Rialto    IdT

156.11

 

 

 

Falquet de Romans

 

 

 

 

   
    I.    

 

 

Quan cug chantar eu planc e plor

 

Quando mi propongo di cantare, mi lamento e piango a causa di quanto vedo accadere, sicché per poco non muoio di dolore quando dentro di me penso e considero la perdita e il gran danno che hanno subito cortesia e gioia; poiché se vi occuperete d’amore o vi darete alla spensieratezza tutti diranno che siete certamente pazzo se non vi allontanate da ogni joy.

 

 

per ço que vey esdevenir,

 

 

 

q’a per pauc no muer de dolor

 

 

 

quan en mon cor pens e cossir

 

5

 

la perd’e·l gran dampnatge

 

 

 

q’a pres cortezia e solatz;

 

 

 

que si de servir vos mesclatz

 

 

 

ni·us donatz alegratge,

 

 

 

totz diran vos etz fols proatz

 

10

 

si de tot ioi no vos layssatz.

 
         

 

 

 II.

   

 

 

Tornatz es en pauc de valor

 

Il mondo è caduto in poco pregio, se si vuol dire la verità, e i peggiori sono proprio i chierici che dovrebbero sostenere ciò che è bene ed invece hanno un tale comportamento che amano più la guerra che la pace, tanto cattiveria e peccato piacciono loro; per cui al primo passaggio vorrei essere già passato, in quanto la maggior parte di quel che vedo non mi piace.

 

 

lo segle, qi·l ver en vol dir;

 

 

 

e·l clergue son ia li peior,

 

 

 

qe degran los bes mantenir

 

15

 

et an aital uzatge

 

 

 

que mais amon guerra que patz,

 

 

 

tan lur play maleza e peccatz;

 

 

 

per qu’al premier passatge

 

 

 

m’en volria esser passatz

 

20

 

qe·l mais de quan vey mi desplatz.

 
         

 

 

III.

   

 

 

E son ves els mezeys trachor

 

E sono verso loro stessi traditori i ricchi malvagi, per la qual cosa li odio; essi hanno occhi e non hanno la facoltà di vedere né sanno arrivare a nulla che piaccia; ché così li acceca cupidigia, inganno, fellonia e vigliaccheria che han perso nobiltà e perciò perdono le loro qualità pregio valore e lealtà.

 

 

li ric malvat, per que·ls azir,

 

 

 

qu’il an huelhs e non an lugor

 

 

 

ny·n re sabon avenir

 

25

 

que sia d’agradatge:

 

 

 

qu’ayssi·ls eysorba cobeitatz,

 

 

 

enjans, feunia e malvestatz

 

 

 

que perdut an paratge,

 

 

 

e per aisso pert sas clardatz

 

30

 

pretz e valor e lialtatz.

 
         

 

 

IV.

   

 

 

Be volgra aguessem un senhor

 

Vorrei proprio che avessimo un signore con tanto potere e senno che togliesse ai vili le ricchezze e non lasciasse loro aver terra e desse l’avere a uno che fosse prode e degno, che così fu al principio del mondo, e non guardasse al lignaggio; e che si cambiassero i ricchi malvagi così come i Lombardi cambiano i governanti.

 

 

ab tan de poder e d’albir

 

 

 

qu’als avols tolgues la ricor

 

 

 

e no·ls laisse terra tenir,

 

35

 

e dones l’eretatge

 

 

 

a tal que fos pros e prezatz,

 

 

 

qu’aissi fo·l segle comensatz:

 

 

 

e no·y guardes linhatge;

 

 

 

e mudes hom los ricx malvatz,

 

40

 

si cum fan Lombart poestatz.

 
         

 

 

V.

   

 

 

E prec al bon emperador

 

E prego il valente imperatore che ha preso la croce per servire Dio, che muova con forza e vigore verso la terra ove Dio volle morire e mise il suo corpo in vendita per noi e fu appeso alla croce; e ciascuno, se non ha un cuore di pietra, è disperato a vedere come egli fu inchiodato per noi e battuto e ferito.

 

 

que s’es crozatz per Dieu servir,

 

 

 

que mov’ab forss’e ab vigor

 

 

 

ves la terr’on Dieus volc murir

 

45

 

e mes son cors en gatge

 

 

 

per nos, e·n fo en crotz levatz

 

 

 

et es tot hom desesperatz

 

 

 

qi no i a ferm corage

 

 

 

qi ve com el fo clavellaz

 

50

 

per nos e batutz e nafratz.

 
         

 

 

VI.

   

 

 

Tuit deuriam aver paor

 

Tutti dovremmo aver paura, poiché non sappiamo meglio ringraziarlo di ciò che Egli fece per amor nostro, ché Egli ricevette morte per uccidere la morte, tanto desiderò il nostro omaggio; perciò nacque in un’ora propizia ogni uomo che lo servirà crociato e che farà il viaggio cui è tenuto, poiché, dopo che fu diseredato, non ebbe più onore la cristianità.

 

 

qar mielç no li sabem grazir

 

 

 

so qu’el sofri per nostr’amor,

 

 

 

qu’el receup mort per mort aucir,

 

55

 

tan volc nostr’homenage;

 

 

 

per que fo de bon’ora naz

 

 

 

toz hom qe·l servira crosatz

 

 

 

ni fara·l sieu viatge,

 

 

 

q’anc puois qu’el fo deseretatz

 

60

 

non ac honor crestiandatz.

 
         

 

 

VII.

   

 

 

Emperaire, si be·us pessatz

 

Imperatore, se riflettete bene come Dio realizza i vostri desideri e se avete un cuore puro verso di lui, si dirà che voi eccellete e siete coronato di pregio più di ogni altro.

 

 

cum fay Dieus vostras voluntatz

 

 

 

e l’avetz fin coratge,

 

 

 

hom dira vos etz coronatz

 

65

 

de pretz sobre totz e renhatz.

 
         

 

 

VIII.

   

 

 

Serventes, Moncenis passatz,

 

Sirventese, passate il Moncenisio e dite al signor Otto del Carretto che vi trasmetto come messaggio che vada là dove Gesù nacque, poiché sarà coronato il suo alto pregio.

 

 

es a n’Oth del Carret digatz

 

 

 

q’ie·us tramet per message

 

 

 

qez an lai on Iesus fo naz,

 

70

 

puois er son bon pretz coronatz.

 

 

 

 

Testo: Gerardo Larghi, Rialto 28.i.2022.


2 per ço que. CR leggono rispettivamente d’aisso que e de so que. In pratica i manoscritti hanno sostituito il complemento di causa introdotto da per, con il complemento di causa introdotto da de (entrambe le costruzioni sono ammissibili per la sintassi occitanica: cf. Frede Jensen, The syntax of medieval occitan, Tubingen, 1986, §§ 949 e 965, con i relativi rinvii). Si tratta però di una lezione isolata in un ramo dello stemma. — vey: il verbo vezer non era usato solo per indicare “vedere”, ma anche con il significato di «conoscere, sapere». In tal caso dunque con esso i trovatori si riferivano all’intera gamma della conoscenza sensoriale ed intellettiva.

5. Si potrebbe ipotizzare anche una ricostruzione differente del verso, stabilendo uno iato, dalla cui eliminazione sarebbe dipeso l’inserimento nei codici dell’espansione gran: *la perda e.l dampnatge. Ragioni ecdotiche rendono diseconomica tale scelta.

7. chantar è lezione isolata in M.

9. L’ellissi del que dichiarativo è normale in antico occitanico (cfr. Edouard Bourciez, Éléments de Linguistique Romane, Paris 1956, p. 388). In CR proatz è sostituito dalla variante auratz; SW, I, p. 102, s.v. aurat, traduce «thricht, närisch», vale a dire ‘pazzo, folle»’, mentre SW, VI, pp. 569-570 proat «erwiesen, anerkannt, offenbar» e dunque ‘riconosciuto, attestato’. Martín de Riquer, Guillem de Berguedà, 2 voll., Abadía de Poblet 1971, nel commentare il seguente verso da Ara voill un sirventes far (BdT 210.3, v. 18): «quar ben es vils e recrezens proatz», assegnò al lemma il valore «juridico de convicto». In CR perciò auratz è una variante di fols, che ha sostituito proatz. Ci troviamo dunque di fronte ad una doppia lezione confluita in un ramo dello stemma e di cui anche C non si sarebbe accorto.

10. Questa condizionale dipende sintatticamente dallo stico precedente: in sostanza totz diran regge sia la subordinata si vos mesclatz, sia la coordinata a quest’ultima ni·us donatz, sia infine no vos laissatz.

13. Si tratta dell’unico accenno di Falquet de Romans ad una polemica contro la gerarchia cattolica, che De Bartholomaeis ha ricollegato alla crociata albigese (cfr. Circostanze storiche).

18. De Bartholomaeis, Poesie Provenzali, vol. II, p. 87: «Il primo passaggio è forse non la prima crociata, secondo che qualche critico ha opinato, bensì la crociata precedente, cioè la quarta» (così anche Palmer A. Throop, «Criticism on Papal Crusade Policy in Old French and Provençal», Speculum, 13, 1938, pp. 379-412, a p. 393, e Arveiller et Gouiran, L’oeuvre poétique, pp. 95-96). È però meglio seguire l’interpretazione di Gianfelice Peron, «Temi e motivi politico-religiosi della poesia trobadorica in Italia nella prima metà del Duecento», Storia e cultura a Padova nell’età di sant’Antonio. Convegno internazionale di studi (1-4 ottobre 1981, Padova-Monselice), Padova 1985, pp. 255-299, a p. 278, secondo il quale «esser passatz» è infinito presente passivo e «premier passatge» indicherebbe la prossima crociata. Il significato globale dell’espressione dovrebbe essere: ‘perciò vorrei essere traghettato oltremare alla prossima crociata’. Alternativamente potremmo riconoscervi un riferimento esplicito alla morte prima, ovverosia alla morte corporale, e il trovatore potrebbe aver evocato la diffusissima immagine delle due morti di origine neotestamentaria (Apocalisse, come segnalò Gianfranco Contini, Poeti del Duecento, Milano-Napoli 1960, t. I, p. 34 n. 31, e come confermato da Maurizio Perugi, Trovatori a Valchiusa, Padova 1985, p. 102 n. 7).

23. La lezione di M è lectio singularis ma risulta un ottimo campione per verificare le linee-guida del/dei copisti nel mutare, volutamente in questo caso, le lezioni che il testo trasmette loro. M sviluppa, infatti, il contenuto dei versi 24-25 del testo di CRTc, conservandone una parte: non an lugor / non an legor. Questa la traduzione del testo secondo M: ‘che notte e giorno non hanno agio di fare nulla che procuri loro nobiltà’. Il concetto espresso qui è di chiara derivazione evangelica come mostrano i brani neo-testamentari Pt 6,22 «lucerna corporis tui est oculus tuus. Si ergo oculus tuus simplex fuerit, totum corpus tuus nequa fuerit. Si autem oculus tuus nequa fuerit, totum corpus tuum tenebrosum […] »; Atti 26,17-18 «in quas ego mitto te aperire oculos eorum, ut convertantur a tenebris ad lucem et de potestate Satanae ad Deum»; Mc 8,18 «oculos habentes non videtis».

28. Preferibile a testo la lezione perdut rispetto a destrutz di Tc perché risulta complesso giustificare una anticipazione del pert di v. 29.

31-40. Erich Köhler, Sociologia della “fin’amor”. Saggi trobadorici, a cura di M. Mancini, Padova 1976, p. 54, a proposito della quarta cobla glossò: «Nessun altro trovatore del suo tempo si era spinto così avanti. Questo era possibile soltanto all’interno dei nuovi orizzonti mentali aperti dagli avvenimenti politici italiani che Falquet conosceva bene per i suoi stretti rapporti con l’imperatore. Certo anche l’esempio lombardo non può portare le riflessioni di Falquet al di fuori della sfera dello stato feudale. Anche Federico II può presentarsi soltanto come il più alto signore di una società feudale ben ordinata». Questa interpretazione però non sembra essere perfettamente congruente con il contesto storico coevo e con il quadro biografico che possediamo di Falquet: le due differenti, e per certi versi opposte, comparazioni si spiegano piuttosto con la frequentazione da parte del trovatore dei comuni rodaniani e con le politiche che questi svilupparono (sul punto ci sia consentito il rinvio a Gerardo Larghi, «Poesia, politica e podestà in Provenza», in Comunicazione e propaganda nei secoli XII e XIII. Atti del convegno internazionale (Messina, 24-26 maggio 2007), a cura di Rossana Castano, Fortunata Latella, Tania Sorrenti, Roma 2007, pp. 397-412).

31 senhor: l’invito è con ogni probabilità rivolto allo stesso Federico II.

32. Interessante la situazione variantistica: ab tan si è trasformata, o ne ha subito la concorrenza, in aitan, che in questo caso, per la mancanza di senso, va considerata alla stregua di un errore. In T c’è una evidente ipermetria, e si è sanato l’errore di senso grazie ad una doppia lezione. In Sg invece l’espressione è rimpiazzata da un verbo, chiaro reperto di quello del verso precedente (da Sg soppresso con un intervento che si ripercuote sul v. 32 [nel quale scompaiono anche, per coerenza le preposizioni de …. d’]: segno di una precisa strategia di risistemazione del testo).

34. La lezione di M è un rifacimento del v. 36 di CPQRTc.

37. fol g, scrive Q; forse il copista (o un antecedente) ha evitato all’ultimo istante un salto dell’occhio (cfr. nel verso seguente guardes)?

40. Al di là dei motivi puramente grammaticali che impediscono di scegliere la lezione di PTc (accettando prior et abaz bisognerebbe correggere il secondo in quanto morfologicamente inadatto ad essere considerato caso nominativo plurale, a meno di voler interpretare dievrsamente e accostare un caso nominativo plurale a duno singolare: ‘priori e abate’), esiste una presunzione di banalità rispetto alla concorrente lettura Lombart poestatz. Dal punto di vista ecdotico da segnalare che ancora una volta QSg si distinguono dagli altri manoscritti: le due sillogi sopprimono il si di apertura (di cui perfino T conserva un’ultimo vestigio ansi) ed introducono lor prima di poestatz; è una presa di distanza geografica e culturale, anche se, stando il las di M, potrebbe essere intesa quale soluzione esatta, visto che la lezione è presente in due famiglie su tre. Sg però al v. 39 legge aisi che è forse il corrispettivo di si. In ogni caso, se la si volesse accettare, la ricostruzione dovrebbe essere: cum fan Lombart lor poestatz (‘come fanno i lombardi i loro governi’).

41. I codici MTc leggono ar in apertura del verso. Si tratta di una lezione isolata in un solo ramo dello stemma.

51-60. La strofa è trasmessa solo da Tc ed è dunque legittimo domandarsi se si tratti di una interpolazione oppure di una strofa autentica. Lo stemma non consente di rispondere con sufficiente sicurezza proprio in quanto solo in uno dei rami della tradizione si sono conservati questi versi. Esistono però alcuni rapporti testuali che legano la cobla alla strofa V ed alla tornada I. Nella strofa V compare infatti l’imperatore: dopo aver affermato nei versi precedenti la necessità di una forte azione moralizzatrice fra le fila della nobiltà, azione da compiersi ad opera di un senhor, Falquet si rivolge a Federico II chiedendogli di partire per la Terra Santa. È possibile che, almeno implicitamente, il trovatore assegni a Federico il compito di riportare il mondo al suo ordine primitivo. La sua partenza per la Terra Santa innalzerebbe il suo pretz (cfr. la tornada I) ed inoltre permetterebbe di por fine al decadimento dei valori cortesi, decadimento su cui il trovatore si lamenta nella prima parte della poesia. La lezione di CR si limita invece a chiedere a Federico di restaurare pretz attraversando il mare: ma ciò lega solo genericamente le proteste di amarezza del trovatore di fronte alla situazione creatasi in Occidente fra i membri delle classi nobiliari alla proposta a Federico di partire per liberare Gerusalemme. Al contrario la lezione di Tc sembra ben inserirsi in un contesto nel quale il poeta, dopo aver accusato i nobili di far decadere i valori cortesi, chiede all’imperatore di farsi carico di questo problema: partendo per l’Oriente egli diventerà il restauratore di pretz e valors e lialtatz. Soprattutto, così facendo, potrà rendere a Dio le terre che Gesù Cristo morendo ha rese Sante. Lo stesso Signore però, le ha perse per colpa dei suoi vassalli (cf. nostr’ homenage), cioè degli uomini, e di quegli uomini in particolare che avrebbero potuto meglio di tutti difenderle, i nobili, i potenti. Se dunque Dio non ha quel che gli spetta, anche la crestiandatz avrà perso il suo honor. La conclusione di questa premessa si trova nel testo di Tc della tornada I: l’imperatore, restauratore di pretz, ha già avuto modo di verificare il favore di Dio nei suoi riguardi (cum fay Dieus vostras voluntatz) e non deve che decidersi in quanto, essendo il favorito di Dio e divenendo il liberatore dei suoi domini, è evidente che assurgerà al rango più alto fra gli uomini: se Dio desidera che Federico recuperi le terre divine, è evidente che lo considera il suo “rappresentante” sulla terra. La tornada II completa questo discorso in quanto invita Otto del Carretto a seguire il suo signore. CMR potrebbero dunque aver conservato una lettura abbreviata del testo che si legge in Tc. Probabilmente proprio l’eliminazione dell’allusione a Otto del Carretto potrebbe aver condotto la fonte di CMR a adeguare l’intera conclusione della poesia.

 

[GL]


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