Rialto    IdT

281.10

 

   

Rambertino Buvalelli

 

 

 

 

   

I.

   

Toz m’era de chantar geqiz,

   

tro q’uei vei q’es l’ivernz passatz

   

e vei per vergers e per praz

   

las flors e l’erba reverdir

5  

e·ls auzels cridar e braidir;

   

per qe·m sui un pauc alegraz,

   

e pois que a mon fin cor plaz

   

q’eu chant, metrai me·n en essai

   

de zo don el s’es abeliz,

10  

que bon chantar fara oimai.

   

 

   

II.

   

Mas tant sui pensius e marriz,

   

qe no sai que·m dic ni qe·m faz.

   

Demandaz cum? Voill o sapchaz,

   

pos vos tant o volez auzir:

15  

er es ben greus fais a soffrir

   

dels rics crois, manenz, renegaz,

   

q’eu vei en l’auzor grat poiatz

   

o·ill paubre d’aver fin, verai

   

degrant estar. «Fol, tu qe diz?»

20  

Per cui aven, e·us o dirai.

   

 

   

III.

   

Dire me·l farez a enviz,

   

mas non puosc al, tant sui iratz,

   

que cellas per cui es baissaz

   

prez e qui fan joven morir

25  

e fan amor e joi faillir,

   

an mes en soan los presatz

   

et acoillon cels cui lor plaz

   

e·ill vallen son de nien gai,

   

que quant n’an los greus mals soffritz!

30  

Non voill al dir, mas mal estai.

   

 

   

IV.

   

Ha, dompnas! Con es prez deliz

   

e jois e deduich e solaz,

   

cum no faiz ço que far degraz!

   

E pograz lo segle enantir,

35  

amar, honrar et acoillir

   

cels en cui son finas bontaz,

   

per qe represas no fossaz,

   

e cachar cels de cui se fai;

   

que ben taing qe cels sia auniz

40  

ves cui nuilla bontaz no·s trahi.

   

 

   

V.

   

Et aissi fora·l monz gariz

   

e·l vostre prez ders et auchaz,

   

que per vostras finas beltaz

   

pograz tot lo mont enriquir;

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ab cavalcar et ab garnir

   

mainz rics torneis viram mesclaz,

   

e·l jois d’amor for’essauchaz.

   

Ço feran li valen, zo sai,

   

e·l vostre prez fora·n auziz

50  

e loing e pres, e chai e lai.

   

 

   

VI.

   

Mos chanz, vai tost e eserniz,

   

e fai·t audir enves toz laz;

   

qeç en tal loc seras cantaz

   

o·m faras amar e grazir,

55  

et en tal, per ver o pois dir,

   

on serai maldiz e blasmaz;

   

et er t’aitals astres donaz

   

de qe·m plaz fort; q’aissi t’en vai,

   

que pels pros seras acoilliz,

60  

e volran te mal li savai.

   

 

   

VII.

   

Aquest novel chant me portaz,

   

n’Elias, lai on es beltaz

   

ab joi et ab fin prez verai,

   

enves Est, a na Beatriz,

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e a Mon Restaur, lai on estai.

 

 

Traduzione [lg]

I. Avevo del tutto abbandonato il canto, finché oggi vedo che l’inverno è passato e vedo nei giardini e nei prati i fiori e l’erba rinverdire, e gli uccelli cantare e gorgheggiare; per questo mi sono un poco rallegrato, e poiché al mio cuore nobile piace che io canti, mi cimenterò in ciò che ha dimostrato di gradire, cosicché sarà ormai cosa buona cantare.

II. Ma tanto sono pensieroso e smarrito che non so ciò che dico né ciò che faccio. Domandate come? Voglio che lo sappiate, poiché tanto lo desiderate sentire: ora è un grave peso a sopportarsi quello dei ricchi grossolani, rinnegati, ch’io vedo giunti fino al gradito più alto, dove i poveri di averi, nobili e leali, dovrebbero stare. «Folle, che dici?» Vi dirò per colpa di chi ciò accade.

III. Me lo farete dire con dispetto, ma non posso fare altrimenti, tanto sono irato, poiché quelle per cui pregio è decaduto – e che fanno languire giovinezza e mancare amore e gioia – non tengono in considerazione coloro che sono dotati di meriti, accogliendo invece quelli cui loro aggrada, e i valenti non sono felici, poiché quanto ne hanno sopportato i mali penosi! Non voglio dire altro, se non che ciò è male.

IV. Ah, donne! Come è distrutto pregio e gioia e diletto e sollazzo, siccome non fate ciò che si conviene! E potreste fare innalzare il mondo intero, amare, onorare ed accogliere coloro in cui albergano bontà autentiche, affinché non siate riprese, e cacciare quelli che se lo meritano; giacché ben si conviene che sia svergognato colui al quale nessuna bontà si accompagna.

V. E così sarebbe salvato il mondo e il vostro pregio innalzato e elevato, poiché per mezzo delle vostre raffinate bellezze potreste arricchire il mondo intero; molti ricchi tornei vedremmo intrapresi, con il cavalcare e il vestire le armi, e la gioia d’amore sarebbe esaltata. Ciò farebbero i valenti, lo so, e il vostro pregio sarebbe udito da lontano e vicino, e qua e là.

VI. Mio canto, va rapido e distinto, fatti udire fino a là; cosicché in tale luogo sarai cantato, ove mi farai amato e gradito, e in tal altro, per vero lo posso dire, sarei maledetto e biasimato; e ora ti sarà donata una tal sorte di cui sono molto lieto; in tal modo te ne vai che dai prodi sarai accolto, e i malvagi ti vorranno male.

VII. Questo novello canto portatemi, Messer Elias, là dove è beltà con gioia e con fine pregio vero, verso Este, a donna Beatrice, e al mio Ristoro, dove che sia.

 

 

 

Testo: Melli 1978, con modifiche di lg. – Rialto 16.i.2017.


Ms.: Da 194v.

Edizioni critiche: Tommaso Casini, Le rime provenzali di Rambertino Buvalelli. Trovatore bolognese del sec. XIII, Firenze 1885, p. 14; Vincenzo Crescini, Manualetto provenzale per uso degli alunni delle Facoltà di Lettere, introduzione grammaticale, crestomazia, glossario, Verona-Padova 1892, p. 117; Giulio Bertoni, Rambertino Buvalelli. Trovatore bolognese e le sue rime provenzali, Dresden 1908, p. 44; Giulio Bertoni, I Trovatori d’Italia. Biografie, testi, traduzioni, note, Modena 1915, p. 234; Rambertino Buvalelli, Le Poesie, edizione critica con introduzione, traduzione, note e glossario, a cura di Elio Melli, Bologna 1978, p. 193.

Altra edizione: Giuliana Bettini Biagini, La poesia provenzale alla corte estense. Posizione vecchie e nuove della critica e testi, Pisa 1981, p. 64 (testo Melli).

Metrica: a8 b8 b8 c8 c8 b8 b8 d8 a8 d8 (Frank 692:1). Sei coblas unissonans di dieci versi, seguite da una tornada di cinque. Rime: -iz, -az, -ir, -ai.

Ed. 1978: 21 a enuiz; 29 gratz.

Note: Il riferimento a Beatrice al v. 64, da identificare con ogni evidenza con Beatrice d’Este, permette di ritenere la composizione della canzone anteriore al 1220, ovverosia la data della monacazione della figlia di Azzo VI. L’invio a Este (v. 64) deve considerarsi, a tutti gli effetti, un riferimento geografico privo di specificità: come noto, dal 1213 la corte estense si trasferiva a Calaone, in seguito alla parziale distruzione del castello di Este da parte dei padovani. Si vedano le Circostanze storiche.

1-10. Il poeta asserisce di ritrovare l’ispirazione poetica traendo spunto dalla natura stessa, diversamente da quanto affermato nella seconda cobla di Al cor m’estai l’amoros desiriers (BdT 281.1), per cui si veda il commento al passo. Si confronti anche l’incipit di Ges de chantar no·m voill gequir (BdT 281.5).

21 a enviz. Melli, che stampa a enuiz, non sembra aver preso in considerazione il suggerimento della rec. di Stimming (p. 225) a Bertoni, Rambertino Buvalelli (ma su questo vedi anche la rec. di Pfister all’edizione Melli, p. 235).

29-30. Il testo nel ms. è il seguente: Que q(ua)nt nan los gratz mals soffriz / non uoill lal dir mas mal estai. Il passo è stato variamente interpretato dagli editori. Casini lascia sostanzialmente invariato l’assetto del manoscritto, e traduce così: «ché quanto n’hanno le male grazie sofferto non voglio là dirlo, ma sta male». Crescini introduce due emendationes, mal per mals e lah per lal. Bertoni, Rambertino Buvalelli, interviene sulla lezione erronea lal, (svista del copista per al, condizionata dal voill precedente): «Que quant n’an los gratz mals soffriz… / Non voill al dir, mas mal estai». La traduzione non è propriamente fedele al testo: «ché quando ne hanno le male grazie sofferto, non voglio dir altro, ma sta male». Bertoni, I Trovatori d’Italia, corregge invece la forma mals con mal (come Crescini), e riproduce l’aposiopesi nella traduzione: «perché allorquando ne hanno accolto malamente le proposte… Via, non voglio dire altro, ma sta male». Il testo di Melli ricalca quello di Bertoni, Rambertino Buvalelli, anche se la prima proposizione diviene a tutti gli effetti un’esclamativa: «E infatti, quanto essi ne hanno sofferto il malgarbo! Non voglio dire altro, se non che ciò è male». Ad ogni modo, risulta quanto meno sospetta la posposizione di mals: a tal riguardo si confronti l’espressione «mal grat de lauzengiers» in Ges de chantar no·m voill gequir (BdT 281.5), v. 29, che dimostra come Rambertino Buvalelli ben conoscesse l’usus occitano. Come ipotesi di lavoro si propone dunque l’emendatio in los greus mals soffritz, recuperando così non solo la semantica del v. 15 ma anche una dittologia assai diffusa nella poesia trobadorica, per cui vedi ad es. Arnaut de Brantalon, Pessius, pessans, peccans e penedens (BdT 26.1), v. 20, «per deslieurar los greus mals enguoyssos». In tal modo si eviterebbe inoltre un’aposiopesi, non altrimenti attestata in Rambertino Buvalelli.

45. Bertoni, I Trovatori d’Italia, non traduce il verso; Melli parafrasa e interpreta assai liberamente «vedremmo molti ricchi tornei essere intrapresi, facendosi, i signori, amanti del cavalcare e del vestire le armi».

65. Il verso, così come tràdito dal ms., risulta ipermetro di una sillaba. La soluzione qui proposta è adottata da Casini, Crescini e Bertoni, Rambertino Buvalelli; Bertoni, I Trovatori d’Italia e Gianfranco Folena, «Tradizione e cultura trobadorica nelle corti e nelle città venete», in Storia della cultura veneta, 6 voll., Vicenza 1976-1986, vol. I: Dalle origini al Trecento (1976), pp. 453-562, a p. 491, propendono invece per eliminare et.

[lg]


BdT    Rambertino Buvalelli    IdT

Circostanze storiche