Rialto     IdT

41.1

 

   

Austorc de Segret

 

 

 

 

   

I.

   

No sai qui·m so, tan suy desconoyssens,

   

ni say don venh, ni sai on dey anar,

   

ni re no sai que·m dey dire ni far,

4  

ni re no sai on fo mos nayssemens,

   

ni re no say, tan fort suy esbaÿtz,

   

si Dieus nos a o dïables marritz:

   

que Crestïas e la ley vey perida,

8  

e Sarrazis an trobada guandida.

   

 

   

II.

   

Yeu vey gueritz los paguas mescrezens:

   

e·ls Sarrazis e·ls Turcx d’outra la mar,

   

e·ls Arabitz, que no·n cal un gardar

12  

del rey Felips – dont es grans marrimens –

   

ni d’En Karle, qu’elh lur es caps e guitz!

   

No sai dont es vengutz tals esperitz

   

que tanta gens n’es morta e perida,

16  

e·l reys Loïx n’a perduda la vida.

   

 

   

III.

   

Anc mais no vim del rey que fos perdens:

   

ans l’avem vist ab armas guazanhar

   

tot quant anc volc aver ni conquistar.

20  

Mas eras l’es vengutz abaissamens,

   

et es ben dreitz quar es a Dieu falhitz:

   

qui falh a Dieu en remanh escarnitz,

   

qu’anc mais no fo mas per Karl’escarnida

24  

crestïantatz, ni pres tan gran falhida.

   

 

   

IV.

   

Ar aura ops proez’et ardimens

   

a·n Audoart, si vol Haenric venjar,

   

qu’era de sen e de saber ses par,

28  

e tot lo mielhs era de sos parens;

   

e si reman aras d’aisso aunitz,

   

no·l laissaran ni cima ni razitz

   

Frances de sai, ni forsa ben garnida

32  

si sa valors es de pretz desgarnida.

   

 

   

V.

   

Guerra mort. . . . . . . . . .  sanglens

   

qu . . . . . . . . . . . . pogues escapar

   

. . . . . . . . . no conogues s . . . . . . .

36  

. . . . . . . . . mor et ab desca . . . . . .

   

. . . . . . . gra vezer e ca . . . . . . . . .

   

e derrocar fortz castelhs ben bastitz,

   

e qu’om crides soven «a la guerida!»

40  

a N’Audoart, qu’a la patz envazida!

   

 

   

VI.

   

Mosenher N’Oth, qu’es de donar razitz,

   

de Lomanha, e de pretz caps e guitz,

   

fatz assaber que Karles nos desguida,

44  

e·l reys frances, don la Gleyz’es aunida.

   

 

   

VII.

   

Mos sirventes, Cotellet, sia ditz

   

Mossenhor N’Oth, qu’es lauzatz e grazitz

   

per los plus pros a sa valor grazida,

48  

e donar t’a rossin a la partida.

 

 

Traduzione [lb]

I. Sono smarrito a tal punto che non so chi sono, né da dove vengo né dove devo andare, non so nulla di cosa devo dire o fare, né circa la mia origine: non so nulla, sono totalmente confuso: Dio o un diavolo ci ha così afflitti che vedo i Cristiani e la religione cristiana distrutti, e i Saraceni hanno trovato un rifugio sicuro.

II. Io vedo i pagani miscredenti vivere in pace: e i Saraceni, e i Turchi d’Oltremare, e anche gli Arabi, poiché nessuno di loro deve guardarsi dal re Filippo, cosa molto triste a dirsi, né dal nobile Carlo, poiché egli è loro capo e guida! Non so dire quale posto abbia generato questo spirito che ha causato la morte e la distruzione di così tante persone, ma il re Luigi ha perso la vita per questo.

III. Non avevamo mai visto prima il re Carlo sconfitto: al contrario lo avevamo sempre visto vincere con la forza delle armi tutto ciò che aveva desiderato possedere o conquistare. Ma ora è stato umiliato, ed è giusto così, poiché ha tradito Dio: chiunque tradisca Dio finisce nell’ignominia, poiché mai prima d’ora, se non a causa di Carlo, la cristianità è stata così umiliata o ha subito un tale rovescio.

IV. Ora Edoardo avrà bisogno di ardimento e coraggio se vuole vendicare Enrico, che fu ineguagliato in saggezza e sapienza, e fu il migliore della sua stirpe. Ma se continua ad essere così ignavo, i Francesi di qui non gli lasceranno né ramo né radice, né un esercito ben equipaggiato, se la sua condotta sarà priva di merito.

V. La guerra... sanguinosa... potrà sfuggire... e demolire castelli fortificati e ben costruiti, e gli uomini possono gridare spesso “al riparo” al nobile Edoardo, che ha turbato la pace!

VI. Io voglio far sapere al mio signore Othonne di Lomagne, che è radice di generosità e capitano e condottiero di valore, che Carlo ci sta portando fuori rotta, e così anche il re di Francia, che copre la Chiesa di vergogna.

VII. Cotellet, fai in modo che il mio sirventese sia eseguito al mio nobile signor Othonne, che con le sue acclamate virtù è lodato e apprezzato dai più degni, e ti regalerà un cavallo quando ripartirai.

 

 

 

Testo: Paterson 2012, con modifiche di cm. – Rialto 8.xi.2017.


Ms.: C 369r.

Edizioni critiche: Carl Appel, Provenzalische Inedita aus Pariser Handschriften, Leipzig 1890, p. 14; Césaire Fabre, «Le sirventes d’Austorc de Segret», Annales du Midi, 22, 1910, pp. 467-81, a p. 469; Linda Paterson, «Austorc de Segret, [No s]ai qui·m so tan suy [des]conoyssens (BdT 41.1)», Lecturae tropatorum, 5, 2012, 16 pp., a p. 11.

Altre edizioni: François Juste-Marie Raynouard, Choix des poésie originales des troubadours, 6 voll., Paris 1816-1821, vol. V, p. 55 (parziale); Félix duc de La Salle de Rochemaure – René Lavaud, Les troubadours cantaliens, 2 voll., Aurillac 1910, vol. II, p. 572 (testo Fabre); Linda Paterson, Rialto 6.xi.2012 (testo Paterson).

Metrica: a10 b10 b10 a10 c10 c10 d10’ d10’ (Frank 577:66). 5 coblas unissonans di 8 versi ciascuna, seguite da 2 tornadas di 4 versi. Rime: -ens, -ar, -itz, -ida.

Ed. Paterson: 45 digz.

Note: Il componimento, databile tra 1271 e 1274, s’incentra sulla triste condizione dei cristiani in Oriente ed esprime una dura condanna rivolta al nuovo re di Francia, Filippo III, e a Carlo d’Angiò, rei di aver concordato la pace di Tunisi dopo il fallimento dell’Ottava Crociata. Al tempo stesso, il poeta manifesta il suo cordoglio per la morte di Enrico di Cornovaglia, il figlio del rex Romanorum Riccardo di Cornovaglia, che fu brutalmente assassinato a Viterbo il 13 marzo 1271 per mano di Gui di Montfort. Si vedano le Circostanze storiche.

1-8. Il procedimento retorico della prima cobla, fondato sulla concatenazione di proposizioni negative (inaugurato dal celebre Farai un vers de dreit nien di Guglielmo IX, BdT 183.7: cfr. Paterson, «Austorc de Segret», p. 5), è funzionale all’espressione di smarrimento dinanzi alla disgregazione della compagine franca d’Outremer.

12. rey Felips: è Filippo III l’Ardito (1245-1285), primogenito e successore del re di Francia Luigi IX, morto il 25 agosto 1270 durante l’Ottava Crociata: si vedano le Circostanze storiche.

13. En Karle: si tratta di Carlo I d’Angiò (1226-1285), ultimogenito di Luigi VIII e Bianca di Castiglia, fratello di Luigi IX e zio di Filippo III. È qui definito ironicamente caps e guitz (‘condottiero e guida’) dei musulmani per sottolinearne il totale disinteresse, al pari del nipote Filippo, nei confronti dello spirito di crociata (cfr. Circostanze storiche).

16 reys Loïx: è Luigi IX il Santo (1214-1270). Si fa qui esplicito riferimento alla sua morte, dovuta probabilmente a una grave dissenteria mentre si trovava a Tunisi: si vedano le Circostanze storiche.

23-24. I versi alludono verosimilmente agli accordi stipulati da Carlo d’Angiò e Filippo III con l’emiro di Tunisi nel novembre 1270, a causa dei quali la cristianità è escarnida (‘irrisa, schernita’): cfr. Circostanze storiche.

25-26. I protagonisti citati in questi due versi sono il re d’Inghilterra Edoardo III (1239-1307) e suo cugino Enrico di Cornovaglia (1235-1271), figlio di Riccardo di Cornovaglia, all’epoca dei fatti Re dei Romani. L’incitamento da parte di Austorc a «proez’et ardimens» (v. 25) risponde essenzialmente alla necessità di vendicarsi dell’assassinio di Enrico a Viterbo da parte di Gui di Montfort: questi, coadiuvato dal fratello Simon, desiderava a sua volta vendicare l’uccisione del padre durante la battaglia di Evesham (cfr. Paterson, «Austorc de Segret», p. 2). Si rinvia alle Circostanze storiche. Il ricordo della morte di Enrico costituisce, ai fini della datazione, un attendibile terminus post quem per la composizione del sirventese.

29-32. Il timore di Austorc che i «Frances de sai» (v. 31), nelle persone di Filippo III e Carlo d’Angiò, potessero finire per estinguere l’intero casato di Edoardo (cui allude la metafora della cima e della razitz, v. 30) è probabilmente da ricondurre alla questione del possesso inglese dell’Aquitania, sovente messo a rischio dalle ambizioni territoriali dei sovrani francesi.

41. Mosenher N’Oth: si tratta di Arnaldo Ottone II che, come ricorda Fabre, «Le sirventes», p. 475, «fut vicomte de Lomagne et d’Auvillars de 1235 à 1274 au plus tard». L’anno della sua morte – il 1274, appunto – costituisce il terminus ante quem per la stesura del componimento.

45. Si emenda digz in ditz (come già proposto da Fabre, «Le sirventes», p. 472) al fine di ripristinare la coerenza grafica del testo in posizione di rima.

[cm]


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Circostanze storiche