Rialto    IdT

 

Alberico da Romano (?), Na Maria, pretç e·l fina valors (BdT 16a.2)
Uc de Saint-Circ, Na Maria de Mons’es plasentera (BdT 457.22)


 

Circostanze storiche

 

 

 

La canzone Na Maria, pretç e·l fina valors (BdT 16a.2) presenta innanzitutto un problema di attribuzione. Nel testimone unico T, la rubrica la attribuisce a nabieiris deroman, ossia a una donna chiamata Bieiris de Roman. Volendo dar credito alla testimonianza della rubrica, ci troveremmo, dunque, in presenza di un componimento scritto da una donna per un’altra, circostanza assai singolare, perché non ci sono altri esempi di canzoni d’amore omosessuale nel corpus trobadorico. Affascinati dalla rarità di questo reperto, molti studiosi hanno tentato di dimostrare l’autorialità femminile del testo con vari argomenti, minimizzando, tuttavia, i risvolti omoerotici che tale assunto comporterebbe e arrivando così a delle conclusioni che, a un riesame attento, risultano forzate e poco convincenti (cfr.: Schultz-Gora 1888, p. 16, e Nelli 1977, pp. 279-283, che identificano Bieiris con una concittadina di Falquet de Romans sulla base del medesimo cognomen toponomasticum; Boswell 1980; Bogin 1988; Rieger 1989, pp. 78-79; Zufferey 1989, pp. 32-33; Sankovitch 1999, pp. 116-126; Ganze 2009; Zufferey 2010, p. 256 nota 71).

Maggiore credito ha riscosso la tesi che rintraccia l’autore della canso in Alberico da Romano: il primo a formularla è stato Schultz-Gora 1891, pp. 234-235 (ripensando, dunque, quanto sostenuto in Schultz-Gora 1888), il quale ipotizza che l’enigmatica rubrica che precede il testo sia il frutto di un errore per N’Alberis, ossia Alberico da Romano. Alternativamente, si potrebbe sostenere che il copista, conoscendo la famiglia da Romano, abbia trascritto per errore il nome della nipote di Alberico, Beatrice, la cui forma occitana è appunto Bieris, in luogo di quello dello zio. L’attribuzione ad Alberico è stata poi accolta da Bertoni 1915, p. 67; Folena 1990, pp. 85-89; Peron 1991, pp. 501-503; Verlato 2009, pp. 269-274; Guida - Larghi 2013, p. 39. Secondogenito di Ezzelino il Monaco, Alberico fu in guerra col fratello maggiore, Ezzelino III, per la conquista dei possedimenti paterni. Il padre, infatti, lasciò il proprio patrimonio da dividersi tra i due figli maschi (aveva anche una figlia, Cunizza). Tramite sorteggio, a Alberico fu assegnato il territorio vicentino (con centro Bassano) e ad Ezzelino l’area dominicale vicino Treviso (comprendente pure il castello avito di Romano). Ezzelino, però, non fu contento della spartizione e i rapporti col fratello cominciarono a incrinarsi, tanto più che quest’ultimo tentava di allargare la sua influenza nel Triveneto anche attraverso l’alleanza con Federico II. Negli ultimi anni di vita Alberico si riavvicinò al fratello con cui strinse un trattato di pace nella primavera del 1257; non rinunciò mai, tuttavia, alla sua posizione anti-imperiale. Così facendo, però, ai da Romano venne meno il consenso e il supporto dei ceti egemoni, che causò prima la sconfitta e la morte (settembre 1259) di Ezzelino e poi il massacro, il 25 agosto 1260, nel castello di San Zenone per opera delle truppe filopapali, di Alberico e di tutta la sua famiglia (cfr. Guida 2011; Guida - Larghi 2013, pp. 38-40).   

L’interesse di Alberico per la letteratura è ben attestato, oltre che dalle cronache del tempo (cfr. Chronica dominorum Ecelini et Alberici fratrum de Romano di Gerardo Maurisio, Chronicon Marchiae Tarvisinae et Lombardiae, Cronica in factis et circa facta Marche Trevixane di Rolandino da Padova), anche dal rapporto di amicizia che strinse con Uc de Saint-Circ, il suo poeta di corte, che lo introdusse all’arte del trobar, probabilmente allestendo per lui anche un’antologia trobadorica, il celebre Liber Alberici. Si è conservato persino uno scambio di coblas scherzose tra i due, Meiser Albric, so·m prega Ardisos (BdT 457.20a). Che Alberico da Romano sia l’autore di Na Maria, pretz e fina valors (BdT 16a.2) sarebbe provato proprio da questo sodalizio artistico con Uc de Saint-Circ. La canso del signore trevigiano sarebbe ispirata, infatti, a quella di Uc dedicata a una certa Maria de Mons(a), Na Maria de Mons’es plasentera (BdT 457.22), nella prima cobla della quale si elogiano tutte le qualità della donna, proprio come nel caso di Na Maria, pretç e·l fina valors. Tra i due componimenti sussisterebbe un rapporto di copia-modello e quello di Alberico rappresenterebbe un semplice «esercizio sulle orme del maestro» (Folena 1990, p. 87, ma si veda anche Bertoni 1915, p. 67; Peron 1991, pp. 501-503; Verlato 2009, p. 270; Guida - Larghi 2013, p. 39), un’imitazione, un allenamento letterario che ben si addice a un dilettante di poesia quale il signore trevigiano sembra essere.

L’interesse storico di queste due canzoni risiede essenzialmente nella dama di probabile origine italiana qui celebrata, Maria di Mons(a), la cui identificazione appare problematica. Innanzitutto, la determinazione de Mons(a) si ritrova solo in due dei quattro manoscritti che hanno trasmesso la canzone di Uc de Saint-Circ, IK, mentre in DaQ è attestata la lezione, giudicata secondaria dagli editori, «Na Maria es genta e plasentera» (su questo aspetto, si veda, in ultimo, Zinelli 2004, pp. 56-57 e nota 24). Il toponimo è stato variamente interpretato: alcuni lo associano alla città di Monza (De Bartholomaeis 1931, p. 39; Folena 1990, p. 86), altri a un generico ‘dai monti’ (Casini 1868, p. 159), altri ancora a Monti, una città a pochi chilometri da Villafranca, possedimento dei Malaspina (Restori 1901, p. 207).

Proprio a quest’ultima casata la dama viene ricondotta nella maggior parte dei casi (Schultz-Gora 1898, p. 168; Bergert 1913, pp. 98-99; Jeanroy - Salverda de Grave 1913, p. 154; Bertoni 1915, p. 67): si tratterebbe, infatti, di Maria Malaspina, detta anche d’Oramala dal nome di uno dei domini in cui più spesso preferiva soggiornare la nobile famiglia. Come Maria d’Oramala, la dama è citata in due componimenti di Albert de Sisteron, la canzone Ab joi comensi ma chanso (BdT 16.1, vv. 37-38) e il partimen con Peire de la Mula En peire, dui pro cavallier (BdT 16.15, vv. 63-64). Va detto, per inciso, che l’interpretazione che si è data dell’invio di Ab joi a Maria d’Oramala non convince Folena 1990, p. 89, perché secondo lo studioso Albertet doveva trovarsi presso i Malaspina al tempo della composizione della lirica e di lì avrebbe inviato la sua canzone ad esperon (v. 37) a una Maria lontana. Questa lettura è stata rigettata da Sanguineti 2012, p. 88, «poiché Na Mari’ ... / d’Auramala sembra essere una comune tmesi», portando l’esempio dei versi 51-52 del componimento Ab son gai e leugier (BdT 16.2). Infine, Schultz-Gora 1898, p. 168, identifica con Maria d’Oramala la contessa Na Maria che viene citata nella terza tornada della canzone Pus ma belha mal’amia (BdT 10.43, v. 49) di Aimeric de Pegulhan; Bergert 1913, pp. 33-34, respinge questa tesi, poiché Aimeric è sempre preciso nell’uso e nell’attribuzione dei titoli nobiliari e quello di contessa non è mai appartenuto a Maria Malaspina.

Torraca 1901, p. 29, si discosta dalla proposta di identificazione maggioritaria, ipotizzando che la Maria cantata da Uc e Alberico possa essere la «figliuola del signor Guido de Monte, moglie di Giacomino di Rodelio cavaliere di Reggio, che è ricordata nella cronaca di Salimbene» (cfr. Scalia 1966, vol. II, p. 899 l. 19). Hanno espresso dubbi sulla plausibilità di tali ipotesi Berget 1913, pp. 98-99, Bertoni 1915, p. 68 e De Bartholomaeis 1931, vol. II, p. 39, il quale critica Torraca per aver fondato la sua ipotesi su una corrispondenza di nomi che all’epoca dovevano essere molto diffusi; aggiunge, inoltre, che le lodi di Uc alla signora Maria non sono ordinarie ma hanno sapore politico (la dama viene esortata a tenere alto il gonfalone per non dare soddisfazione ai nemici) e ciò indica che ci troviamo di fronte una donna impegnata nella vita pubblica.

Se la dama in questione fosse identificabile con Maria Malaspina, va ricordato che il grado di parentela di questa dama con gli altri membri della casata è controverso. In un primo momento, la si ritenne sorella di Selvaggia e Beatrice Malaspina (Casini 1868, p. 159, nota 4, ma contra De Bartholomaeis 1931, vol. II, p. XL), dunque figlia di Corrado I, ma la teoria fu respinta da Schultz-Gora 1898, p. 168, che la identificò con la figlia di Guglielmo Malaspina, poiché in En amor trop tan de mals seignoratges (BdT 16.13) di Albertet, Tant es d’amor onratz sos seignoratges (BdT 9.21) di Aimeric di Belenoi e nella Treva (BdT 236.5a) di Guillem de la Tor è nominata una sola sorella di Selvaggia, ovvero Beatrice, escludendo dunque la presenza di un’altra figlia (concordano con Shultz-Gora Torraca 1901, p. 29 e Bergert 1913, pp. 98-99). Jeanroy - Salverda de Grave 1913, p. 154, si limitano a designarla come «la parente de Selvaggia», tuttavia, gli studi più recenti (Caïti-Russo 2005, p. 416 e Sanguineti 2012, p. 20) sembrano concordare nel riconoscere in Maria Malaspina la sorella di Guglielmo, dal momento che nel partimen di Albertet e Peire de la Mula, En Peire, dui pro cavallier, è esplicito il legame fraterno che li unisce: «Amics Peire, nostra tensson / tramet per jutgamen faire / ad Auramala, en repaire, / a Na Maria, car mante / pretz e valor; et aia ab se / En Guillem, son valen fraire» (BdT 16.15 = 322.1, vv. 61-66).

Si può quindi concludere che un’identificazione certa di Maria de Mons(a) con Maria Malaspina è impossibile da stabilire, a causa delle informazioni lacunose a nostra disposizione e nonostante la sua ipotetica appartenenza a una casata che godeva all’epoca di grande fama.

 

 

Bibliografia

 

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Chiara Cappelli

16.i.2017


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