Rialto    IdT

236.5a

 

 

 

Guillem de la Tor

 

 

 

 

 

 

<P>os n’Aimerics a fait far mesclança e batailla

 

 

de na Salvaga, on prez es e valors senz failla,

 

 

e de na Biatrisz, sa seror, que·s trabailla

4

 

d[e] to[t] ço mantener c’a fina valor vailla,

 

 

eu vueill far venir tals que partan lor barailla

 

 

a treva, que non voill del tot la definailla.

 

 

 

 

 

<N>a Biatriz i ven d’Est, cui fins prez capdella,

8

 

del marqueset moiller apres on valors revella;

 

 

e de Ravena i ven n’Esmilla, cui apella

 

 

fis prez, e de Magon na Biatriz la bella

 

 

e n’Alazais, sa sor, qui sap ja la novella,

12

 

e de Bresaina i ven ma dompna na Donella.

 

 

 

 

 

<E> de Soraigna i ven na Sandra la cortesa

 

 

e na Berta en cui es beutaz e valors mesa,

 

 

n[a] Mabillia i ven, qu’es de totz bes apresa,

16

 

pueis i ven n’Agnes d’Arc, o[n] nuilz mals non adesa,

 

 

e de Casalot ven na Sufia, c’an presa

 

 

jois e prez e valors a lo[r] part e conquesa.

 

 

 

 

 

<E> de Ponçon i ven n’Esmilla la prezada,

20

 

de Cantacabra i ven la bella e l’ensegnada

 

 

na Caracosa, qu’es per los valens amada,

 

 

e de Sarzan i ven n’Aiglina la lauzada,

 

 

e cellas de Plozacs, cui jois e prez agrada,

24

 

venon a esperon a la tre[va] nomnada.

 

 

 

 

 

<D>e Luna eissamen i venon, senz faillida,

 

 

las dompnas cui jovenz ni valors non oblida,

 

 

e de Casellas pueis venon ses far [gan]dida

28

 

las dompnas c’an fin prez ab proesa conplida;

 

 

de Romaigna i ven la dompna cui jois guida,

 

 

e de Castel i [ven] na Bruna la grazida.

 

 

 

 

 

<E> del Carret i [ven] na Comtensons qui zenza

32

 

chascuns jorns en fin prez ez en fina valenza,

 

 

e de Coissan i [ven] na Verz, c’as’entendenza

 

 

en mantener honor e fina conoissenza;

 

 

aquestas, qu’eu ai dit, totas ses retenenz[a]

36

 

venon las tervas far, qu’enaissi lor agenza.

 

 

 

 

 

<A>ras vos dic que son vengudas [ses] doptanza

 

 

las do[mpn]as e si fan enaisi l’acordanza

 

 

qu’en las doas serors non aian mais erranza,

40

 

e que la ter[va] dur ses far nulla mesclanza;

 

 

e s’om de l’una di neguna re[n] d’o[n]ranza

 

 

que l’autra s’i acort e que n’ai’ alegranza.

 

 

 

 

 

<E>z enaissi sera la lor trev’alegranza

44

 

e plair[a] ben als pros lo plaiz e l’acordanza.

 

 

Traduzione

I. Poiché messer Amerigo ha suscitato disputa e battaglia tra donna Selvaggia, nella quale sono pregio e virtù senza macchia, e donna Beatrice, sua sorella, che si prodiga per mantenere tutto ciò che si addice a raffinata virtù, desidero convocare persone tali da risolvere la loro disputa in tregua, perché non voglio che giungano del tutto in fondo alla contesa.

II. Da Este vien qui donna Beatrice, retta da nobile pregio, moglie del marchese in cui virtù si risveglia; da Ravenna vien qui donna Emilia invocata da raffinato pregio, e da Mangona donna Beatrice, la bella, e donna Adelaide, sua sorella, che ha già saputo la notizia, e dal Bresciano vien qui madonna Donella.

III. E vengon qui da Soragna donna Sandra la cortese e donna Berta in cui sono riposte bellezza e virtù; vien qui donna Mabilia, istruita in ogni bene, vien poi da Arco donna Agnese, nella quale alcun male alberga, e da Casaloldo viene donna Sofia che hanno tratto gioia e pregio e virtù dalla loro parte e conquistato.

IV. E da Ponzone vien qui donna Emilia la pregiata, e da Cantacabra vien qui la bella e istruita donna Caracosa, amata dagli uomini di valore, e viene qui da Sarzana donna Aiglina, la lodata, e quelle di Piossasco, alle quali sono gradite gioia e pregio, vengono a spron battuto alla tregua che è stata bandita.

V. Dalla Lunigiana allo stesso modo vengon senza fallo le signore che giovinezza e virtù non dimenticano; e da Caselle vengon poi, senza alcun indugio, le signore che uniscono ad alto pregio un valore compiuto; dalla Romagna vien la signora cui gioia è guida, e da Castello vien qui donna Bruna, la pregiata.

VI. Vien qui donna Contessina del Carretto che risplende ogni giorno di alto pregio e valore perfetto, e vien qui dal Cossano donna Verde, il cui proposito è di conservare onore e vera conoscenza; queste che ho nominato, vengono tutte senza indugio a far tregua, perché così a loro piace.

VII. Ora vi dico che son venute senza esitazione, le signore e che formulano un accordo tale che non vi sia mai più divergenza fra le due sorelle e che la tregua duri senza alcun’altra disputa; e se dell’una vien detto qualcosa di onorevole, l’altra ne convenga e ne abbia letizia.

VIII. E così la loro tregua diventerà letizia, e piaceranno ai prodi il patto e la riconciliazione.

 

 

 

Testo: Negri 2006 (III). – Rialto 27.i.2007 (rev. 28.i.08).


Ms.: N 256v.

Edizioni critiche: Hermann Suchier, Denkmäler provenzalischer Literatur und Sprache, Halle 1883, p. 323; Francesco Torraca, Le donne italiane nella poesia provenzale. Su la «Treva» di Guglielmo de la Tor, Firenze 1901, p. 57; Vincenzo Crescini, Manuale per l’avviamento agli studi provenzali, Milano 1926, 54, p. 306; Ferruccio Blasi, Le poesie di Guilhem de la Tor, Genève - Firenze 1934, XIV, p. 56; Antonella Negri, Le liriche del trovatore Guilhem de la Tor, Soveria Mannelli 2006, p. 75.

Altre edizioni: Ernesto Monaci, Testi antichi provenzali, Roma 1889, p. 86 (testo Suchier); Vincenzo De Bartholomaeis, Poesie provenzali storiche relative all’Italia, 2 voll., Roma 1931, vol. I, p. 213 (testo Suchier e Crescini); Alfredo Cavaliere, Cento liriche provenzali, Bologna 1938, p. 335 (testo Blasi, con ritocco al v. 28); Giulio Bertoni, Antiche poesie provenzali, Modena 1940, p. 87; Francesco Ugolini, La poesia provenzale e l'Italia, Modena 1949, p. 51 (testo Crescini); Andrea Pulega, Ludi e spettacoli nel Medioevo: I tornei di dame, Milano 1970, p. 73 (testo Blasi); Raymond Th. Hill - Thomas G. Bergin, Anthology of the Provençal Troubadours, New Haven 1975, p. 216; Giuliana Bettini Biagini, La poesia provenzale alla corte estense. Posizioni vecchie e nuove della critica e testi, Pisa 1981, p. 77 (testo Crescini, con ritocco al v. 8).

Metrica: a12’ a12’ a12’ a12’ a12’ a12’ (Frank 3:5). Sette coblas singulars di sei versi e una tornada di due versi.

Note: Lirica conosciuta anche come la Treva, in cui Guillem de la Tor si propone come mediatore, appunto, di una tregua fra le sorelle Selvaggia e Beatrice Malaspina che si contendono il primato in bellezza e cortesia, e lo fa coinvolgendo le nobildonne più rappresentative dei maggiori casati dell’Italia settentrionale, trovando così un pretesto per rivolgere un misurato e uniforme encomio alle loro rispettive famiglie di appartenenza. (Nel corteo di dame sono individuabili alcune famiglie dello schieramento filoimperiale che sosteneva il progetto dinastico di Ottone di Brunswick, in opposizione a quello papale di Innocenzo III, alleato con Pavia e con il marchese di Monferrato. L’ipotesi è di Elena Salvadori, Tra la corte e la strada: antichi studi e nuove prospettive di ricerca sui Malaspina (secc. XII- XIV), in corso di stampa). Il componimento sarebbe la risposta di Guillem ad una precedente e perduta lirica di Aimeric de Pegulhan forse intitolata Mesçlanca e batailla. (Sulla possibilità che l’Aimeric di cui si parla al v. 1 sia proprio il Pegulhan, si veda per tutti De Bartholomaeis, Poesie provenzali storiche, p. 213). La Treva, composta probabilmente alla corte di Corrado Malaspina, padre di Selvaggia e Beatrice, è collocata da Blasi, Le poesie di Guilhem, fra il 1216 e il 1220, ma questa datazione è stata spesso oggetto di discussione proprio a partire dall’identificazione delle dame menzionate dal testo. Un luogo testuale che risulta fondamentale per stabilire gli estremi cronologici del componimento è il v. 9: «E de Ravena i ven n’Esmilla» che si può interpretare, a partire dalla provenienza di Emilia dei conti Guidi da Ravenna, come traccia indiretta del matrimonio della donna con Pietro Traversari di Ravenna. Secondo Torraca, Le donne italiane e Blasi, Le poesie di Guilhem, i due si sposano nel 1216, ma Giuliana Bettini Biagini, «La Treva di Guillem de la Tor: problemi di datazione e di traduzione», Studi mediolatini e volgari, 27, 1980, pp. 113-118, poi in La poesia provenzale, pp. 72-76, dimostra che le nozze erano avvenute già nel 1212, terminus a quo della lirica. Un altro dato utile per contestualizzare cronologicamente la Treva si evince dal v. 10 in cui compare na Biatriz de Magon, figlia di Alberto di Mangona della Val di Sieve e nuora di Emilia Traversari. La donna viene nominata con l’appellativo del casato paterno e non con quello usuale del marito, Paolo Traversari, che Beatrice assume a partire dal 1216. Di conseguenza, la Treva deve essere stata scritta prima del 1216. Riconduce a questa ipotesi anche l’appellativo dato alla sorella di Beatrice, la n’Azalais del v. 11, designata anche lei come de Magon, diversamente da quanto avviene nel partimen con Sordello, Uns amics et un’amia (BdT 236.12), dove invece viene indicata col nome del marito, n’Azalais de Vidaliana. Anche Adelaide, in questo momento, non è ancora sposata, lo sarà dopo il 1221. A questi riferimenti si assommano, infine, le considerazioni relative al v. 7 in cui è nominata Beatrice d’Este, figlia di Azzo VI, che prende gli ordini monastici nel 1220 e la cui menzione da parte di Guillem risale senz’altro ad una fase anteriore alla vita religiosa della donna. Nonostante gli agganci col contesto storico siano ineludibili, la frammentarietà dei dati biografici relativi alle donne menzionate non consente un uniforme livello di approfondimento; infatti, la Treva annovera molte altre presenze di dame che, in assenza di documentazione sicura, è difficile se non impossibile identificare. (Riguardo ai nomi delle dame menzionate si possono trovare informazioni generali in Fritz Bergert, Die von den Trobadors genannten oder gefeierten Damen, Halle 1913 e nei più recenti Frank M. Chambers, Proper Names in the Lyrics of the Troubadours, Chapel Hill 1971 e Negri, Le liriche del trovatore Guilhem, pp. 91-93). – Al v. 8 molti editori, nell’impossibilità di spiegare la lunghezza anomala e la presenza dei lemmi d’est e moiller, difficilmente abbinabili fra loro o con i versi precedenti o successivi, si sono sentiti legittimati a promuovere interventi massicci sul testo. All’edizione di Suchier, Denkmäler, p. 323, che propone «del marqueset d’Est moiller, *on valors* renovella», segue il tentativo di Antonio Restori, «Per le donne italiane nella poesia provenzale», Giornale Dantesco, IX, 1901, pp. 203-206, che tenta di sciogliere congetturalmente questa crux cassando le due parole d’est e moiller, e leggendo un unico lemma: Marqueset. La lezione così promossa a testo da Restori e dagli editori successivi (Crescini, Manuale, p. 307; De Bartholomaeis, Poesie provenzali storiche, p. 214 e Blasi, Le poesie di Guilhem, p. 56) diventa «e Marqueset’apres on valors renovella» e viene tradotta con «e appresso, Marchesetta, in cui valore rinnovella». In questo modo, alla ricerca di una identificazione plausibile, gli studiosi che si sono occupati della Treva hanno fatto comparire sulla scena la giovane Marchesella degli Adelardi, senza tuttavia accorgersi di aver formulato un emendamento che conduce a una erronea identificazione storica. Diversa l’ipotesi di Torraca, Le donne italiane, p. 50, che sostituisce a moiller il lemma sor. Tale correzione si rende necessaria in quanto non vi è nessuna Beatrice che risulti essere anche moglie di un Este e il verso messo a testo diventa così: «del marqueset d’Est sor, on valors renovella». Con sor Torraca rimanda a Beatrice d’Este, sorella di Azzo VII e figlia di Azzo VI, mentre col diminutivo marqueset si riferisce ad Azzo VII, detto Azzolino. L’ultima ipotesi in ordine di tempo è quella formulata da Bettini Biagini, La poesia provenzale, p. 76, che propone: «del marques sor apres» e traduce «sorella del gentile (apres) marchese». La correzione trae spunto dalle stesse argomentazioni espresse da Torraca, ma la congettura che marqueset possa essere una lezione facilior di *marquessor, un lemma che solo nel tempo sarebbe diventato incomprensibile, non viene confortata da nessun altro riscontro documentario. – Il testo è pervenuto adespoto e tràdito in forma di manoscritto unico; di conseguenza la questione attributiva si presenta particolarmente complessa. Finora, dopo l’attribuzione di Suchier, Denkmäler, p. 323, quasi tutti gli studiosi sono stati concordi nell’assegnare la lirica a Guillem de la Tor. Fra gli ultimi Peter Ricketts, «Le troubadour Palais: édition critique, traduction et commentaire», in Studia occitanica in memoriam Paul Remy, 2 voll., Kalamazoo 1986, vol. I, pp. 227-240, a p. 227, nella sua edizione di Palais, si è espresso in questo senso indirettamente, adducendo la struttura metrica della Treva come prova dell’attribuzione a Guillem di Un sirventes farai d’una trista persona (BdT 236.11), testo che condivide con la Treva proprio l’identità dello schema metrico. Sulla questione attributiva si è espresso anche Paolo Squillacioti, «Due note su Palais», Studi mediolatini e volgari, 38, 1992, pp. 201-207, a p. 207, il quale si interroga sui criteri finora utilizzati per attribuire la Treva a Guillem de la Tor e si domanda se il fatto che quest’ultimo componimento segua la canzone Ges cil que·s blasmon d’amor, che tutte le rubriche dei quattro manoscritti consegnano a Guillem, «sia sufficiente a determinarne l’attribuzione». In assenza di altri importanti indizi, non si può prescindere dai pochi elementi evidenziabili nel concreto perimetro fisico del testo. In una direzione di analisi che dia spazio a verifiche sulla posizione delle liriche nell’ambito del codice, va sottolineato che tra i ff. 237-244 e 253-271 del ms. N si riscontrano, come ha dimostrato Lachin, «La composizione materiale del codice provenzale N (New York, Pierpont Morgan Library, M 819)», in La filologia romanza e i codici. Atti del Convegno (Messina, 19-22 dicembre 1991), 2 voll., Messina 1993, vol. II, pp. 589-607, a p. 599, sette sezioni d’autore con quarantacinque componimenti. A livello del f. 244 (=f. 247) si nota un’interruzione della corretta sequenza dei testi. La canzone Plus qe las domnas, qu’eu aug dir di Guillem, che inizia appunto al f. 247, prosegue al f. 253 (=f. 256) e da qui in poi i testi si succedono con regolarità. Quindi il fatto che la Treva sia inserita tra i componimenti di Guillem de la Tor, pur non esimendo da una necessaria cautela, conduce nella direzione di un’attribuzione del testo al perigordino. (Di analogo parere è Francesca Gambino, «L’anonymat dans la tradition manuscrite de la lyrique troubadouresque», Cahiers de Civilisation Médiévale, 48, 2000, pp. 33-90, a p. 48.) Infatti le rubriche presenti a inizio sezione, come anche nel caso di Guillem de la Tor, devono essere interpretate proprio come attribuzioni complessive della sezione. É pertanto la convergenza dei risultati che si profilano in presentia a confermare l’attribuzione del testo a Guillem, in mancanza di altre spie che riescano a mettere in dubbio la sostanza dell’ipotesi.

[AN, sr]


BdT    Guillem de la Tor    IdT

Circostanze storiche