Rialto    IdT

461.217

 

   

Anonimo

 

 

 

 

   
   

Seigner Iuge, ben aug dir a la gen

 

Signor Giudice, sento giustamente dire alla gente che assai siete tenuto e salito in grande pregio e con buone imprese avete fortificato una rupe e avete valido valore più di ogni altra persona. Allora mi posso meravigliare molto perché sento che voi donate ed elargite ad altri, ma con me fate vista che io abbia offeso, tanto che ancora non so se voi sapete donare.

   

q’assaz es mis en bon prez e poiaz

 
   

e de bon[s] faitz aves rocha fermaz

 
4  

e plus q’autr’om aves valor valen.

 
   

Donc eu mi posc asaz meraveilhar

 
   

q’eu aug c’autrui vos donaz e metetz

 
   

e a mi faiz senblan q’eu ai’ ofez,

 
8  

c’ancar no sai se vos sabes donar.

 

 

 

 

Testo: Giorgio Barachini, Rialto 28.ix.2018.


1. Sul Giudice cfr. la nota generale a Va, cobla, al Iuge de Galur, BdT 461.246, v. 1.

2. I verbi della cobla sono alla prima singolare se riferiti al trovatore o alla seconda plurale se riferiti al destinatario, pertanto la forma ses mis, interpretabile solo come s’es mis ‘si è messo’, è inaccettabile. De Bartholomaeis la conserva a testo e traduce «vi siete collocato», dove non è chiaro né da dove provenga il riflessivo né se l’editore abbia inteso ses = ‘siete’, forma inesistente in provenzale per la seconda plurale di eser. Ragionevole invece l’emendamento di Kolsen ses > es = etz, che accolgo a testo; la lezione errata può essere sorta in correlazione con la dettatura interiore del precedente assaz sicuramente pronunciato /a'sas/ come chiaramente mostrato dalle numerose forme verbali dove -tz > -s (aves, sabes, nonché in rima metetz /me'tes/ : ofez /o'fes/ e lo stesso es = etz). La s finale di assaz avrebbe prodotto l’aggiunta di analogo suono all’inizio della parola seguente.

3. Non è necessario correggere con Kolsen bon faitz > benfaitz. La mancanza della s desinenziale dell’aggettivo non crea nessun problema, data l’altezza cronologica e la localizzazione italiana del testo. La si può comunque facilmente reintrodurre (così anche De Bartholomaeis, mancante invece in Petrossi). L’espressione «aves rocha fermaz» è emendato in «aves rocs afermaz» da Kolsen, che traduce: «ihr Felsen von guten Taten aufgerichtet habt» ‘avete innalzato rocce di buone azioni’, dal senso impreciso, perché afermar non significa aufrichten. L’emendamento di Kolsen è seguito da Petrossi, che però traduce sulla scorta della lezione del codice e ritiene che si tratti di «un’allusione all’incastellamento che Nino Visconti aveva promosso, per fortificare il suo territorio» (p. 301), ma mi pare che un’interpretazione letterale sia da evitare in questo passo (quali siano le “buone azioni” di Nino non è chiaro in Petrossi). Qui rocha vale ‘roccia, rupe’ o eventualmente, come italianismo che ha lo stesso etimo, ‘rocca’ (inutile quindi ogni emendamento) e su di essa il Giudice ha consolidato una fortificazione fatta di buone azioni e buone imprese, con il verbo fermar che copre il campo semantico del “’costruire fortificazioni’, ben presente anche nei sostantivi fermamen, fermaria e fermetat. Si tratta di una comune metafora bellica riferita al valore e al pregio del destinatario.

6. All’inizio del verso il ms. ha un chiaro qeu e non qen, come in Stengel, Kolsen e De Bartholomaeis. Non necessario è l’emendamento di Kolsen metetz > mesetz (da presente al perfetto) e aberrante la sua giustificazione: metetz avrebbe, a suo dire, la vocale tonica aperta e non potrebbe rimare con fez ‘fece’ che Kolsen pone come rimante al verso seguente. In metetz la tonica è chiusa e non servono correzioni.

7. Basandosi sulla diplomatica di Stengel («e a mi faiz senblan qeu ai o fez»), Kolsen legge «e a mi faiz semblan q’eu ai’o fez», «mir aber machet oder vielmehr machtet ihr (nur) glauben, ich solle etwas bekommen». Tale resa del verso è inutilmente arzigogolata e del resto il ms. non scompone ofez in due, se mai ciò avesse potuto aver un peso. Con lieve emendamento De Bartholomaeis legge invece: «e a mi faiz senblan q’eus ai ofez» «mentre a me fate sembianti come ad uno che vi abbia offeso» (pertanto sarebbe da rettificare q’eus > q’e·us o qe·us), ma dichiara di non essere convinto dell’emendamento perché ofez dovrebbe valere come ofendut ed essere un italianismo (sugli italianismi si veda Per zo no·m voill desconortar, BdT 461.193, nota al v. 4). In effetti il participio passato di ofendre può essere ofes: cfr. «E tot qan m’a ofes en aiqest an, / de bon talan perdon a Ser Sordel», BdT 461.80, vv. 1-2. Nel nostro testo ofendre è usato in modo assoluto e significa ‘arrecare offesa’; faire semblan vale ‘fare mostra, dare a vedere’, pertanto il verso, per quanto poco elegante, è corretto così com’è. Dato che ofez ha pronuncia /o'fes/, anche metetz deve essere pronunciato /me'tes/: la rima era quindi és (così anche Frank).

[GB]


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