Rialto    IdT

461.234

 

   

Anonimo

 

 

 

 

   
    I.    
    Totas honors e tuig faig benestan  

Tutti gli onori e le azioni valorose furono guasti, derelitti e sconvolti il dì che Morte uccise il più valente e il più piacente che mai nacque di madre: Manfredi, il valoroso re che fu guida di Valore, di Gioia e d’ogni bene. Non so come Morte potesse ucciderlo! Ah, Morte crudele, perché hai voluto ucciderlo, visto che nella morte sua muore ogni bene?  

    foron gastat e delit e malmes,  
    lo jorn que Mortz aucis lo mielz presan  
    e·l plus plasen qu’anc mais nasques de maire:  
5   lo valen rei Manfrei, que capdelaire  
    fon de Valor, de Gaug, de totz los bes.  
    Non sai cossi Mortz aucir lo pogues!  
    Ai, Mortz crudels, cum lo volguist aucir,  
    quar en sa mort ve hom totz bes morir?  
         
    II.    
10   Qu’era s’en vai Honors sola ploran,*  

Ed ora va piangendo, solo, Onore, giacché non v’è chi o cosa a sé lo chiami: conte, marchese o re che venga avanti e l’inviti a venire in sua dimora. Ora ha fatto Disonore ciò che volle, ed ha bandito Onore dal suo paese, e là sono tanto cresciuti Inganno e Malafede che hanno rivolto nuo­vamente da ogni parte il loro andare attorno, che non si sa dove possa sfug­gire una persona di valore.

    que non es hom q’ab se l’apel ni res:  
    coms, ni marques, ne reis que·s fass’enan  
    ni la semo que venga a lor repaire.*  
    Er a faig Desonors tot qu’anc volc faire,  
15   qu’a forostada Honor de son paes,*  
    e i sson cregut Enjan tan e No-fes*  
    qu’an revirat vas totas partz lor gir,  
    qu’a pena sai on posc’om pros gandir.*  
         
    III.    
    Ar vai son dol Larguesa demenan,*  

Ora Larghezza mostra il suo dolore, dicendo ai poveri cavalieri cortesi: «Signori, che faremo da oggi in poi, giacché ci è tolto così buon signore e padre? Per Dio, ormai non so cosa ci tocca fare! Ci consigliate di andare al Re francese? O al prode Edoardo, Re degli Inglesi? E se ci andia­mo, ci vorranno accogliere? Ho gran paura che voltino la faccia [da un’altra parte]!».

20   disen als cavaliers paubres cortes:*  
    «Seignor, e que fairem deserenan,*  
    pos toutz nos es tan bos seigner e paire?*  
    Per Deu, non sai oimais que dejam faire!  
    Conseillatz vos qu’anam al Rei frances,  
25   o al pro N’Adoart rei dels Angles?*  
    E si i anem, volran nos acuillir?*  
    Gran paor ai que lor cara no·s vir!»  
         
    IV.    
    Enseignamenz e Valors que faran?   Che faranno Buone Maniere e Valore? Dove troveranno sostegno, senza di voi, onorato signore, che li portava avanti? Sempre andranno dolenti e sofferenti, senza di voi, ch’eravate il loro Imperatore e Signore, al di sopra di chiunque altro. Non so dove si possa andare: dal momento che a loro è andata tanto male! Non potranno mai andare né venire abbastanza da trovare un’accoglienza altrettanto piacevole.
    On trobeiran manteing, pos vos no i es,*  
30   Seigner onratz, que·ls trasiatz enan?  
    Totz temps iran ab dol ez ab maltraire,  
    pos vos no i es, qu’eras sos emperaire*  
    e seigner sobre tot qu’anc fon ni es!  
    Non sai on·s n’an, quar tan lor es mal pres!  
35   No pogran mais anar tan ne venir,  
    qu’anc mais troben tan plaisen acuillir.  
         
    V.    
    Dreitz e Veratz e Vergoingna s’en van;  

Diritto, Verità e Vergogna se ne vanno; Menzogna e Torto, sver­gognati, restano senz’altro qui; e non fanno un gran bel cambio i nostri baroni maggiori, a mio parere: e vedo qui turbarsi terra e fuoco, cielo e mare, poiché regna Falsità e Buona Fede scappa via: dove la ritroverete? Principi, baroni, assai dovreste dolervi, se avete in cuore la voglia di una bella fine.

    Mensonja e Tortz vergoingnatz de marves  
    remanon sai; mas trop mal canje fan  
40   nostre baron major, al mieu viaire;*  
    que i vei troblar terra e foc, mar ez aire,*  
    quar regna Falsetatz, e Bona Fes  
    s’en vai de cors; ez on la trobares?  
    Prince, baron, mout v’en degratz marir,*  
45   s’al cor aves talen de ben finir.  
         
    VI.    
    Part totz los monz voill q’an mon sirventes*  

Oltre tutti i monti e tutti i mari voglio che vada il mio sirventese, perché trovi qualcuno che gli dia notizie del re Artù e di quando ritornerà.

    e part totas las mars, si ja pogues  
    home trobar que·il saubes novas dir  
    del rei Artus e quan deu revenir.  
         
    VII.    
50   Ai, Cobeitatz, vos e vostras arnes  

Ah, Cupidigia, voi e le nostre armi confonda Dio con tutti gli equi­paggiamenti, dal momento che avete rovinato Gioventù e fatto distruggere Svago e Gaiezza col vostro falso desiderio.

    confonda Deus e totz vostres conres,*  
    qu’aves Juven gastat, e faig delir*  
    Deport e Jai ab vostre fals desir.  

 

 

 

Testo: Grimaldi 2010. – Rialto 23.iv.2015.


10. ‘Onore’ è di genere femminile in provenzale. Bisogna quindi tenere presente l’anonimo pensava probabilmente a un corteo tutto al femminile, come è normale nella tradizione figurativa delle Virtù che spesso accompagnano – normalmente in forma di cariatidi – i sepolcri greco-romani e poi moderni (in particolare dopo il vasto fenomeno di recupero dell’antico in età federiciana). Vd. Adolf Katzenellenbogen, Allegories of the virtues and vices in mediaeval art from early christian times to the thirteenth century [1939], Nendeln 1968, e, per l’età sveva, Ferdinando Bologna, I pittori alla corte angioina di Napoli, 1266-1414, e un riesame dell’arte nell’eta fridericiana, Roma 1969.

13. semo: secondo Bastard, che segue Bertoni, sarebbe scorretto. Shepard, cercando di ricondurre gli italianismi riscontrati da Bertoni alle scorrezioni del copista, proponeva di emendare in semona espungendo il que (cfr. William P. Shepard, rec. a Bertoni, I Trovatori d’Italia, The Romanic Review, 8, 1917, pp. 99-107, a p. 101). Forse si può ipotizzare che l’anonimo abbia considerato il verbo al presente e non al congiuntivo. Ma è anche possibile che si tratti di un errore del copista. Nel planh il verbo si accorda normalmente con la pluralità di sostantivi coordinati (Frede Jensen, Syntaxe de l’ancien occitan, Tübingen 1994, § 478) e il passo andrà inteso ‘e le chiede che venga loro in soccorso’.

15. forostada: i mss. hanno forosada I, forostada K. Un emendamento potrebbe essere necessario, dal momento che forostada, lezione ammessa dai precedenti editori, è un hapax nel lessico occitanico: è la sola occorrenza citata in LR, III, s.v. fors (11): forostar «chasser, bannir» ed è pre­sumibilmente l’unica da cui dipende PD, s.v. forostar «mettre dehors, chasser» (il lemma è invece assente nel SW) e non mi pare dare senso, mentre si trovano attestazioni di forestar (cfr. Du Cange, III, s.v. forestare «proscribere, bannire»; LR, III, s.v. forest (5): forestar, e SW, III, s.v. forestar), che corrisponde al significato richiesto dal passo. A favore della lezione dei mss. si veda però a. fr. forostagier «laisser un otage à la discrétion de quelqu’un en ne remplissant pas les conditions qui avaient été stipulées» (Godefroy, s.v. forostagier).

16e i sson cregut: seguo Bertoni e De Bartholomaeis contro Bastard che stampa i’s son cregut, pensando a una forma riflessiva. Per la tendenza al raddoppiamento della sibilante sorda, cfr. François Zufferey, Recherches linguistiques sur lel chansonniers provençaux, Genève 1987, pp. 74-75.

18. gandir: si veda il Donatz: «gandir .i. declinare cum fuga» (cfr. The «Donatz Proensals» of Uc Faidit, ed. by John H. Marshall, London 1969, p. 177.

19demenan: l’errore di IK (demenen) è facilmente emendabile. Bastard traduce l’espressione son dol [...] demenan con «exprime son affliction» e così De Bartholomaeis, che intende «esprime il suo cordoglio». Demenan è però hapax di forma nel lessico occitano e in generale è raro demenar nel corpus trobadorico. Demenar dolor si trova (consultando le COM) nel Fierabras: «Be viratz a payas gran dolor demenar» (v. 3758).

20. cavaliers paubres cortes. Secondo le vidas furono figli di paubre cavalier, tra gli altri, Cadenet, Guilhelm Ademar, Guiraudo Lo Ros, Raimbaut de Vaqueiras e Sordello. Sarebbe forse da revocare in dubbio l’identificazione ventilata da De Bartholomaeis tra i «poveri cavalieri cortesi» e i giullari tout court (cfr. Pps, vol. II, p. 235). Vero è che «giullari e cavalieri non casati erano ritenuti – e a ragione, dal momento che l’origine cavalleresca di molti professionisti della poesia trobadorica è un dato certo – due gruppi fra loro omogenei, se non addirittura costituenti un unico ceto» (Maria Luisa Meneghetti, Il pubblico dei trovatori, Torino 1992, p. 61); ed è noto il caso di Paulet de Marselha, juglar itinerante al servizio degli Svevi. Tuttavia la composizione sociale della corte di Manfredi e prima di quella di Federico II potrebbe far pensare ad un autore di estrazione sociale appena più elevata, forse – in considerazione degli ideali identificati nel principe svevo – un miles. Quindi il planh non esprimerebbe «lo smarrimento della classe giullaresca al momento della perdita del protettore: così come fanno altri ‘compianti’ provenzali [...], ove i giullari si chieggono che mai sarà di essi l’indomani, e presso chi se ne andranno» (Pps, vol. II, p. 235), ma piuttosto lo smarrimento di una classe di fedeli (cavalieri non casati, funzio­nari politici, milites) del sovrano. Si sa d’altronde come, nel secolo XIII , al giullare che va per corti si sostituisca il giullare che segue la corte (cfr. almeno Linda M. Paterson, The world of the Troubadours. Medieval Occitan Society, c. 1100-c. 1250, Cambridge 1993, p. 113).

21. Comincia qui il discorso di Larghezza. Gli editori fanno concludere il discorso con la terza cobla; in teoria si potrebbe prolungare il monologo fino alla quinta, escludendo solo le tornadas, dove riprenderebbe la parola il poeta. Gli elementi a sostegno di questa ipotesi sono: a) le interrogazioni, evidenti nella cobla III, proseguono fino alla quinta; sembra quindi che l’affidare i quesiti a Larghezza costituisca una precisa scelta retorica; b) Larghezza esordisce rivolgendosi ai signori e, ammettendo che il suo discorso prosegua fino alla cobla V, tornerebbe esattamente alla fine ad esortare i nobili (nobili benché forse in miseria): «Prince, Baron, mout v’en degratz marir» (v. 44); c) chi dice ‘io’ interviene cosi solo all’inizio (nell’apostrofe, topica, alla Morte) e, alla fine, nella prima tornada. Benché l’estensione del discorso di Larghezza non sia determinabile con certezza, tali elementi mi sembrano sufficienti a credere che Totas honor sia stato pensato originariamente come una piccola scena teatrale, dove una sola delle personificazioni parla e agisce in prima per­sona, narrando la rovina del mondo. L’avvio del discorso di Larghezza è modellato in parte sulle coblas IV-V di Gaucelm Faidit: «Ai! senher reys valens, e que faran / hueimais armas ni fort tornei espes / ni ricas cortz ni belh don aut e gran, / pus vos no·i etz, qui n’eratz capdelaire» (BdT 167.22, vv. 28-31).

21-22. L’antecedente k potrebbe già aver operato un’inversione tra seignor (che va restituito al v. 21) e il seigner che come cas sujet singolare si adatta meglio al v. 22 (i codici hanno al v. 22 seignor e non seignors come sostiene Bastard). Tuttavia, se è già dubbio il rispetto rigoroso e assoluto della declinazione bicasuale a quest’altezza cronologica e soprattutto in quest’area geografica, nel caso del vocativo le eccezioni sono in ogni epoca numerosissime (cfr. Joseph Anglade, Grammaire de l’ancien provençal, Paris 1977, p. 216). D’altra parte, nella varia lectio occitanica, è comunissimo l’errore di flessione nel caso della coppia seigner/seignor. La lezione 21 seigner sarebbe sostenibile solo a patto di considerare il discorso di Larghezza rivolto a uno solo dei «poveri cavalieri» (cfr. Bertoni 1914, p. 170).

22. toutz: correggo seguendo Bertoni. Si potrebbe emendare anche in tolt (cfr. PD, s.v. tolre): si veda almeno il coevo (1269-1279) planh, da attribuire anch’esso con tutta probabilità ad un autore italiano, En chantan m’aven a retraire: «Morz nos a tolt lo debonaire» (BdT 461.107, v. 17).

24-26. Gli editori emendano, scambiandole di posto, le lezioni 24 anam e 26 anem di IK. Potrebbe trattarsi di un errore di anticipazione dell’antigrafo; mi pare tuttavia possibile mantenere entrambe le forme: 26 anem è infatti normale in un’interrogativa.

25. Bastard cerca di dimostrare che il riferimento a N’Adoart (Edoardo I d’Inghilterra) non implicherebbe lo spostamento cronologico del testo oltre il 1272, data dell’ascesa al trono del principe, come avevano invece sostenuto Zingarelli e Bertoni. Secondo Bastard, infatti: «En 1266, Edouard est bien reconnu comme le véritable souverain de l’Angleterre» (p. 115). Più efficace l’ipotesi di De Bartholomaeis, che argomenta una collocazione alta a ridosso della morte di Manfredi: «Dato siffatto carattere di attualità, non mi impressiona ecces­sivamente la menzione di re Odoardo [...]; noi troppo spesso vediamo, ne’ manoscritti, nomi di persone e di luoghi sostituiti gli uni agli altri, per e­scludere, di fronte a un così grave anacronismo, la possibile sostituzione del nome di «N’Aenric» con quello di «N’Adoart»: l’uno, sarà stato bene il re del tempo dell’autore, l’altro, quello del tempo del copista. In ogni modo, si tratta di cosa incerta» (II, p. 236). Ipotesi ragionevole (soprattutto considerando che la confusione tra un re e l’altro andrebbe ricondotta al solo k o, al limite, all’autore), almeno quanto la conclusione, che impedisce di emendare il testo e lascia in sostanziale incertezza sulla data. Rilevo tuttavia che l’incipit di Totas honors sembra condotto nel segno della memoria, mentre nei compianti il tempo è solitamente scandito da un’estrema – e urgente – contemporaneità.

29. Bertoni 1914, seguito da Bastard, scorgeva un possibile italianismo in trobeiran in luogo di trobaran. Tuttavia, «dans quelque cas, assez rares, la voyelle a de l’infinitif s’est affaiblie en e, comme dans le futur italien [...]» (Anglade, Grammaire, p. 274).

32. Non credo si possano esprimere congetture sull’attribuzione del titolo di imperatore (titolo che Manfredi non ebbe mai, ma che rivendicò negli ultimi anni): si tratterà di un’iperbole, normale in un testo encomiastico. D’altronde lo stesso Federico II veniva chiamato «Imperatore» ben prima dell’incoronazione nel 1220 (cfr. Kurt Lewent, «Das altprovenzalische Kreuzlied», Romanische Forschungen, 21, 1905, pp. 321-448, a p. 354). Tutto cambia se l’autore fosse identificabile con un miles di Manfredi.

39-40. mas trop mal canje fan / nostre baron major: De Bartholomaeis traduce: «ma è un cambio ben grande quello che fanno i nostri baroni», inten­dendo major come coordinato a canje. Mi pare più probabile che l’anonimo abbia voluto, anche se solo genericamente, riferirsi ai baroni di più alto rango (possibile, ma non sicuro, un riferimento, al ‘tradimento’ dei baroni meridionali nei confronti di Manfredi); ed è così che traduce Bastard: nos grands Barons. In provenzale l’espressione si trova nel Judici d’Amor di Raimon Vidal: «non era dels baros majors» (Ramon Vidal de Besalú, Obra poètica II, a cura de Hugh Field, Barcelona 1991, v. 11); ‘maggiori baroni’ è tuttavia locuzione diffusa in italiano, nella Cronica di Villani ma anche nell’anonima Cronica fiorentina databile verso la fine del Duecento (cfr. Testi fiorentini del Dugento e dei primi del Trecento, a cura di Alfredo Schiaffini, Firenze 1926, pp. 82-150, e le altre occorrenze rinvenibili nella banca-dati dell’OVI). In generale: «L’epiteto baron aveva in ant. fr. un impiego molto più esteso e un significato più generico di quelli, ristretti e specifici, ad esso connessi oggigiorno. Ma anche se è indubbio che nell’ultimo quarto del XIII secolo serviva comunemente a designare la persona di rango sociopolitico elevato, il vassallo, il piccolo signore beneficiario di diritti feudali, per tutto il medievo con la sua adozione erano soprattutto la virilità del comportamento e le capacità guerriere ad essere chiamate in causa e a trovare sanzione» (Canzoni di crociata francesi e provenzali, a cura di Saverio Guida, Luni 2001, p. 344). Le osservazioni di Guida mi sembrano valide anche per il contesto trobadorico.

41. Rispetto al riferimento topico a ‘Colui che fece terra, cielo e mare’ («aisselh que fes cel e terra e mar», Raimon Menudet, Ab grans dolors et ab grans marrimens, BdT 405.1, v. 26; «E can ac fayt cel e terra e mar», Cerveri de Girona, De Deu no·s deu nuyll hom maraveyllar, BdT 434a.15, v. 25), l’anonimo inserisce qui tutti e quattro gli elementi della cosmologia medievale combinati al motivo biblico dei segni della morte di Cristo (Matth., 24:29 e sgg.). — troblar: secondo Bastard «n’est pas italianisme, un gallicisme se comprend mal»; e infatti il critico conclude, pur senza intervenire sul testo, per un errore del copista. In occitano si trova normalmente torbar nel senso di ‘troubler’. Si potrebbe anche ipotizzare, come mi fa notare Linda Paterson, un *tremblar, mal inteso dal copista di k.

44V’en: come notano Bertoni e Bastard è scorretto in provenzale: la forma accettabile sarebbe vo·n. Ma anche qui l’aporia è irrisolvibile: v’en è possibile, anzi comune, in italiano antico e la scorrezione potrebbe essere quindi attribuita sia a un ipotetico autore italiano sia all’antigrafo k. Bertoni 1914 ventilava anche qui l’ipotesi dell’italianismo, ma sosteneva la congettura con argomenti estetici che a me paiono poco condivisibili: «Dato poi che v·en sia la vera lezione, anzi che una sostituzione di un copista italiano, bisognerebbe ammettere che il testo fosse opera d’un Italiano. Potrebbe farlo credere, a dire il vero, la forma alquanto pedestre del ‘pianto’, ricco d’esagerazioni d’ogni sorta [...], ricalcato sul celebre planh di Gaucelm Faidit [...], e pieno di reminiscenze di componimenti del medesimo genere» (p. 171).

46sirventes: l’autodefinizione in tornada testimonia di una percezione dei generi estremamente fluida: il planh è un sirventes (forse in ragione della chiara ripresa metrica da un modello determinato). Ventuno planhs provenzali sui quarantasei del corpus preso in esame sarebbero infatti dei contrafacta «possibili» o «probabili», secondo Raffaella Pelosini, «Contraffazione e imitazione nel genere del compianto funebre romanzo», in Metriques du Moyen Âge et de la Renaissance. Actes du colloque international du Centre d’Etudes Métriques, textes édités et présentés par Dominique Billy, Paris 1999, pp. 207-232, a p. 211.

50-51. I mss. considerano femminile arnes (‘armatura’), maschile in provenzale (come l’a. fr. harnais; cfr. FEW, XVI, s.v. *HERNEST). Si noti che in Veneto – ma non solo – alla fine del Duecento e ai primi del Trecento è normale il plurale le arnese (cfr. Testi veneziani del Duecento e dei primi del Trecento, a cura di Alfredo Stussi, Pisa 1965, passim), contro il toscano l’arnese. Cfr. in generale TLIO, s.v. arnese. Potrebbe trattarsi di un’ulteriore, minima traccia della localizzazione veneta dell’anonimo (se non è invece da considerare una correzione automatica dei copisti). Il secondo termine, secondo il PD, s.v. conre, corrisponde ancora a «équipement militaire». Ma si veda anche il SW, s.v. conre (2): «Kriegerische Ausrüstung», dove si cita il nostro passo (attribuito, seguendo Mahn, ad Aimeric), e si corregge LR, che intendeva invece in senso figurato.

52. Bastard traduce Juven con «Amabilité», spiegando di aver inizialmente propeso per «jeunesse en fleur». Ritengo ‘Gioventù’ adatto al contesto, se il Novellino e i Conti di antichi cavalieri traducono senza esitazione con «re giovane» il joven rei dei provenzali.

[MG]


BdT    Anonimi    IdT

Testo    Circostanze storiche