Nota metrica

An, Dompna, s’ieu vos clamei amia (BdT 461.97)

 

 

 

Cobla singola polimetrica con schema rimico-metrico a8’ b8 a8’ b8 a7’ b7 b7 b7 b7. Rima inclusiva al v. 3 e rima identica al v. 6, o meglio mot tornat amia (vv. 1 e 6) con variazione mia (v. 3). Rima ricca ai vv. 7:8:9. 

Il testo viene erroneamente repertoriato da Frank nello schema 265, a7’ b7 a7’ b7 a7’ b7 b7 a7’ b7 b7, insieme a 8 coblas (AimPeg 10,13, BtAurel 79,1, GuiCav 192,5, GlBaux 209,3, GlFig 217,1b, Lamb 280,1, Sord 437,32, UcSt-C 457,30) e una pastorella (GuiUss 194,13). Innanzitutto si noti che 192,5 non ha due strofi ma è uno scambio di coblas con il Comte de Toulouse (186,1), come si può evincere facilmente dalla bibliografia di Frank; inoltre quelle che Frank definisce delle tornadas in 209,3 e 457,30 non sono delle tornadas bensì degli schemi metrici diversi con due versi in più. Si faccia attenzione però che tutti i testi inclusi nello schema hanno le stesse rime della cobla, cioè -ia e -or, eccetto 437,32 che ha -eia in vece di -ia. Frank pone come commento alla cobla «texte mal conservé», potrebbe quindi supporsi un’eventuale ipotesi di un verso ritenuto perso, che avrebbe fatto rientrare il nostro testo a pieno titolo nello schema 265, almeno per quanto riguarda il numero dei versi e, forse, le rime. Però nonostante l’edizione riportata in bibliografia sia quella di Kolsen (peraltro l’unica edizione critica, in quanto esisteva solo l’edizione diplomatica di Stengel), non si tiene alcun conto della lunghezza dei versi del testo stabilito, cioè dello schema metrico 8a’ 8b 8a’ 8b 8a’ 8b 8b 8b 8b, non riportando quindi né lo schema di Kolsen né quello desumibile dal manoscritto. Forse è stato proprio l’ipotetico e presunto isosillabismo delle coblas che ha portato ad una lunga serie di letture e interpretazioni deficitarie (una semplice ricostruzione del testo manoscritto attraverso l’apparato di Kolsen può essere bastata a Frank per intuire una forte presenza di settenari e di problemi ricostruttivi e interpretativi, e averlo condotto ad una soluzione affrettata). Maus, n. 254, indicava invece la successione corretta delle rime, ma senza segnalare né la misura dei versi né l’uscita.
Ma è facilmente dimostrabile che non tutte le coblas sono necessariamente monometriche, sia se si tratti di coblas di 10 vv., come si può notare da qualche esempio scelto a caso (dimostrando in questo modo non valida almeno una parte dei presunti motivi per considerare 461,97 un «texte mal conservé»):

461,227: a8 b8 b8 c7’ d8 d8 c7’ e8 e8 c7’ 
246,1: a7’ b7 b7 a7’ c8 d8 d8 c8 e10’ e10’
341,1: a8 b8 b8 a8 c7’ d8 d8 c7’ d8 d8
95,1: a6 a6 b6 a6 b6 b8 c8’ c8’ d8 d8
82,76: a8 b8 a8 b8 c6’ d8 d8 c6’ d8 d8

sia se si tratti di coblas di 9 vv., che sono tutt’altro che rarissime, contandosene 44 nel corpus trobadorico (eliminando quindi un’altra parte dei suddetti motivi):

82,36: a4 b6 b10 c7’ d7 d7 e7 f7 f7 
95,3: a7 b7 c7’ d8 d8 e8 e8 f6’ f10’ 
205,6: a8 b8 b8 a8 a8 c7’ c7’ d8 d8 
246,22: a8 b8 b8 a8 c10 c10 d10’ d10’ b10 
305,17: a8 b8 b8 a8 a8 c10’ c10’ d10 d10 
344,2: a7’ b7 b5 b7 b5 b5 a7’ b7 b7 
461,196: a7 a3 b7’ a7 a3 b7’ c5’ d7 d7

La situazione non cambia anche se si tiene conto solo del manoscritto in cui è contenuta la nostra cobla, P; 45 infatti sono le coblas polimetriche conservate, oltre a 461,97, di cui vediamo qualche esempio:

82,51: a7’ b7 a7’ b7 c7 c7 d8 d8 e8’ e8’
82,61: a8’ b8 a8’ b8 c8’ c8’ d10 d10
82,70: a8 b8 b8 a8 c8 c8 d10 d10
82,72: a7’ b7 a7’ b7 c7 c7 d10’ d10’
82,73: a10’ b10 a10’ b10 c8’ c8’ d10 d10
156,11: a8 b8 a8 b8 c6’ d8 d8 c6’ d8 d8 
461,213: a8 b8 b8 a8 c8 c8 d7’ d7’ c8 c8 
461,227: a8 b8 b8 c7’ d8 d8 c7’ e8 e8 c7’

Così come non mancano esempi di coblas di 9 vv., altre 8 oltre la nostra:

082,050: a10’ b10 a10’ b10 a10’ b10 a10’ b10 a10’ 
096,3: a8 b8 b8 a8 c8 c8 a8 d10’ d10’
096,10: a10’ b10 a10’ b10 a10’ b10 a10’ b10 a10’
461,126: a8 b8 b8 a8 c8 a8 a8 c8 c8
461,27: a10 b10 b10 c10 b10 b10 c10 a10 a10
461,165: a8 b8 a8 b8 c8 c8 d8 d8
461,193: a8 b8 b8 a8 c8’ c8’ d8 d8 a8
461,211: a10 b10 b10 a10 a10 a10 c10 c10 a10

A meno che non si voglia ritenere che anche 96,3 sia mal conservata e che tutte le coblas di 9 vv. di P debbano essere monometriche. Al quinto verso però la lezione del manoscritto bens è stata corretta in be·us, mantenendo così la misura del verso un settenario femminile. Si è quindi ritenuto che il verso presentasse dei problemi, che avrebbero potuto essere risolti anche in altro modo: per esempio emendando in be vos, trasformando il verso in un ottonario ovviamente sempre femminile. Questa emenda avrebbe permesso di legare metricamente il verso ai primi quattro ottonari, tra i quali sono presenti altri due ottonari con la stessa rima (che poi è l’elemento fondante del testo). Inoltre avrebbe permesso di considerare un blocco unico i quattro settenari monorimici finali. Invece possiamo considerare il verso 5 come un vero e proprio verso di raccordo fra le due ‘quartine’: esso infatti mantiene il contatto con la prima conservando la rima femminile (che non potrebbe lasciare in quanto, come si è detto, forma strutturante del componimento), mentre inaugura il contatto con la seconda parte del testo utilizzando un settenario, necessariamente femminile, e aprendo la serie dei successivi quattro settenari finali.

Un meccanismo simile sembra non essere isolato nel corpus trobadorico:

Bel m’es quan d’armatz aug refrim 
de trompas, lai on om s’escrim, 
e trazon prim 
l’arquier melhor, 
nostri e lor, 
e vey de senhas bruelha: 
adoncx trassalh 
cor de vassalh, 
tro que sos cors s’erguelha. 

Coms de Tolza, on plus esprim 
los ricx, vos vey de pretz al cim, 
e vuelh qu’aissi·m 
don Dieus s’amor 
cum part l’aussor 
vostre ricx pretz capduelha; 
sol qu’a un talh 
qui ara·us falh 
may ab vos no s’acuelha. 

La Marcha, Foys e Rodes vim 
falhir ades als ops de prim; 
per qu’ieu·ls encrim 
de part honor 
e de valor, 
don quasqus si despuelha, 
qu’en talh sonalh 
an mes batalh 
don non tanh pretz los vuelha . 

(Gl Mont 225,3, Frank 80:1, vv. 1-27)

Lo schema metrico è a8 a8 a4 b4 b4 c6’ d4 d4 c6’, quindi con strofi di 9 vv. . In questo caso, nel terzo verso viene mantenuta la stessa rima dei due versi precedenti, ma viene inaugurato una nuova misura che è (in alcune strofi anche sintatticamente) legata ai versi successivi, di rima diversa ma di misura uguale.

Bel m’es lai latz la fontana 
erba vertz e chant de rana: 
com s’obrei 
pel sablei 
tota nueit fors a l’aurei, 
e·l rossinhols mou son chant 
sotz la fueilla el vergant, 
sotz la flor m’agrada 
dous’amors privada. 

Dona es vas drut trefana 
de s’amor pos tres n’apana: 
estra lei
n’i son trei, 
mas ab son marit l’autrei 
un amic cortes prezant. 
E si plus n’i vai sercant 
es desleialada 
e puta provada. 

Mas si·l drutz premers l’enguana 
- enguans, si floris, non grana - 
lai felnei 
ses mercei, 
mas ben gart no s’ensordei. 
Qui s’amigua vai trichant 
trichatz deu anar muzant; 
amigu’ a trichada, 
pueis: “Bada, fols, bada!” . 

(Bn Marti 63,3, Frank 155:1, vv. 1-27)

Lo schema metrico è a7’ a7’ b3 b3 b7 c7 c7 d5’ d5’, sempre con strofi di 9 vv. . Anche in questo caso il quinto verso mantiene la stessa rima dei due versi che lo precedono, mentre utilizza la misura dei due versi successivi.

Lonbart sai eser d’aitan 
c’ieu non voigll c’om gir 
de gioi ni de can; 
antç voill obesir 
ferms e fins de bon talan 
mi don, ce·m met en songnan, 
e Amor, ce·m vai gravan, 
c’abdui fan si lo senblan 
on plus mi volon delir; 
c’apres ma pena creguda 
n’aurai gioi cregut, 
cant Amors, ce m’a vencut, 
m’aura lei vencuda. 

Amors mi sec menasan, 
c’ieu non puosc fugir; 
lieis, ce·m fug denan, 
non puosc ieu segir. 
Ainsi·m van abdui penan, 
l’uns fugen, l’autre casan, 
c’Amors, ce·m vai trabaglian, 
me ten; l’autra·m fug e·m gan, 
ce·m pogra del tut garir; 
l’uns me pren, l’autra·m refuda, 
ce ieu non refut, 
car esper n’aver salut 
sol s’ela·m saluda. 

Mos cors e mei uogll mi fan 
penar e langir, 
e·l cor consiran 
e li uogll causir 
liei, ce·m vai de si lugnan; 
car vesen liei vogll mon dan, 
vau sai e lai esgardan 
autra qe·m leuges l’afan; 
mas tart es del repentir, 
car mos fins cors, ce no·s muda, 
me dis c’ieu no·m mut, 
e non vol c’autra m’agut, 
s’ela non m’aguda . 

(P Brem 330,19, Frank 214:1, vv. 14-52)

Le strofi sono di 13 vv., lo schema metrico è a7 b5 a5 b5 a7 a7 a7 a7 b7 c7’ d5 d7 c5’. In questo caso, leggermente più articolato in quanto le rime sono alternate all’inizio del componimento, dopo un settenario come incipit, il secondo verso apre una breve sequenza di quinari con rime alternate; questa viene però immediatamente superata da una sequenza di quattro settenari monorimici, che riprendono anche il settenario dell’incipit come eco, ma che formano un nuovo nucleo ben delineato che addirittura porta con sé la rima b ancora in forma di settenario (l’unità del blocco è dimostrata dalla presenza nelle strofi considerate, II, III e IV, di uno stacco sintattico).

Vilans dic qu’es de sen issitz, 
quan si cuida desvolopar 
de la pel en qu’el es noiritz 
ni la vol per autra camjar; 
qu’ieu sai e totz lo mons ho ditz 
qu’ades retra hom lai don es issitz, 
e quan vilas se cuida cortes far, 
per plus fol l’ai que s’anava turtar . 

(An 461,250, Frank 219:1)

Una cobla questa volta, di 8vv., con uno schema a8 b8 a8 b8 a8 a10 b10 b10. Il v. 6 prolunga e spezza la rima alternata, utilizzando la stessa rima, ma contemporaneamente apre la chiusa dei tre decenari.

Coms, qe vol enseignar
evesqe a segnar,
fora meilz c’aprezes
com deges tornejar
en fort tornei espes:
q’eu no cuit c’anc tornei vezes
ni cocha qe gent fos ferida,
se doncs no·i venc a meszauzida!
D’onor m’es vis qes eu ai tan
qant el valra d’armas Rolan .

(Evêque de Clermont 95,1, Frank 125:1)

Un’ultima cobla di10vv., con schema a6 a6 b6 a6 b6 b8 c8’ c8’ d8 d8. Il v.6 mantiene la rima finale della prima parte composta da versi più brevi (senari maschili), ma prende la misura della seconda parte, un ottonario, che tra l’altro è seguito immediatamente da un couplet di due ottonari femminili, per poi, nel couplet finale, riprendere l’ottonario maschile. 

Indicativo il fatto che esista anche il fenomeno inverso, di cui si dà un solo esempio data la lunghezza della strofe:

L’autrier el dous temps de Pascor,
en una ribeira,
aniey cercan novella flor
cost’ une sendieyra;
e per delieg de la verdor
e quar es entieyra
la bona fes qu’ieu port d’amor
a ma vertadieyra
senti al cor una doussor,
et a la primeyra
flor qu’ieu trobiey, torney en plor,
tro qu’en un’ombreira
ieu reviriey mos huelhs alhor,
et una bergeira
la vi, ab la fresca color,
blanca cum nevieyra,
e son plus bel
de nulh auzelh
siey huelh gentil,
humil,
que mil
qu’a vil
lau vezon, met el fil
et en la carrieyra
de ben amar
ses mal estar;
e qui lieys ve,
sap be
desse
que re
no·lh pot hom dir mas be,
tant es plazentieyra.

(Joi Toul, 270,1, Frank 233:1, vv. 1-32)

Una pastorella con 3 strofi di ben 32 vv., con uno schema a8 b5’ a8 b5’ a8 b5’ a8 b5’ a8 b5’ a8 b5’ a8 b5’ a8 b5’ c4 c4 d4 d2 d2 d2 d6 b5’ e4 e4 f4 f2 f2 f2 f6 b5’. In questo caso il v. 19 e il v. 27 mantengono invece la misura della sequenza immediatamente precedente, utilizzando però la stessa rima di quella successiva; si noti inoltre che le sequenze considerate iniziano esattamente alla metà e all’ultimo quarto del componimento.