sarebbe stato introdotto un termine monosillabico, tratto dalla prima parte del verso dove all’uopo non c’era che «cinc» che è stato dotato di s segnacaso onde evitare fraintendimenti sulla sua funzione. La ripetizione dei due cinque avrebbe poi stimolato l’antecedente di AR a creare una variazione, con la sostituzione del sei al cinque, forse sulla base del calcolo dei punti della terna, cioè proprio sei (3+3). Il senso di un verso così emendato (Non pot far cinc ni ill terna) è che Sordello non è in grado di portare vantaggi né a se stesso né agli altri, che investire su di lui è controproducente. Questa ricostruzione resta, ad ogni modo, congetturale e pertanto il verso emendato non è posto a testo.

17-18. La preposizione «par» (o «part» nei codici diversi da D) può significare ‘dalle parti di’ (così intendono De Bartholomaeis, Shepard e Chambers, Negri) o ‘al di là di, oltre’ (così Witthoeft, Crescini, Riquer, Caïti-Russo). L’espressione è stata analizzata da Fortunata Latella, «Part Cofolen. Il valore della preposizione part in locuzioni toponimiche nel lessico trobadorico», Medioevo europeo, 1, 2017, pp. 31-60, alle pp. 43-44. Contro la prima interpretazione va la constatazione che essa esprime di solito un ambito feudale sottomesso al signore, ma Pinerolo non era dominio dei marchesi di Saluzzo, bensì dei Savoia. Contro la seconda va la constatazione che una persona che si trova presso i Malaspina in Lunigiana, come si desumerebbe dal v. 33, non può dire che Saluzzo sia ‘al di là di’ Pinerolo, dato che il primo luogo è più a sud del secondo. In Barachini, «Aimeric de Peguilhan», pp. 79-80, ho indicato, in ogni caso, come il verbo venir del v. 33 non ci costringe a pensare che Aimeric si trovi presso i Malaspina. La direzione del moto dei verbi venir e anar (avvicinamento e allontanamento) è deittica; se si parla in prima o seconda persona, essa si specifica in rapporto a ogni elemento noto agli interlocutori che riguardi o il mittente, di solito per anar, o il destinatario, quasi sempre per venir: ciò significa che, se Aimeric non si trovasse presso i Malaspina, potrebbe comunque usare il verbo venir al v. 33 per indicare l’avvicinamento rispetto all’ambito territoriale del proprio pubblico o di una parte di questo (allo stesso modo in cui, pur trovandomi a Torino insieme ai miei interlocutori, posso dire: ‘La settimana prossima verrò a Napoli’, se mi è noto che essi risiedono abitualmente nel capoluogo campano). Del resto, il trovatore dice: «Ar veires venir», ponendo come base della deissi il ‘voi’ cioè il destinatario o un suo sottogruppo. Questo lascerebbe aperta la possibilità che la prima esecuzione del testo non sia avvenuta nei domini malaspiniani, ma altrove, se si ammette che esponenti della corte lunigianese furono presenti, nonché satireggiati assieme ad altri. Un’analoga costruzione in Bertran de Born, Mout m’es deissendre carcol (BdT 80.28), vv. 25-26: «Del seingnor de Mirandol / qui ten Crueissa e Martel».

19. desclavelar significa letteralmente ‘schiodare’ (PD, p. 114, da clavel ‘chiodo’) ed è termine espressionistico, spesso usato nella rappresentazione della passione di Cristo per il momento della deposizione dalla croce. In ciò va ravvisato un abbassamento parodico che vuol sottolineare quanto i due personaggi riferiti nei versi seguenti siano abbarbicati in modo avido e innaturale alla corte del giovane marchese. Naturalmente Aimeric parla in modo sarcastico: che se li tenga pure, il marchese, quei due!

21. Su Persaval si vedano le Circostanze storiche.

22. Il segmento maestr’e tutor è una qualifica storicamente imprecisa (Persaval non fu «tutor», per quanto ne sappiamo), ma è fortemente caustica e apporta un nuovo elemento satirico. Tale qualifica non poteva essere introdotta per congettura dai copisti ed è quindi da vedersi come originale.

23-24. Sul significante di tirador si vedano le Circostanze storiche. Il significato è quello di ‘avaro, tirchio’. La preterizione con cui Aimeric introduceva il «tirador ... de Luserna» assieme alla tmesi con cui separava i due sintagmi serviva ad accrescere l’effetto comico, perché l’ascoltatore era trascinato verso la fine del verso in attesa della rima, dove Aimeric aveva posto il nome del borgo d’origine dell’uomo, quasi il suo codice fiscale. Per questo motivo non sarebbe scorretta un’interpunzione più ardita: «un autre tirador / q’eu no voill dir: de Luserna».

26. Il d(e) assolve la funzione di complemento di relazione (‘quanto a’, ‘riguardo a’), il quale ha lo scopo di spiegare il pronome «los» senza reduplicare il complemento oggetto. Questa spiegazione, fornita da Crescini, non esige interventi testuali ed è la più ragionevole.

30. Il verbo trobar è polisemico: a una prima comprensione significa ‘sono trovati essere, sono riconosciuti come’, ma non si può dimenticare che trobar significa anche ‘scrivere versi, poetare’ e dunque sono le parole di Aimeric che denunciano questi uomini come appartenenti alla stessa risma. Il termine «color» è qui insolitamente al maschile.

32. Cfr. Bertran de Born, Mout m’es deissendre carcol (BdT 80.28), v. 16: «Tuit venran a vita eterna», con la medesima locuzione latina.

34. Il «tropel» non ha solo un significato militare (‘truppa’, in tal modo piatto sinonimo di «estol»), ma anche pastorale (‘gregge’, ‘mandria’; cfr. fr. troupeau). Tra gli editori solo Witthoeft («Herde») e De Bartholomaeis («truppa» nel 1911, ma «branco» nel 1931) hanno compreso l’ambiguità del termine. Siamo ancora alle prese con un virtuosismo satirico: in tutto il testo Aimeric si avvale di termini polisemici per sbeffeggiare i propri detrattori. Lo stuolo che calerà sui Malaspina pretende forse di essere una ‘truppa’, ma sembra una ‘mandria’, con un chiaro abbassamento animalesco. Poiché l’espressione en un tropel è registrata con il valore avverbiale di «ensemble», è possibile che anche «el tropel» sia una locuzione avverbiale, significando sia ‘indrappellato, a mo’ di truppa’ in quanto lo stuolo proveniente da Saluzzo si dà arie militaresche, sia ‘in gregge, a mo’ di gregge o mandria’ in quanto le pretese belliche si rivelano brutalmente disattese. Si può, ad ogni modo, optare per una semplice endiadi «l’estol / ... e·l tropel».

33-35. Sul verbo venir in rapporto al luogo di composizione del sirventese si veda la nota ai vv. 17-18. Per l’espressione del v. 35 cfr. Peire Cardenal, Hugo, si vos n’aves ioel (BdT 335.23), vv. 1-2: «Hugo, si vos n’aves ioel, / autre n’a la carn e la pel» (= En Peire, per mon chantar bel, BdT 453.1, vv. 7-8). Dal passo parallelo, che ruota attorno alla dicotomia tra amore sentimentale e amore fisico, si comprende che l’espressione aver la carn e la pel significa in Peire Cardenal ‘avere l’intero godimento’, e nel nostro luogo ‘avere l’intero dominio’. Come notava Jeanroy, se dal v. 33 sembra che la brigata di assalitori debba ancora giungere dai Malaspina (verso al futuro, ma con avverbio attualizzante «Ar» ‘ora’), dal v. 35 sembra invece che essi siano già arrivati (verso al presente). Si tratta da un lato di un modo per rendere più plastica la scena dell’assalto ai Malaspina, dall’altro di un’ambiguità voluta che suggerisce che la corte malaspiniana non è esente dalla satira, in quanto non viene rappresentata come un’isola felice ancora immune da comportamenti non cortesi.

36-40. L’accavallarsi di soggetti e pronomi di terza persona plurale crea una certa difficoltà interpretativa. Il quadro generale è che gli assalitori sono troppi e i difensori pochi. Pertanto, il pronome «lur» che ricorre due volte ai vv. 36-37 va riferito agli assalitori, mentre negli stessi versi i verbi al plurale hanno come soggetto i difensori. I vv. 36-37, con i due comparativi, hanno un valore concessivo: benché gli assalitori siano maltrattati e non si usi loro nessuna premura, essi sono pur sempre più numerosi di coloro che difendono la posizione, al punto che questi ultimi hanno bisogno dell’aiuto divino per sopravvivere (v. 40).

40. Cfr. il rimante in Bertran de Born, Mout m’es deissendre carcol (BdT 80.28), v. 48: «de leis que bon pretz governa».

41-43. La degradazione umana e poetica degli oppositori di Aimeric è evidente dalla loro collocazione tabernaria. Vicino al sostantivo rumor, il termine estampida rimanda, sul piano letterale, al fracasso prodotto dal battere dei piedi (che è uno dei significati di estampir, fr. estamper), una rappresentazione quasi puerile che Aimeric fa degli avversari che pestano i piedi e strepitano per le sue parole. Ovviamente, estampida è anche un genere musicale, a ritmo di danza, molto concitato, di derivazione popolare, implicitamente di basso livello e intrinsecamente di qualità scadente, per questo non esercitato dai trovatori, con l’unica eccezione dell’esperimento di Raimbaut de Vaqueiras, non reiterato, a quest’epoca, da altri; il riferimento a Raimbaut, dato il contesto geografico in cui ci muoviamo, è difficilmente casuale. Questo genere sgraziato non è cosa che possa essere messa allo stesso livello dell’arte di Aimeric, ma è l’unico tipo di componimento che la turba molesta sarà in grado di fare, l’unico in cui potrà esercitarsi, l’unico di livello talmente basso da permetterle di abbordare l’impresa, nonché l’unico di valore così abietto da poter essere compreso e apprezzato in una corte degenerata. Oltre a ciò, non vi sarà altro che un rumoreggiare con imprecazioni e vanagloriosi intenti vendicativi («menassan») nei confronti del poeta satirico. Il gerundio è peraltro reminiscenza di Bertran de Born, Mout m’es deissendre carcol (BdT 80.28), v. 29, dove esso si trova in rima.

[GB]


BdT    Aimeric de Pegulhan    IdT

Circostanze storiche