Rialto    IdT

80.22

 

   

Bertran de Born (Duran sartor de Paernas / Guigo de Cabanas?)

 

 

 

 

   

I.

   

Guerr’e pantais veg et affan

   

a mant baron malvaz, truan.

   

Pauc m’es del dol e menz del dan,

4  

per que·m voill alegrar chantan,

   

quar ab joi vauc et ab joi pes.

   

E pensamenz no m’empacha,

   

ni sabers no·m fai sofracha

8  

de far un novel serventes.

   

 

   

II.

   

Guerra·m platz, si tot guerra·m fan

   

Amors e ma donna tot l’an,

   

quar de gerra vei trair’enan

12  

cortz e domnei, solatz e chan.

   

Guerra fai de vilan cortes,

   

per qe·m platz gerra ben facha

   

e·m platz qan la treva es fracha

16  

dels esterlins e dels tornes.

   

 

   

III.

   

Esterlins e tornes camjan,

   

tollen e meten e donan,

   

veirem dels dos reis anz d’un an

20  

lo menz croi, segon mon semblan.

   

Pero·l segner coms, ducs, marques

   

n’a ben sa pegnora tracha;

   

mal metre l’on fai per gacha:

24  

so dizon gascon et engles.

   

 

   

IV.

   

Ara para qui meillz poiran

   

soffrir los maltraitz ni·l mazan:

   

maint caval bai e maint feran

28  

veirem, e maint elm e maint bran

   

e maint colp ferrir demanes,

   

maint braz, mainta testa fracha

   

maint mur, mainta tor desfacha,

32  

maint chastel forsat e conqes.

   

 

   

V.

   

Ges non crei frances ses deman

   

tengan lo desirit que fan

   

a tort a maint baron presan;

36  

per que meravilha·m don gran

   

del seignor dels aragones,

   

car a lor dan no destacha,

   

puois a los s’a de sa pacha

40  

desmandat lo coms, ducs, marches.

   

 

   

VI.

   

Qui·s voilla n’aia mal o bes

   

o enpacha o desempacha

   

o braz rot o testa fracha,

44  

que tant m’es dels mortz com del pres.

   

 

   

VII.

   

Gai mi ten una gaia res,

   

avinenz, joves, ben facha,

   

et ai ab leis una pacha

48  

com an pisan ab genoes.

 

 

Traduzione [ab]

I. Assisto alla guerra, ai tormenti e alle sofferenze di molti baroni malvagi, vili. Mi importa poco del [loro] dolore, meno ancora della [loro] rovina, sicché mi voglio rallegrare cantando, perché mi accompagno alla gioia e con gioia penso. E le preoccupazioni non mi intralciano, né l’ingegno non mi manca per comporre un nuovo sirventese.
II. Mi piace la guerra, sebbene mi facciano guerra tutto l’anno Amore e la mia donna, perché con la guerra vedo progredire cortesia e servizio amoroso, divertimento e canto. La guerra rende cortesi i villani, sicché mi aggrada la guerra ben condotta e mi piace quando è infranta la tregua tra sterline e tornesi.
III. Cambiando, rubando, spendendo e donando sterline e tornesi, vedremo di qui a un anno quale dei due re è il meno vile, secondo me. Perciò il signore conte, duca, marchese ha fatto bene a prendere il suo pegno; a torto lo si fa mettere di guardia: così dicono guasconi e inglesi.
IV. Ora sarà chiaro chi potrà sopportare meglio le sofferenze e la pena: vedremo molti cavalli bai e molti grigi, e molti elmi e molte spade e molti colpi sul campo, molte braccia, molte teste rotte, molte mura, molte torri distrutte, molti castelli presi d’assalto e conquistati.
V. Non credo che i francesi possano conservare senza nessun reclamo i territori che hanno sottratto ingiustamente a molti baroni valorosi; perciò mi stupisce fortemente il comportamento del signore degli aragonesi, perché non si separa [da loro] danneggiandoli, mentre il conte, duca, marchese ha rinunciato al suo trattato con loro.
VI. Chiunque lo voglia ne abbia male o bene, o ostacolo o liberazione, braccia spezzate o testa rotta, perché per me non c’è differenza tra morti e prigionieri.
VII. Mi rende gaio una gaia creatura, avvenente, giovane, dalle belle fattezze, e ho con lei un patto come l’hanno i pisani con i genovesi.

 

 

 

Testo: Gouiran 1985, con modifiche di ab.– Rialto 3.iv.2017.


Mss.: I 176r, K 161v, M 243v, T 171v, a1 523 (fino alla quarta sillaba del v. 28), d 289. IKTd assegnano la lirica a Bertran de Born; più plausibili le attribuzioni di M, a Duran sartor de Paernas, e a1, a Guigo de Cabanas (cfr. le Circostanze storiche).

Edizioni critiche: Albert Stimming, Bertran de Born. Sein Leben und seine Werke. Mit Anmerkungen und Glossar, Halle 1879, p. 168; Id., Bertran von Born, Halle 1892, p. 139; Id., Bertran von Born, Halle 1913, p. 144; Gérard Gouiran, L’amour et la guerre. L’œuvre de Bertran de Born, 2 voll., Aix en Provence 1985, vol. II, p. 830; William D. Paden - Tilde Sankovitch - Patricia H. Stäblein, The Poems of the Troubadour Bertran de Born, Berkeley - Los Angeles - London 1986, p. 460.

Altre edizioni: Vincenzo De Bartholomaeis, Poesie provenzali storiche relative all’Italia, 2 voll., Roma 1931, vol. I, p. 71 (testo delle prime due coblas e della prima tornada Stimming 1913).

Metrica: a8 a8 a8 a8 b8 c7’ c7’ b8 (Frank 41:1, unicum). Cinque coblas unissonans di otto versi, due tornadas di quattro. Rime: -an, -es, -echa. Lo stesso schema metrico, con rime diverse, caratterizza anche due componimenti di Bernart de Ventadorn, En consirier et en esmai (BdT 70.17) e Ges de chantar no·m pren talans (BdT 70.21), oltre che la pastorella L’autre dia, per un mati di Gavaudan (BdT 174.6).

Ed. 1985: 21-24 Per so·l segner coms, ducs, marques / n’a ben sa pegnora tracha, / mas metre lo fan per gacha, so·m diz om, Gascon et Engles; 28-31 maint escut, maint elm e maint bran, / e maint colp ferrir demanes, / maint mur, mainta tor descfacha / veirem, mainta testa fracha.

Note: Sirventese composto con tutta probabilità in Provenza nel 1242, incentrato sui preparativi di un nuovo scontro tra la corona inglese e quella francese: si vedano le Circostanze storiche.

3-4. Rispetto agli scontri evocati nel primo verso, il poeta non si dichiara soltanto indifferente: la guerra provoca un’irrefrenabile gioia, espressa tramite il canto.

9. La ripetizione di guerra, presente anche ai vv. 11, 13 e 14 e associata in questo passo, come al v. 14, al verbo plazer, esprime in modo esplicito l’elogio dello scontro militare anticipato nella prima cobla. Sempre che il testo non sia proprio di Bertran de Born, tale topos rende manifesta l’adesione del poeta a una specifica tradizione della lirica trobadorica, quella dei sirventesi guerreschi del signore di Hautefort, spesso imperniati su questo particolare motivo. Cfr. a riguardo Simone Marcenaro, «Bonifacio Calvo alla corte di Alfonso X: la regalità assente», Critica del testo, 10, 2007, pp. 9-32, alle pp. 11-12, nota 8: inaugurato da testi quali Be·m platz car trega ni fis (BdT 80.8, vv. 1-2: «Be·m platz car trega ni fis / non reman entre·ls baros») e unito spesso all’«inversione del topico esordio stagionale», tale motivo «si ripresenta sistematicamente nei sirventesi di tema bellico, lungo tutta la produzione provenzale; per questo motivo pare legittimo parlare di una “funzione Bertran”, [...] impiegata come vera e propria auctoritas stilistica». Si veda ad esempio l’esordio di un sirventese composto nella seconda metà degli anni Trenta del Duecento, Guerra mi plai, quan la vei comensar di Blacasset (BdT 96.6), vv. 1-7: «Gerra mi play, quan la vei comensar, / quar per gerra vey los pros enansar, / e per gerra vey mantz destriers donar, / e per gerra vey l’escas larc tornar, / e per gerra vey tolre e donar / e per gerra vey las nueigz trasnuechar / don gerra es drechuriera, so·m par», citato da Gouiran, L’amour et la guerre, vol. II, p. 836, proprio per commentare la seconda cobla di Guerr’ e pantais. In generale, cfr. Stefano Asperti, «L’eredità lirica di Bertran de Born», Cultura neolatina, 64, 2004, pp. 475-525, in particolare alle pp. 503-523.

10. La presenza del tema amoroso, ripreso nella seconda tornada, suggerisce di ascrivere la lirica al genere della canzone-sirventese.

15-16. Dopo aver ribadito la propria passione per la guerra mediante la celebrazione della rottura delle tregue militari, il trovatore annuncia una battaglia imminente tra il regno inglese e quello francese. Essi sono indicati con la contrapposizione tra le monete in uso al loro interno, la sterlina e il tornese: tale espediente era già stato utilizzato da Bertran de Born (cfr. Ar vei la coindeta sazos, BdT 80.5, vv. 26-27: «Sacs d’esterlins e de moutos, / m’es laitz, qand son vengut de fraus»).

17-18. La nuova occorrenza di esterlins e tornes unisce la strofe alla precedente attraverso il collegamento delle coblas capfinidas. Con la serie verbale che contraddistingue il distico, si accenna all’importanza della disponibilità di denaro per il successo delle grandi campagne militari, altro tema della «funzione Bertran» (cfr. il v. 5 di Ar vei la coindeta, BdT 80.5, «Adoncs veirem aur et argen despendre», e, in Italia, i vv. 13-18 di Felon cor ai et enic di Perseval Doria, BdT 371.1, sirventese composto nel 1258-1259: «E am guerra qi·ls estancs / d’aver fa·n remaner mancs, e·m plaz can vei sobre·ls bancs / aur et argen, co fos fancs, / per dar als pros ses cors rancs / c’amon suffrir colps els flancs»).

19. I dos reis devono essere identificati con il sovrano d’Inghilterra e quello di Francia.

21-24. Rispetto all’edizione Gouiran, basata su K, si seguono le indicazioni e la traduzione di Stefano Asperti, «Sul canzoniere provenzale M: ordinamento interno e problemi di attribuzione», in Studi provenzali e francesi 86/87, L’Aquila 1989, pp. 137-169, alle pp. 162-165: uniformandola alla grafia di K nelle porzioni di testo in comune, si adotta la lezione tradita da MTa1, aggiungendo una -n al v. 23, dopo metre lo, lezione attestata da tutta la tradizione. In questa veste il passo è stato messo in relazione dallo studioso coi vv. 39-40, dedicati all’atteggiamento antifrancese del conte di Tolosa: «L’espressione traire sa penhora non viene qui intesa come ‘si riprende il suo pegnoʼ e dunque ‘si tira indietroʼ [così Gouiran, L’amour et la guerre, vol. II, p. 831], nel significato normale e ben attestato della formula, che implica però nel contesto in esame una sfumatura negativa non giustificata (a meno che non si debba collegare il “ritiro del pegno” al “rifiuto dell’accordo” con il re, cui si accenna ai vv. 39-40: il conte si sottrae a quel vincolo riprendendosi il proprio pegno; quest’ultima interpretazione mi pare senz’altro possibile); si è preferito intendere ‘ha portato il suo pegno, l’ha messo in lizzaʼ, secondo un uso metaforico cavalleresco ben attestato per il francese gage. A mal si è dato valore di avverbio (‘a tortoʼ, ma anche ‘sfortunatamenteʼ) [...]. Il conte, duca, marchese, dunque, non si sottrae alla lotta; al contrario, si esprime rammarico per il fatto che gli venga assegnata o consigliata una tattica difensiva e non decisamente offensiva» (citazione alle pp. 164-165). La conclusione della cobla delinea nel dettaglio una contrapposizione tra, da un lato, gli inglesi, i guasconi e il conte di Tolosa, e, dall’altro, i francesi.

27-32. La ricca enumerazione di attori e oggetti che animano il campo di battaglia è un’altra delle peculiarità dello stile bertrandiano: si vedano ad esempio i vv. 17-23 di Ar vei la coindeta (BdT 80.5): «Bella m’es preissa de blessos / cubertz de teins e blancs e blaus, / d’entresseins e de gonfanos / de diversas colors tretaus, / tendas e traps e rics pavaillons tendre, / lanssas frassar, escutz traucar e fendre / elmes brunitz e colps donar e prendre», da confrontare con i vv. 28-32 di Felon cor di Perseval Doria (BdT 371.1): «Trompas, tanbor e sonaill, / cant hom saill / als castels pres del murail, / m’agradon e per terrail / venon peiras c’us no faill». Dal punto di vista ecdotico, si interviene sui vv. 28-32 dell’edizione Gouiran seguendo le indicazioni di Asperti, «Sul canzoniere provenzale», p. 156, nota 42: mantenendo la grafia di K, si riproduce la sequenza dei singoli membri dell’elenco tradita da MT, da preferire a quella di IKd.

33-35. Il riferimento alle perdite territoriali subite dai baroni provenzali a opera della corona francese rinvia a un periodo successivo all’inizio della crociata albigese. Come noto, infatti, il tema è al centro della continuazione da parte dell’Anonimo del poema occitanico di Guilhem de Tudela (cfr. Eliza Miruna Ghil, L’Age de parage. Essai sur le poétique et le politique en Occitanie au XIII-e siècle, New York - Bern - Frankfurt am Main - Paris 1989, pp. 157-163).

36-40. Il trovatore dichiara il proprio stupore per il comportamento del re d’Aragona che, a differenza del conte di Tolosa, non ha ancora abbandonato i francesi. Tale disorientamento non può essere compreso senza supporre l’esistenza di un’alleanza tra i due nobili: soltanto ammettendo questo tipo di relazione è possibile intendere la critica alla guida degli aragonesi e l’assunzione a modello del conte di Tolosa, dovuta esplicitamente alla rinuncia alla coalizione col re di Francia.

45-49. Riprendendo il tema amoroso dei vv. 9-10, la seconda tornada loda la bellezza dell’amata con l’ultima enumerazione del testo. L’immagine conclusiva sottolinea il rapporto prima conflittuale, poi pacificato, tra il poeta e la donna, rifacendosi alle relazioni tra la repubblica genovese e quella pisana, caratterizzate da continue tregue e riprese delle ostilità. Tale cenno ironico (cfr. Asperti, «Sul canzoniere provenzale», p. 165: «non di pace, ma di guerra si tratta, il poeta è in guerra con la dama così come Pisa con Genova»; nella rispettiva nota 56 si osserva che «[q]uesta interpretazione risulta convincente soprattutto attribuendo valore avversativo alla congiunzione e di v. 47») dimostra che le vicende tra i due comuni italiani dovevano essere divenute proverbiali, al punto da permetterne il riutilizzo letterario anche in testi composti lontano dall’Italia. Tra questi, proprio per il riferimento agli scontri tra pisani e genovesi, si ricorda in particolare Bon’aventura don Dieus als Pizas (BdT 364.14): cfr. da ultimo Marco Grimaldi, «Peire Vidal, Bon’aventura don Dieus als Pizas (BdT 364.14)», Lecturae tropatorum, 6, 2013, 22 pp.

[ab]


BdT    Bertran de Born    IdT

Circostanze storiche