Rialto    IdT

315.3

 

 

 

Palais

 

 

 

 

 

 

Molt m’enoja d’una gent pautoneira

 

 

car an tornat pros Lombarz en eranza,

 

 

c’uns non conois cui don ni cel q’enqeira

 

 

mas atressi cum orbs qui peiras lanza

5

 

donnon raubas e roncins a garços,

 

 

a tals q’anc mais no sabron que se fos

 

 

mas fams e freitz, trebailz e malananza.

 

 

Traduzione [cc]

Mi infastidisce molto un gruppo di accattoni perché hanno ingannato i nobili lombardi, poiché non si conosce colui a cui si dà né quello che chiede, ma, così come un orbo che lancia pietre, donano abiti e ronzini ai miserabili, a certi che non sapranno mai cosa ci potrebbe essere oltre la fame e il freddo, la fatica e la malattia.

 

 

 

Testo: Ricketts 1986. – Rialto 25.x.2021.


Mss.: Da 206v (Palais), J 71v (anonimo).

Edizioni critiche: Oscar Schultz-Gora, «Die Lebensverhältnisse der italienischen Trobadors», Zeitschrift für romanische Philologie, 7, 1883, pp. 177-235, p. 195; Friedrich Witthoeft, Sirventes Joglaresc. Ein Blick auf das altfranzösische Spielmannsleben, Marburg 1891, p, 72; Antonio Restori, Palais, Cremona 1892, p. 16; Peter T. Ricketts, «Le troubadour Palais: Édition critique, traduction et commentaire», in Studia occitanica in memoriam Paul Remy, 2 voll., Kalamazoo 1986, vol. I, pp. 227-240, p. 234.

Altra edizione: Nicolò Premi, «Il punto su Andrian de Palais, trovatore cremasco a cavallo del Duecento», in Insula Fulchiera. Rassegna di studi e documentazioni di Crema e del Cremasco a cura del Museo Civico di Crema, 47, 2017, pp. 297-314, p. 311 (testo Ricketts).

Metrica: a10’ b10’ a10’ b10’ c10 c10 b10’ (Frank 361:3). Cobla di sette versi. Rime: -eira, -anza, -os. Il sirventese prende a modello lo scambio di coblas fra Manfredi I Lancia e Peire Vidal, Emperador avem de tal maneira ~ Lanza marqes, paubresa e nescera (BdT 285.1 = 364.19), con cui condivide i rimanti lanza (vv. 4 e 7 di BdT 285.1) e malananza (v. 2 di BdT 364.19). A sua volta, questo scambio di coblas è un rifacimento della canzone di Peire Vidal, Quant hom onratz torna en gran paubreira (BdT 364.40). Lo stesso schema rimico e metrico è utilizzato anche in due composizioni di Uc de Saint Circ, Antan fez coblas d’una bordeliera (BdT 457.5) e Na Maria de Mons es plasentera (BdT 457.22), e da Peire Cardenal nel sirventese Eu trazi pegz que si portava queira (BdT 335.24). Per un approfondimento sui rapporti tra questi componimenti, si veda Paolo Di Luca, «La poesia comico-satirica dei trovatori in Italia», L’Italia dei trovatori, a cura di P. Di L. e Marco Grimaldi, Roma 2017, pp. 121-162.

Note: Sirventese, indatabile su base interna, contro i giullari accattoni che sfruttano la largueza dei signori dell’Italia settentrionale.

1. Molt m’enoja: apertura tipica dell’enueg, genere letterario che presenta, a seguito di un incipit in cui l’autore si dichiara infastidito o annoiato, un elenco di tutti gli elementi che generano l’avversione del poeta. In questo caso, il fastidio è causato esclusivamente dalla gent pautoneira, ovvero i giullari accattoni, che, non trovando protettori ed ospitalità nelle proprie terre d’origine, si sono riversati nelle corti dell’Italia settentrionale, conquistando immeritatamente il favore dei signori di quei luoghi. Il genere dell’enueg, per quanto diffuso in area provenzale, trova la sua massima espressione in Italia, più precisamente a Cremona, attraverso l’opera di Gerardo Patecchio e Ugo di Perso (o Persico). Concittadini di Palais, secondo Saverio Guida, «Dall’Occitania alla Padania: L’Enoio», Studi mediolatini e volgari, 51, 2015, pp. 131-166, p. 165, «non è azzardato pensare che Andrian de Palais […] abbia ragguardato il notaio Patecchio […] sulle sperimentazioni correnti in terra d’oc all’epoca del suo soggiorno e abbia agito da tramite», dando così inizio alla fortuna del genere in area lombarda.

2. Lombarz: citati anche in Molt se fera de chantar bon recreire (BdT 315.4), questo termine indica non solo gli abitanti della Lombardia ma tutti coloro che risiedono nell’«ampia regione compresa tra le Alpi, il mare Tirreno, gli Appennini e il Mincio, in sostanza l’intero settentrione della penisola con esclusione della Marca Trevigiana e della Romagna» (Saverio Guida, «(Andrian de) Palais, trovatore lombardo?», in Studi di Filologia romanza offerti a Valeria Bertolucci Pizzorusso, Pisa 2006, pp. 685-721, p. 716, n. 66). Tuttavia, le composizioni di Palais sembrano fare riferimento sempre alla stessa area, ovvero quella nord-occidentale: si vedano il richiamo a Otto del Carretto e a suo fratello Enrico del Vasto in Be·m plai lo chantar e·l ris (BdT 315.2), l’invettiva contro Peire de la Mula, provato frequentatore della corte aleramica, in Molt se fera de chantar bon recreire (BdT 315.4), ed infine la ripresa dello schema metrico e rimico, per la nostra cobla, della tenzone tra il marchese Lancia (conte di Loreto, parente dei del Carretto) e Peire Vidal (BdT 285.1 = 364.19). Il richiamo puntuale a tratti stilistici, metrici e probabilmente anche melodici di questo scambio di coblas sottintende una conoscenza del contesto storico, geografico e culturale sia da parte dell’esecutore sia da parte del pubblico, che devono quindi necessariamente provenire da un territorio quanto meno prossimo a quello da cui giunge il testo di riferimento (cfr. Guida, «(Andrian de) Palais, trovatore lombardo?», p. 716, n. 66; Di Luca, «La poesia comico-satirica dei trovatori in Italia», p. 147).

4. peiras lanzas: in questo breve sintagma, Palais riprende e riformula due versi della tenzone tra Manfredi I Lancia e Peire Vidal (BdT 285.1= 364.19), ovvero «Rens non es meinz, mas qe peiras non lanza» (v. 7) e «et es com l’orbs qe piss’en la carrera» (v. 17). Inoltre, nei due elementi presi in esame si riconoscono rispettivamente il nome di Peire Vidal e il cognome del marchese Manfredi, attraverso un gioco di parole che sembra essere particolarmente congeniale a Palais: si veda il v. 4 di Molt se fera de chantar bon recreire (BdT 315.4) rivolto a Peire de la Mula (cfr. Di Luca, «La poesia comico-satirica dei trovatori in Italia», pp. 146-147 e Guida, «(Andrian de) Palais, trovatore lombardo?», pp. 719-720).

5. garços: i bersagli dell’invettiva, gli apprendisti giullari che si fingono esperti nell’arte del trobar al solo scopo di sfruttare l’ospitalità delle ricche corti italiane; contro gli stessi si scagliano Peire de la Mula in Dels joglars servir mi laisse (BdT 352.1) e in Una leig vei d’escuoill (BdT 352.3) e, qualche anno dopo, Aimeric de Peguilhan in Li fol e·il put e·il filol (BdT 10.32).

 

[cc]


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