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Falquet de Romans, Quan cug chantar eu planc e plor (BdT 156.11)


 

Circostanze storiche

 

 

 

Punti fermi della datazione di questo sirventese sono l’incoronazione imperiale di Federico II, il 20 novembre 1220, e quella della sua partenza per la Terra Santa. Tutti i critici si sono accordati sul fatto che Falquet de Romans ideò i suoi versi tra questi estremi. Altra certezza riguarda il fatto che le strofe si riferiscono alla crociata oltremare e non invece, come pensava Throop 1938, p. 393, nel clima infuocato della crociata albigese nel 1228. A far data dal 1218, infatti, quando Simon de Montfort fu ucciso, e fino al 1225 non si registrano fatti o avvenimenti che possano, in una prospettiva di contemporaneità, giustificare l’attacco di Falquet alla gerarchia ecclesiale. Questo attacco invece ci riporta fra il 1223 e il 1228, quando le tensioni tra Papato e Impero montano. In realtà se sono indiscutibili gli elogi che Quan cug chantar eu planc e plor contiene all’imperatore e a Ottone del Carretto, più dubbi vi sono in merito alle critiche contro la gerarchia ecclesiastica.

Nel 1221 la disfatta di Damietta sancì il fallimento della quinta crociata, di cui fu incolpato il legato pontificio, il quale impegnò la battaglia decisiva senza attendere i rinforzi necessari. Il disastro ebbe una immensa eco nel mondo occidentale; dello sconcerto si fecero portavoce i letterati e gli intellettuali dell’epoca (Jeanroy - Långfors 1921, p. 10; Throop 1938; Serper 1972). Milita a favore di questa ipotesi il fatto che anche il sirventese di Falquet sia un invito a partire per la crociata (per altri riscontri si veda lo studio di Delaruelle 1969 p. 134). Altro elemento nel testo che attira l’attenzione del lettore è il paragone che in esso è instaurato con le abitudini politiche dei comuni lombardi, cioè genericamente italiani.

I manoscritti che hanno trasmesso il sirventese (CRMPQSgTc) al riguardo sembrano far riferimento a due ambienti culturalmente e geograficamente differenti: di fronte ad una tradizione che ci conserva un paragone originale e a suo modo curioso e che sembra particolarmente adatto a lettori non inseriti nei meccanismi della politica comunale italiana, quali dovevano essere i probabili destinatari di CRM, si evidenzia una tradizione italiana formata da PTc che invece aveva tutte le ragioni di considerare scialba una tale comparazione e che difatti interviene per cambiare il testo.

Difficile dire se dietro questa bipartizione vi sia lo stesso Falquet che avrebbe riscritto il testo ad usum di nuovi ascoltatori, o (come ritiene, in un caso simile, Asperti 1995, pp. 44-45), se non sia più probabile che lungo la trasmissione del testo si sia tentato di adattarlo al nuovo pubblico. In ogni caso la presenza di Quan cug chantar eu planc e plor nella sezione di sirventesi di M, sezione che Asperti 1995 riconduce ad ambiente provenzale, e il fatto che una redazione del testo sia stata pensata per un signore italiano ne denunciano la circolazione sui due lati delle Alpi.

Non si dimentichi infatti che in alcune città del Sud della Francia l’istituto della podestaria era ben noto e diffuso: tanto che fu anzi un trovatore il primo incaricato della funzione ad Arles e Avignone, cioè quel Percivalle Doria che compare in alcuni documenti con lo stesso Falquet de Romans. Bologna 1999, p. 274, a buon diritto collega questa presenza ad una nuova stagione poetica: la poesia, la retorica per meglio dire, divengono lo strumento attraverso il quale si fa politica (non più direttamente, con poesie scritte pro o contro qualcuno, bensì mediatamente: nel senso che la conoscenza della retorica diviene lo strumento attraverso il quale una classe di intellettuali si dedica alla politica; e la stessa retorica si riversa nelle canzoni o nei sirventesi). I trovatori respinti da Federico II e sempre meno prezentiers en cort si riversavano nei comuni dove svolsero, almeno negli elementi più lucidi, una nuova funzione, quella di mediazione tra le parti (appunto di podestà).

Diversità di punti di vista invece si registrano in merito alla cronologia del testo: differenze che nascono dall’analisi di alcune varianti, dalla indeterminatezza di taluni riferimenti interni al sirventese e dalla nostra relativa conoscenza di alcuni capisaldi della biografia di Falquet de Romans. Paterson 2013, dopo aver riassunto le posizioni precedenti, suggerisce che l’ideazione dei versi di Falquet si collochi tra la metà del 1227 e la primavera del 1228, o per essere più precisi, «between mid-March 1227 (the death of Honorius and accession of Gregory IX) and Frederick’s departure for the Holy Land on 28 June 1228»: cioè tra l’elezione di Gregorio IX e la partenza di Federico. La studiosa ritiene infatti che fino alla morte di Onorio III il clima tra Papato e Impero fosse comunque ancora amichevole, e che il cambio al soglio avrebbe prodotto un cambiamento di linea politica nelle relazioni tra i “due soli”. In quei mesi Falquet avrebbe composto i suoi versi, dapprima in Francia per poi spedirli in Italia.

Un riesame del corso degli avvenimenti tra 1220 e 1228 evidenzia però notevoli punti di contatto tra la politica di Onorio e quella di Gregorio. Certamente Onorio fu più diplomatico, preferiva, per usare un’espressione che gli appartenne «procedere mansuetudine potius quam rigore» (Alberzoni 2017), ma nel corso degli ultimi sette anni del suo pontificato non mancarono certo le tensioni con Federico. Sia sufficiente, su questo punto, rievocare le ripetute minacce di scomunica che il pontefice rivolse all’Imperatore ben prima di quel settembre 1227, quando la pena ecclesiastica colpì per la prima volta lo Hohenstaufen, reo di aver contravvenuto ai patti giurati nel luglio 1225. Il neoimperatore aveva assunto il signum crucis nel 1215, e da quel momento reiterò periodicamente la promessa e l’impegno ad attraversare il mare, impegni che furono ricordati, sollecitati, evocati a fine minatorio dal pontefice in numerosissime lettere o occasioni pubbliche (su ciò Capitani 2008). In ogni caso, fatto salvo un invio, tardivo, di truppe e materiali a Damietta, quando però ormai la città era persa, tali promesse non furono mai realizzate ed anzi il suo mancato arrivo in Egitto divenne un capo d’accusa che Onorio III prima e Gregorio IX poi utilizzarono contro l’imperatore (Grasso 2013).

L’insistenza di Onorio emerge nettamente dalla sua corrispondenza con Federico II: l’insistenza pontificale sul ruolo dell’imperatore nell’impresa crociata non vi rivestiva un mero significato retorico ma era parte integrante di una politica papale di largo respiro. Le fonti coeve ci parlano anzi della correlazione tra la sempre maggiore difficoltà dei predicatori ufficiali a convincere la gente a partire, il calo delle donazioni e l’incremento delle pressioni di Onorio sull’Imperatore (Grasso 2013; Grasso 2017).

Non ci sentiamo dunque di far nostra totalmente la proposta di Linda Paterson: gli elementi storici presenti in Quan cug chantar eu planc e plor non escludono la datazione da lei proposta, ma paiono meglio adattarsi ai mesi antecedenti al 1227-1228. Il sirventese, infatti, non si distanzia, per contenuti e stile, da molti testi coevi, poetici e non; né esso fa riferimento a precisi eventi storici o a un cambiamento di registro nei rapporti tra papato e Impero. Le critiche alla gerarchia ecclesiastica che qui si leggono potrebbero alludere tanto alle polemiche che seguirono alla perdita di Damietta (Grasso 2013), quanto ai contrasti tra Federico e la Curia pontificale.

Alcuni dettagli sembrano poi collocare Quanc cug in un clima politico teso ma non ancora pienamente conflittuale. La lezione di Tc dei vv. 63-65 (mout li auretz bon coratge / c’il vol, et es ver so sapciatz, / que vos cobrez sas heritatz) rivela un intento pubblicistico, quasi da manifesto di politica imperiale: non è più questione di coratge o di pretz da impiegare a fini religiosi, bensì di recuperare (cobrar) sas heritatz. Tanto più che sull’ereditarietà Falquet ritorna anche ai vv. 59-60 (q’anc puois qu’El fo deseretatz / non ac honor crestiandatz), e ai vv. 35-36 (e dones l’eretatge / a tal que fos pros e prezatz). L’insistito impiego di tale espressione alle orecchie del pubblico doveva richiamare i diritti divini sulla Terra Santa, stabilendo un parallelismo tra Federico e Dio. Il tema era di attualità posto che l’origine della sconfitta di Damietta, come detto, fu individuata nel mancato, e pur continuamente annunciato, arrivo in Oriente dell’imperatore e nell’operato del delegato pontificio, il cardinale Pelagio d’Albano. Costui, con il suo carattere intollerante e la sua incompetenza militare, avrebbe agito in modo talmente maldestro da indurre il re di Gerusalemme, Giovanni di Brienne, a ritirarsi dalla spedizione. Una analisi più precisa delle fonti però, ha rivelato che lo scontro tra Giovanni e Pelagio non fu tattico o personale, ma che esso nacque da una profonda diversità di vedute politiche. Onorio III, infatti, aveva dotato il proprio legato della «potestas tam in temporalibus quam in spiritualibus», così che, nei fatti, ai suoi occhi il Papato aveva una sorta di signoria eminente su Damietta e sulle future conquiste, e ciò per ragioni insieme teoriche (la vittoria era stata data da Cristo di cui il papa era vicarius) e pratiche (l’exercitus christianus dipendeva anche materialmente dal sostegno della Chiesa romana). In tali condizioni la plena potestas, che il papa rivendicava e delegava al proprio rappresentante, finiva con il riguardare le conquiste territoriali le quali, al pari dei crociati stessi, erano sottoposte alla giurisdizione ecclesiastica e non a quella di una autorità laica, fosse pure quella del sovrano di Gerusalemme. Non stupisce perciò che nel 1223 Onorio abbia favorito, o almeno non abbia ostacolato, le nozze tra Federico II e Isabella, la figlia del re della città santa, Giovanni di Brienne. Onorio III, che non era certo quel ‘pigmeo politico’ descritto dal Kantorowicz (1927-1931), usò delle nozze e del successivo colpo di mano di Federico per tagliare fuori dai giochi crociati Giovanni, e obbligare Federico stesso a tagliar corto con i continui rinvii della sua partenza (Smith 2013). La posizione apparentemente equidistante tra i due contendenti consentiva al pontefice di trarre un doppio vantaggio: porre il Papato quale arbitro politico internazionale e generare una pressione costante sull’Imperatore in vista della partenza per Oltremare.

Tra 1221 e 1227 si contano almeno tre colloqui tra pontefice e imperatore aventi al centro la crociata e la tattica dilatoria seguita da Federico: a Veroli nel 1222, Ferentino nel 1223, San Germano nel 1225 (ma dovremmo aggiungere anche le lettere pontificali nelle quali mai manca un cenno, diretto o indiretto, a questi progetti) andò in scena la reiterazione dell’impegno imperiale per la crociata. In quest’ottica la promessa di matrimonio di Ferentino, consegnò al papa una data limite (il 24 giugno 1225) per la crociata. E se per ottenerla Onorio fu costretto a concedere una deroga ai futuri sposi, legati da vincoli di sangue troppo stretti per non incappare nelle maglie dei divieti gregoriani, con la decisione di condividere tale scelta con il patriarca e gli altri cardinali il papa seppe creare un clima favorevole al proprio progetto. A sua volta Federico dimostrò di aver ben compreso quale fosse la posta in palio: in missive spedite tra 1224 e 1227 ad Onorio III, non esitò ad affermare di aver accettato il matrimonio unicamente per le insistenze papali (Winkelmann 1880-1885, t. 1, p. 237; Weiland 1896 p. 151).

In ogni caso gli avvenimenti del 1225 con l’intesa del 25 luglio, la repentina presa di potere da parte di Federico e l’esautorazione di Giovanni, dimostrano come costui non godesse dell’appoggio dei nobili crociati. Dominus della situazione appariva sempre più lo Hohenstaufen il quale cercò di porre le basi giuridiche del suo nuovo potere: subito dopo le nozze avvenute per procura nella Chiesa della Santa Croce di Acri e l’incoronazione di Isabella a Tiro, Federico si fece raggiungere in Occidente dalla giovane sposa. Appena celebrate le nozze a Brindisi il 9 novembre di quel medesimo anno da parte di due legati papali, i cardinali Pelagio d’Albano e Guala Bicchieri da Bergamo (sui quali cf. Grasso 2013; Rainini 2012) Federico pretese che Daniele di Tenremonde, signore di Adelon, e Baliano, signore di Sidone, i nobili crociati che avevano accompagnato Isabella, gli prestassero omaggio ed a ruota inviò in Oriente un contingente composto da circa trecento cavalieri guidato dal vescovo di Melfi per assicurarsi che anche gli altri nobili della Terra Santa provvedessero a rendergli omaggio. Insomma, a nostro avviso l’invito a partire per Oltremare si giustifica benissimo anche prima della salita al soglio di Gregorio IX.

Un altro particolare potrebbe poi deporre in favore di una composizione del testo ante 1226. Come noto Federico il 30 luglio 1225, quindi pochissimi giorni dopo il suo matrimonio con Isabella e a qualche mese di distanza dalla assunzione del titolo regale gerosolimitano, convocò per la Pasqua dell’anno successivo una dieta a Cremona, città a lui fedelissima, con all’ordine del giorno la discussione sulla crociata, l’eresia e il riconoscimento dei diritti imperiali: le città riunite nella Lega Lombarda si mossero in gran fretta per rispondere a quella che percepirono come una minaccia e cominciarono a bloccare i passi alpini (Abulafia 1988).

La successione degli avvenimenti è nota: con il drastico bando che Federico II emanò a Borgo San Donino (attuale Fidenza) il 12 luglio 1226 contro le dodici città che a quel momento componevano la Lega lombarda ne minò la base giuridica (Huillard-Breholles 1852-1860, vol. II, pp. 641-647 [con la data 11 luglio]; Weiland 1896, II, pp. 136-139 [con la data 12 luglio secondo un esemplare imolese]) e ne limitò il ruolo arbitrale che i loro podestà svolgevano, sia all’interno delle municipalitates, sia all’esterno e in particolare nei riguardi di alcune città che pure non facevano parte della Lega. La base giuridica che giustificava l’esistenza della Lega erano infatti gli accordi di Costanza del 1183: la Lega vi trovava il proprio diritto a difendersi da ogni aggressione, fosse pure quella dell’imperatore. Costui, di contro, considerava quell’editto una concessione revocabile e assimilò il diniego della Lega a prestare giuramento e quindi a riconoscere l’autorità suprema dell’imperatore, ad un crimen laesae maiestatis. Il lodo di Onorio III (5 gennaio 1227), portò alla revoca del bando e alla concessione della grazia imperiale, in cambio di adeguati impegni dei comuni in relazione alla lotta contro l'eresia, alla tutela della libertà ecclesiastica e all'imminente crociata. In sostanza il Pontefice aveva saputo ancora una volta, come nel caso delle nozze di Isabella di Brienne, trarre beneficio per la propria causa dalla politica perseguita da Federico.

Falquet nel testo auspica che un’autorità suprema regoli di nuovo i rapporti di potere: il suo messaggio non si concentra solo sulla reminiscenza del valore morale della ricchezza, ma lega tale sollecitazione al mutare dei poestats e alla relazione che in “Lombardia” si era instaurata tra costoro e una potenza superiore, cioè quelle comunità urbane che decidevano della nomina dei magistrati e che, prima, ne indirizzavano le scelte politiche (Larghi 2007). L’essenza del messaggio veicolato attiene alla delega dell'autorità, indicando agli orgogliosi municipia provenzali che la fonte della loro forza risiedeva nella majestas imperii federiciana la quale a sua volta traeva la propria origine dalla divinità stessa.

Il trovatore ai vv. 31-40 svolge dunque una riflessione politica: una volta il potere era appartenuto alla nobiltà, ma ora nuovi soggetti erano apparsi sulla scena nella valle del Rodano, vale a dire quei comuni che ne avevano preso il posto e la cui potenza derivava direttamente dal simbolo dell’aquila. I podestà in questo senso erano semplicemente il punto istituzionale di interconnessione tra Federico e le comunità provenzali.

In sostanza nel 1226 Federico si trovò a fronteggiare, ad un medesimo tempo, la formazione della seconda Lega Lombarda, che l’imperatore, con la revoca della pace di Costanza, aveva privato della sua base giuridica (cf. Simeoni 1963; Voltmer 1987), il pressante invito del papa a partire per la crociata e la aggressività di alcuni municipia rodaniani. Per questo riteniamo che la data compresa tra 1225 e 1226 sia ancora la più probabile per la stesura in terra provenzale di Quan cug chantar eu planc e plor. Tanto più che Federico II si oppose ai comuni rodaniani come a quelli lombardi: non si limitò a rinnovare il bando dei foceesi dall'impero emesso dall'arcivescovo di Arles, ma il 22 maggio 1225 invitò i cittadini arlesiani a muovere guerra ai loro nemici storici e ordinò a Raimondo Berengario V di imporre la sua autorità sulla ribelle città portuense alla cui testa fin dal 19 ottobre 1221 stava un podestà.

La concomitanza tra la situazione politica generale e le molteplici allusioni contenute nel testo appare non più frutto del caso ma di un ben calcolato equilibrio tra elementi poetici e dossier internazionali. Entro tale quadro trovano una giustificazione anche i versi dal sapore anticlericale. La causa della liberazione della Terra Santa, infatti, era ritenuta prioritaria e come tale era stata definita dal IV Concilio Lateranense il quale aveva codificato quel legame tra reformatio Ecclesiae et recuperatio Terrae Sanctae che ispirò l’azione di Onorio III e di cui ci sembra di percepire gli echi nei versi di Falquet. Inseriti in un tale quadro generale, troverebbero infatti una spiegazione anche quegli inconsueti, per il romanense, rimproveri alla gerarchia che fanno da ouverture all’incitamento alla riconquista della Terra Santa: non saremmo di fronte, cioè, ad una generica ammonizione, bensì ad un raffinato messaggio che, appropriandosi dei verba del programma pontificio, ne elegge Federico II a paladino e custode.

 

 

 

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Gerardo Larghi

28.i.2022


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