Rialto

112.1a

 

   

Cercamon

 

 

 

 

    Ab lo pascor    m’es bel q’eu chant,
    en estiu, a l’entran de mai,
    can par la flors    sobre·l verjan,
    e son reverdezit li glai;
5   mout mi val pauc lo temps cortes,
    q’eu non ai joi ni non d’ades,
    ni de sa compagnia no·m lau.
     
    Per qe d’amor    an atretan
    li malvas enojos, savai,
10   con li meillor    e·l plus prezan.
    Jovenz en faill, fraing e dechai
    e Malvestatz a son luec pres
    en amistat, c’amics non es
    amatz ni d’amigua no·s jau.
     
15   Ben sai qe lor    es mal estan
    als moilleratz car se fan gai
    domnejador    ni drudejan,
    e·l guizardo qe lor n’eschai
    ditz el reprocher lo pajes :
20   “Qi glazi trai a glazi es
    feritz d’eis lo seu colp mortau.”
     
    Fals amador,    al meu semblan,
    vostr’ er lo danz e no·n pueis mai;
    de gran folor    es acordan
25   can l’us l’autre gali’ e trai;
    e, pos vos o aves enqes,
    drut, moiller et marit, tug tres,
    sias del pechat comunau.
     
    El fuec major    seretz arden
30   al juzizi del derrer plai,
    enganador,    fel, desleian,
    en la pena qe no trasvai,
    on sera totz lo mals e·l bes
    judicatz; e non clam merces
35   donna c’aja drut desleiau.
     
    Non a valor    d’aissi enan
    cela, c’ab dos ni ab tres jai;
    et ai·n encor    lo cor tristan,
    qe Dieus tan falsa no·n fetz sai;
40   miels li fora ja non nasqes
    enanz qe failliment fezes,
    don er parlat tro en Peitau.
     
    Saint Salvador    fai m’albergan
    lai, el regne on mi donz estai,
45   ab la genzor,    si q’en baizan
    sien nostre coven verai
    e qe·m do zo qe m’a promes;
    pueis al jorn s’en ira conqes,
    si be l’es mal al gelos brau.
     
50   Amics, diguas li·m, can la ves,
    si passa·l terme q’avem pres,
    q’ieu soi mortz, per Sain Nicolau!

 

 

 

Testo: Tortoreto 1981, V. – Rialto 16.vii.2010.


Mss.: a2 367.

Edizioni critiche: Jean-Marie-Lucien Dejeanne, «Le troubadour Cercamon», Annales du Midi, 17, 1905, pp. 27-62, a p. 48; Alfred Jeanroy, Les poésies de Cercamon, Paris 1922, p. 11; Rita Lejeune, «L’allusion à Tristan chez le troubadour Cercamon», Romania, 83, 1962, pp. 183-209, a p. 186; Valeria Tortoreto, Il trovatore Cercamon, Modena 1981, p. 135; George Wolf - Roy Rosenstein, The poetry of Cercamon and Jaufre Rudel, New York – London 1983, p. 54; Luciano Rossi, «L’énigme Cercamon», in “Ensi firent li ancessor”. Mélanges de philologie médiévale offerts à Marc-René Jung, Alessandria 1996.

Metrica: (a)b4+4 c8 (a)b4+4 c8 d8 d8 e8 (Frank 774:1). Sette coblas unissonans di sette versi e una tornada di tre versi. Rima al mezzo ai vv. 1:3 (pascor : flors), 8:10 (amor : meillor), 15:17 (lor : domnejador), 22:24 (amador : folor), 29:31 (major : enganador), 36:38 (valor : encor), 43:45 (Salvador : genzor).

Note: Per questo sirventese non abbiamo una datazione precisa che ci venga da riferimenti interni al testo anche se sia Dejeanne, «Le troubadour Cercamon», che Lejeune,  «L’allusion à Tristan», hanno tentato di individuare l’anno preciso in cui fu composto. Dejeanne lo fa risalire al periodo compreso tra il 1145 e il 1152, basandosi sulla presunta allusione di Cercamon alla condotta di Eleonora d’Aquitania al v. 42: il tradimento, di cui si sarebbe parlato fino al Peiteu, alludendo proprio alla grande risonanza che poteva avere il comportamento scandaloso di un personaggio importante e conosciuto, sarebbe stato compiuto proprio dalla duchessa d’Aquitania. Tuttavia Tortoreto, Il trovatore Cercamon, non accetta questa interpretazione, ritenendo che la donna di cui il trovatore critica il comportamento non sia Eleonora, bensì un’altra dama meno nota, e che l’espressione don er parlat tro en Peitau sia più semplicemente un topos, una forma cristallizzata mutuata dalla poesia mediolatina, dove è piuttosto frequente: infatti al v. 40 abbiamo miels li fora ja non nasques che riprende il vangelo di Matteo (Mt 26, 1-75), in particolare un passo della Passione in cui si parla di Giuda (bonum erat eis si natus non fuisset homo ille). Ritornando al problema della datazione, Lejeune propone il 1148, basandosi esclusivamente sull’invocazione a Saint Nicolau dell’ultimo verso, che la studiosa ritiene alluda al presunto viaggio di Cercamon in Oriente avvenuto in quel periodo (San Nicola, particolarmente venerato sia in Oriente che in Occidente, era vescovo di Myra, in Asia Minore, e le sue spoglie furono custodite nella cattedrale della città fino al 1087, quando furono trafugate da mercanti baresi e portate in Italia). Altro riferimento al vangelo di Matteo è presente ai vv. 20-21, che contengono un’espressione divenuta proverbiale: chi commette una colpa è ripagato allo stesso modo e perisce del suo stesso colpo mortale. Con ciò Cercamon mostra il suo disprezzo verso i fals amadors, i mariti che diventano amanti ingannando e tradendo le proprie mogli, e che a loro volta vengono traditi, divenendo tutti e tre, mariti, mogli e amanti, colpevoli dello stesso peccato che li farà sprofondare nelle fiamme dell’inferno dopo il Giudizio Universale. Di fronte alla donna che perde la propria dignità giacendo con due o tre amanti, Cercamon dice di avere lo cor tristan. L’espressione è un unicum nella tradizione trobadorica e Dejeanne (con cui concorda Tortoreto) lo ricollega al verbo tristar traducendolo ʻattristé’; invece Appel («Tristan bei Cercamon?», Zeitschrift für romanische philologie, XLI, 1921, pp. 219-227) vi vede un esplicito riferimento al personaggio di Tristano. A questo problema di interpretazione se ne collega un altro, riguardante encor. Nel manoscritto abbiamo in realtà enqer che non rispetta la rima al mezzo in -or. Nel suo articolo Appel propone due interpretazioni differenti: la prima, di cui mostra di non essere affatto convinto, si basa su un’equivalenza di significato tra enqer ed encor; la seconda invece è più azzardata e si ricollega alla sua interpretazione di tristan come allusione all’eroe Tristano amante di Isotta: propone infatti Be·n ac rancor lo cors Tristan. Anche Kolsen e Lejeune si avvicinano all’interpretazione di Appel, mentre Tortoreto ritiene che al posto di enqer ci possa essere solo encor, avverbio che non può avere se non lo stesso significato, ripristinando la rima al mezzo. Del resto il fatto che in Cercamon sia presente enquera con e aperta (in Per fin’amor m’esbaudira, BdT 112.3) non esclude la possibilità che si possa trovare encor con o chiusa. – Ai tradimenti, agli amanti sleali e alle donne che si sviliscono Cercamon oppone la sua donna che è la genzor, pregando Saint Salvador di trovare ospitalità presso di lei, rinnovando con un bacio il loro patto leale (l’amor cortese è inteso come patto feudale tra l’amante, che è il vassallo, e la dama, che è il signore). Il manoscritto riporta Saint Salvaire. Tuttavia Pillet ritiene necessario leggere Saint Salvador per conservare la rima al mezzo. L’emendamento però comporta alcuni problemi in quanto la forma riportata dal manoscritto è in realtà corretta in quanto vocativo; ma Saint, in quanto obliquo, potrebbe essere il residuo di un Saint Salvador, poi corretto solo parzialmente in Saint Salvaire; e in effetti in Lo plaign comenz iradamen, BdT 112.2a, al v. 43 abbiamo l’invocazione a Saint Jacme espressa in caso obliquo, quindi è possibile che originariamente avessimo Saint Salvador e che si tratti in entrambi i casi di forme cristallizzate che quindi non sono soggette a flessione. Lejeune giustifica l’obliquo considerando Saint Salvador un toponimo. Infatti ritiene che spesso i nomi dei santi vengano dati ai luoghi dove sono nati, divenendo così dei toponimi, e l’evoluzione si può avere tanto dal nominativo quanto dall’accusativo. Quindi da S. Salvatorem sarebbe derivato il Saint-Sauver della Francia del Nord e il Saint Salvador dei paesi in lingua d’oc. Tuttavia Tortoreto non ritiene di poter considerare Saint Salvador un toponimo: secondo la studiosa Cercamon intende qui rivolgersi alla propria salvezza che spera di ottenere cercando rifugio tra le braccia della donna amata.
 

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