Rialto    IdT

 

Palais, Molt m’enoja d’una gent pautoneira (BdT 315.3)

Molt se fera de chantar bon recreire (BdT 315.4)


 

Circostanze storiche

 

 

   

Il piccolo enueg Molt m’enoja d’una gent pautoniera (BdT 315.3) e la cobla Molt se fera de chantar bon recreire (BdT 315.4) del trovatore Palais si prefiggono lo stesso obiettivo, ovvero screditare agli occhi dei Lombarz, i signori delle corti dell’Italia settentrionale, i poeti provenienti da altre regioni, il cui unico scopo è abusare della loro generosità attraverso l’inganno. Questa gent pautoniera, ‘gruppo di accattoni’ (BdT 315.3, v. 1), infatti, si vanta di essere esperta dell’ars versificandi, nonostante non abbia né la capacità tecnica né l’esperienza necessarie. Il severo accanimento contro questa specifica categoria sociale si spiega alla luce della biografia di Palais e del contesto storico-politico dell’Italia settentrionale a cavallo del Duecento.

A lungo ignorato e trascurato dalla critica (la prima edizione dei suoi testi, a cura di Restori 1892, termina a p. 11 con la richiesta di scuse da parte dell’editore poiché «per un trovatore come Palais, ho speso troppe parole»), la sua opera e la sua figura sono state solo recentemente rivalutate grazie alle ricerche documentarie di Guida 2006. Lo studioso, infatti, ne conferma le origini italiane, specificatamente cremasche, e offre nuove prove della sua fama come poeta di corte. Menzionato nella Doctrina d’Acort di Terramagnino di Pisa come «trobaire vos e verais» (cfr. Ruffinatto 1968, p. 122), il corpus di Palais è costituito, oltre che dalle due coblas esparsas qui in esame, da una canzone (Adreit fora, se a midonz plagues, BdT 315.1), un sirventese (Be·m plai lo chantars e·l ris, BdT 315.2) e un estribot (Un estribot farai don sui aperceubuz, BdT 315.5), mentre è ancora dibattutta l’attribuzione di Un sirventes farai d’una trista persona (BdT 236.11), assegnata dal canzoniere A a Guillem de la Tor (cfr. Squillacioti 1992; Negri 2006; Negri 2007; Barachini 2020). Nonostante la varietà di temi e di generi, in tutte queste composizioni si intravede un filo conduttore, specchio dell’epoca in cui l’autore è calato e delle nuove dinamiche sociali che i professionisti dell’intrattenimento devono adottare per sopravvivere: «Palais mostra d’avere una concezione strumentale della letteratura, appare risoluto a sfruttare al meglio, in termini di vantaggi concreti, le proprie capacità d’intrattenimento [...] e subordina patentemente ai compensi elargiti l’attitudine tanto all’encomio e all’adulazione che al biasimo e alla maldicenza» (Guida 2006, p. 686). Non c’è da sorprendersi: mentre il sistema politico delle corti del sud della Francia stava collassando e tutti coloro che cercavano fortuna cominciavano a rivolgersi ai ricchi signori del nord Italia, se si era abbastanza bravi e fortunati da essere accolti da un nobile feudatario, ci si aspettava per lo meno che il suo protetto ne lodasse le virtù e insieme disprezzasse i suoi nemici. Ciò non di meno, Palais riesce a destreggiarsi abilmente sia nei componimenti di stampo più tradizionale, sia in quelli più giocosi e satirici: la sua capacità tecnica e la sua ricercatezza stilistica si evidenziano tanto nel momento in cui chiede a midons di non farlo soffrire più a causa della sua reticenza poiché «qi dona meillura altrui e se» (BdT 315.1, v. 7) quanto nella descrizione oscena e triviale di un monaco che violenta una donna uccidendola (BdT 315.5).

L’abilità nel comporre con maestria opere di tono tanto diverso tra loro sarebbe da ricondurre, secondo Guida (ma cfr. anche Squillacioti 1992 e Premi 2017, che accolgono e forniscono nuove prove a sostegno della sua tesi), a un apprendistato di Palais presso Folquet de Marselha, «l’indiscussa auctoritas nell’ambito della lirica occitana» (Guida 2006, p. 712). Infatti, Folquet cita esplicitamente il trovatore nella tornada di Ja no·s cuig hom qu’ieu camje mas chansos (BdT 155.11, v. 46), dove gli viene affidato il compito di consegnare la sua ultima canzone d’amore ad Aziman e Totztemps, senhals rispettivamente di Bertran de Born e Raimon de Miraval. Inoltre, l’influenza del trovatore marsigliese si palesa in molte composizioni di Palais: Be·m plai lo chantars e·l ris (BdT 315.2) ha lo stesso schema metrico e le stesse rime della canzone Ja non volgra q’hom auzis (BdT 155.12), di cui vengono ripresi sintagmi e concetti “rovesciati” (cfr. Squilaciotti 1992); inoltre, entrambi hanno prodotto un estribot (Vermillon, clam vos faç d’un avol pega pemcha, BdT 155.25, e Un estribot farai don sui aperceubuz, BdT 315.5), caso più unico che raro se si considera che la sola altra testimonianza di questo genere ci proviene da Un estribot farai, que er mot maistrat[z] (BdT 335.64) di Peire Cardenal, che pare essersi ispirato proprio a Palais (cfr. Vatteroni 1990).

Terminato il tirocinio presso uno dei più grandi maestri di lirica trobadorica, Palais ritorna al di qua delle Alpi stanziandosi nell’ultimo decennio del secolo XII nella zona ligure-piemontese sotto la protezione dei marchesi del Carretto, i fratelli Ottone ed Enrico, signori noti per la generosità e per l’accoglienza che riservano ai trovatori occitani: si vedano i testi di Bernart de Bondeilhs (BdT 59.1), Falquet de Romans (BdT 156.2, 156.3, 156.6, 156.11) e la vida di Peire de la Mula. La largueza della corte aleramica, però, non è sempre ben riposta secondo il nostro trovatore: in Molt m’enoja d’una gent pautoneira (BdT 315.3), Palais accusa i nobili lombardi di essere «cum orbs qui peiras lanza» (v. 4) poiché donano indiscriminatamente i loro averi anche a chi non se li merita, a «tals q’anc mais no sabron que se fos / mas fams e freitz, trebailz e malanza» (vv. 6-7); in Molt se fera de chantar bon recreire (BdT 315.4), le critiche sono rivolte esclusivamente a Peire de la Mula, trovatore linguadociano che ha costruito la sua fortuna presso la corte aleramica tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo e che compare anche in documenti ufficiali sia come testimone sia come garante di atti stipulati a nome di Ottone del Carretto (cfr. Larghi 2008).

Il giudizio severo nei confronti della categoria giullaresca e il richiamo alla largueza mal riposta dei signori italiani ci restituiscono il riflesso dello stile di vita e del panorama socio-culturale dei trovatori italiani del Duecento, un panorama in cui «lo sciame di jaculatores di bassa taglia si era accresciuto nel nostro paese» (Guida 2006, p. 711) e in cui tutti erano alla ricerca di un mecenate che li accogliesse nella propria corte. In tale contesto non è difficile immaginare quanto la competizione e l’invidia spingesse tali garços a ingaggiare dispute contro chi era riuscito a distinguersi, il quale diventava dunque oggetto preferenziale di scherno e caricatura e che a sua volta si difendeva respingendo le critiche, inviandole ad altri colleghi più o meno meritevoli di scherno. I testi qui presi in esame si inseriscono perfettamente in questa tradizione, caratterizzata da motivi derivati dalla bassa quotidianità e dal forte carattere intertestuale (cfr. Di Luca 2017): se, infatti, in Molt m’enoja d’una gent pautoneira (BdT 315.3) Palais preferisce attaccare in generale l’intera compagine di giullari accattoni presenti nelle corti dell’Italia settentrionale, delegando alle riprese metriche e rimiche i legami con altri componimenti e altri autori, in Molt se fera de chantar bon recreire (BdT 315.4) è molto più diretto, poiché chiama in causa apertamente il suo avversario, sebbene ne deformi il cognomen toponomasticum con un volgare gioco di parole («en Peire, qi fa la mula peire», BdT 315.4, v. 5). D’altra parte, si è ipotizzato che lo stesso Peire de la Mula abbia risposto a queste accuse con uno dei suoi sirventesi, Dels joglars servir mi laisse (BdT 352.1), in cui riprende la polemica contro i ‘falsi giullari’.

 

Bibliografia

 

Barachini 2020

Giorgio Barachini, Rialto 10.ii.2020.

 

Di Luca 2017

Paolo Di Luca, «La poesia comico-satirica dei trovatori in Italia», in L’Italia dei trovatori, a cura di P. Di L. e Marco Grimaldi, Roma 2017, pp. 121-162.

 

Folena 1990

Gianfranco Folena, «Tradizione e cultura trobadorica nelle corti e nelle citta? venete» [1976], in Id., Culture e lingue nel Veneto medievale, Padova 1990, pp. 1-138.

 

Guida 2006

«(Andrian de) Palais, trovatore lombardo?», in Studi di Filologia romanza offerti a Valeria Bertolucci Pizzorusso, Pisa 2006, pp. 685-721.

 

Larghi 2008

Gerardo Larghi, «Occitania italica: Peire de la Mula da Saint-Gilles», in L’Occitanie invitée de l’Euregio. Liège 1981 - Aix-la-Chapelle 2008: Bilan et perspectives. Actes du Neuvième Congrès International de l’Association Internationale d’Études Occitanes (Aix-la-Chapelle, 24-31 août 2008), éditées par Angelica Rieger avec la collaboration de Domergue Sumien, Aachen 2011 pp. 449-460.

 

Negri 2006

Antonella Negri, Le liriche del trovatore Guilhem de la Tor, Soveria Mannelli 2006.

 

Negri 2007

Antonella Negri, Rialto 27.i.2007.

 

Premi 2017

Nicolò Premi, «Il punto su Andrian de Palais, trovatore cremasco a cavallo del Duecento», in Insula Fulchiera. Rassegna di studi e documentazioni di Crema e del Cremasco a cura del Museo Civico di Crema, 47, 2017, pp. 297-314.

 

Restori 1892

Antonio Restori, Palais, Cremona 1892.

 

Ruffinatto 1968

Aldo Ruffinatto, Terramagnino da Pisa, Doctrina d’Acort. Edizione critica, introduzione e note, Roma 1968.

 

Squillaciotti 1992

Paolo Squillacioti, «Due note su Palais», Studi mediolatini e volgari, 38, 1992, pp. 201-207.

 

Vatteroni 1990

Sergio Vatteroni, «Peire Cardenal e l’estribot nella poesia provenzale», Medioevo romanzo, 15, 1990, pp. 61-90.

 

Chiara Cappelli

25.x.2021


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