Rialto    IdT

410.3

 

   

Raimon de Tors

 

 

 

 

   
   

I.

   
   

Ar es dretz q’ieu chan e parlle,

 

Ora è giusto che io canti e parli, dato che ser Riccardo vuol essere re di Vienne e di Arles; perciò il re ne ha pena per Carlo, ma abbondante piacere ne ha ser Edoardo, che non è pigro né codardo.

   

pos de Viena e d’Arlle

 
   

vol esser reis En Richartz;

 
   

don ha dol le reis de Karlle

 
5  

e ric plazer N’Odoartz,

 
   

qe non es lotz ni coartz.

 
   

 

   
   

II.

   
   

Per q’ieu mon chantar esmeri,

 

Pertanto io affino il mio canto, perché egli pensa di ottenere l’impero e di dominare sugli italiani, i quali sanno a memoria tutto il salterio e tutta la grammatica, e più che per le sette arti (scil: meglio che se l’avessero studiato a scuola);

   

qar cuia aver l’emperi

 
   

e seinhorezar Lonbartz,

 
10  

qi sabon tot lo sauteri

 
   

de cor, et totas las partz,

 
   

e mais qe per las .vii. artz;

 
   

 

   
   

III.

   
   

e qar le reis de Castella,

 

e perché il re di Castiglia, che è guida di pregio e valore, restando con i suoi spagnoli, vuole e richiede l’impero, talché io dico che uno scoiattolo non è più leggero che la sua volontà;

   

qe prez e valor capdella,

 
15  

estan ab sos Espainhols,

 
   

vol l’emperi ni l’apella,

 
   

don ieu dic qez escurols

 
   

non es plus lieus qe sos vols;

 
   

 

   
   

IV.

   
   

qar es de prez emperaires

 

perché è imperatore di pregio e apice e padre del valore, e il gaudio perfetto è suo figliolo, l’amore perfetto è sua madre, il gioioso divertimento la sua truppa e il suo grande nemico il dolore;

20  

e de valor caps e paires,

 
   

e fins iois es sos filhos

 
   

e fin’ amors es sa maires

 
   

e gais solatz sos estolls

 
   

e sos grans enemics dols;

 
   

 

   
   

V.

   
25  

e qar sai q’ a nostre Comte

  e perché so che al nostro conte di Provenza renderà conto chi avrà la corona dal lungo chiodo; ma io già non conto i colpi forti e leggeri che si meneranno a segno (lett.: in pieno) e a vuoto,
   

de Proensa rendra comte

 
   

qi·s coronera lonc clau;

 
   

mas ia ieu los colps non conte,

 
   

qez en massis ez en cau

 
30  

si ferran fort e suau,

 
   

 

   
   

VI.

   
   

qan la corona del ferre

  quando chierici e inglesi verranno a reclamare la corona di ferro, questi con la forza e quelli con la frode; ma, chiunque finisca sottoterra in questo scontro, i chierici ne renderanno lode a Dio e vestiranno di vermiglio e di blu.
   

venran clerc ez Engles qerre,

 
   

l’un ab forç’e l’autr’ab frau;

 
   

pero, qals qe s’en sotzterre,

 
35  

clerg’ en faran a Dieu lau

 
   

e·n vistran vermeilh e blau.

 
   

 

   
   

VII.

   
   

Pron fai de si avol comte

  Molto fa di sé un calcolo avvilente chi a un maestro di frode si abbandona per ligio schiavo.
   

qi a maïstre de frau

 
   

si liura per lig’esclau.

 
   

 

   
   

VIII.

   
40  

E cel vol trebailh conqerre

 

E colui che ha la chiave del pregio perfetto vuole ottenere fastidio, se è così come si vocifera.

   

qez a de fin prez la clau,

 
   

s’es aissi com hom mentau.

 

 

 

 

Testo: Giorgio Barachini, Rialto 9.xi.2016.


2-3. Riccardo di Cornovaglia (1209-1272), secondogenito di Giovanni Senzaterra e fratello di Enrico III, dal 1235 cognato di Federico II, dopo aver trascorso la prima parte della vita nei domini continentali e insulari inglesi, aver condotto una spedizione in Terrasanta (1240-1241) e aver rifiutato la corona di Sicilia offertagli dal papa (1252), si propose nel 1256 come candidato alla corona di re dei Romani, ma il 13 gennaio 1257 venne eletto fuori da Francoforte (ché il vescovo di Treviri gli impediva l’accesso alla città) solo dagli arcivescovi di Magonza e Colonia e da Ludwig II di Wittelsbach, principe elettore del Reno. Altri tre elettori (l’arcivescovo di Treviri e i due Fürsten di Sassonia e Brandeburgo) scelsero Alfonso X di Castiglia-León (vv. 13-16) il 1° aprile del 1257 (il settimo elettore, Ottocaro II di Boemia, votò per entrambi). Riccardo fu comunque incoronato re il 17 maggio ad Aquisgrana, ma non ebbe mai un potere effettivo, anche in ragione delle lunghe assenze in Inghilterra. L’autorità imperiale si esercitava formalmente anche sul regno di Arles e di Vienne, che si estendeva, al confine occidentale dell’impero, dalla Provenza attraverso il Delfinato e la Savoia fino alla regione di Lione, alla Borgogna e a una parte dell’odierna Svizzera, benché in questa regione il potere imperiale trovasse nel XIII secolo un forte limite nella politica del papa, che alla fine del XIII sec. tolse l’autorità effettiva all’impero e nel XIV si stabilì ad Avignone. L’elezione di Riccardo è quindi vista da Raimon de Tors da una prospettiva precipuamente provenzale e forse marsigliese, in quanto la Provenza e Marsiglia erano soggette nominalmente al regno di Arles e le scelte imperiali potevano influire sugli equilibri dell’area (sembrerebbe questo il motivo immediato per cui Carlo d’Angiò viene visto in opposizione a Riccardo; cfr. Circostanze storiche).

4. Si tratta qui di Carlo d’Angiò (1226-1285), conte di Provenza dal 1246 (cfr. vv. 25-26) e non ancora re di Sicilia, e del fratello, il re Luigi IX di Provenza. Parducci, «Raimon de Tors», p. 50, indica che de Karlle è da collegare a dol (pena per Carlo, come in traduzione), ma l’ambigua espressione le reis de Karlle può ben essere un’affermazione di profonda malizia, di cui il testo reca altri esempi: il re di Carlo (d’Angiò)’ o il sovrano di Carlo’, cioè suo fratello Luigi IX di Francia (1215-1270; re dal 1226), oltre che a determinare di quale sovrano si tratti, vale anche come asserzione della sudditanza, nei fatti, della Provenza nella sfera regia capetingia e non più in quella imperiale così come reclamato da Riccardo: è come dire che realmente (ancorché non formalmente) il sovrano di Carlo è Luigi, non Riccardo, malgrado le rivendicazioni di quest’ultimo. Questa lettura permette di collegare direttamente il verso a quelli precedenti, senza dover far leva su generiche preoccupazioni di Luigi IX. Il quale peraltro aveva preso seriamente la rivendicazione dell’inglese e – come ricorda De Bartholomaeis, Poesie provenzali, vol. II, p. 186 – «si vide costretto a guernire la frontiera e a perlustrarla personalmente». Su altri aspetti della rivalità tra Carlo e Riccardo (così come tra Carlo e Alfonso X) si vedano le Circostanze storiche.

5-6. Odoartz è il figlio di Enrico III, Edoardo d’Inghilterra (futuro Edoardo I dal 1272; 1239-1307), al quale allude anche Dante (Purgatorio, VII, v. 132) come esempio di sovrano eccellente soprattutto in confronto al padre. L’abbondante piacere che egli ha grazie alle azioni dello zio vien spiegato, secondo De Bartholomaeis, dall’attenzione che la corte inglese portava alle azioni di Riccardo. Che gli inglesi avessero da rallegrarsi di ogni vicissitudine dei capetingi, data la prolungata conflittualità sul continente, e in particolare del possibile accerchiamento del regno di Francia, che si sarebbe prodotto con l’elezione imperiale di un membro della casa reale plantageneta, è cosa ovvia; inoltre, a Enrico III era stata proposta dal papa nel 1254 la conquista della Sicilia, di cui Edmondo, fratello di Edoardo, sarebbe dovuto divenire sovrano. Qui si allude dunque al piacere degli inglesi, nella figura benaugurante del diciottenne Edoardo, per ogni punto segnato a sfavore dei capetingi.

8-12. Il soggetto è ovviamente Riccardo. Sebbene Parducci, «Raimon de Tors», p. 51, intendesse il passo come una lode ai lombardi, cioè agli italiani (e si stupisse della rarità di tali lodi presso i provenzali), si può dissentire da tale interpretazione. Quel che Raimon de Tors fa è mettere in guardia e forse farsi beffe di Riccardo, il quale pensa di ottenere l’impero e governare sui territori imperiali dell’Italia, ma la realtà è diversa: egli non tiene conto, infatti, che gli italiani sono smaliziati, astuti e scaltri per natura e che il suo proposito sarà ben difficile a realizzarsi (come già era accaduto all’epoca di Federico II). L’ironia nei confronti di Riccardo è tutta contenuta nel cuia pensa’ del v. 8; gli altri versi esprimono una diffidenza piuttosto diffusa nei confronti delle attitudini politiche dei lombardi. Quanto al senso letterale dei vv. 10-12, per modernizzare i termini impiegati, il Salterio va inteso come il ‘libro di testo’ «su cui i fanciulli imparavano a leggere» (Parducci, ibid.), secondo un’accezione comune in provenzale, mentre partz è il nome sineddochico dato alla grammatica latina (come spiega Leandro Biadene, recensione a Parducci, «Raimon de Tors», Rassegna bibliografica della letteratura italiana, 19, 1911, fasc. 11, pp. 305-317, a p. 312, che cita Paul Meyer con un esempio assai chiaro), in quanto si riferisce alle parti del discorso, partes orationis, e specificamente all’inizio dell’Ars minor di Donato (Partes orationis quot sunt? Octo), il compendio grammaticale con cui si iniziava lo studio del latino. Infine, le .vii. artz «sette arti» sono le arti liberali del trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica), vale a dire il percorso scolastico abituale nel Medioevo. I lombardi, qi sabon tot lo sauteri / de cor, sanno a memoria tutto ciò che c’è da sapere’, sono quindi gente ben istruita dalle circostanze della storia, molto smaliziata e molto esperta; essi conoscono a memoria anche totas las partz, sanno, cioè, come sfruttare l’esperienza acquisita, sanno farla valere anche per iscritto (con concessioni, privilegi, ecc.); e, infine, le capacità lombarde sono innate, perché non sono state apprese a scuola (mais qe per las .vii. artz, vale a dire sanno tutto ciò più e meglio che se ne avessero avuto una preparazione scolastica approfondita). Pertanto – lascia sottinteso Raimon – Riccardo può difficilmente essere più astuto di loro e non fa altro che illudersi di poter seinhorezar su di essi.

13-16. Da qui fino alla strofa V il ripetersi di qar indica che Raimon continua ad esporre le ragioni per cui deve affinare il proprio canto (qar: vv. 8, 13, 19, 25). Il reis de Castella è Alfonso X di Castiglia-León (1221-1284), eletto re dei Romani il 1° aprile 1257. Egli rivendicava il trono in quanto figlio di Elisabetta di Svevia (detta Beatrice in Castiglia), ma, costretto a restare in Castiglia da questioni interne al regno, non si recò mai in Germania né in Italia: su quest’ultima aveva in particolare delle mire, così come il rivale Riccardo – si veda ciò che dice Raimon de Tors nei versi precedenti –, e fu da subito alleato dei ghibellini italiani che avevano sostenuto la sua elezione e a cui egli inviò denaro e truppe ausiliarie. Rinunciò al titolo solo nel 1275, dopo trattative con il papa in Provenza, mentre tentava di raggiungere lo schieramento ghibellino in Italia. Il fatto che egli non si sia velocemente recato in Germania per l’incoronazione, perdendo così ogni vera possibilità di riuscita, è stigmatizzato da Raimon de Tors al v. 15. Si ricordi inoltre che nello stesso anno Alfonso si era impegnato a proteggere il partito anticlericale e anticapetingio di Marsiglia contro Carlo d’Angiò, il quale tuttavia piegò la città ai propri voleri a giugno. Può essere questo uno dei motivi per cui Raimon parteggia per il castigliano, ammesso che la str. IV non vada letta in chiave ironica, come lascerebbe pensare il preludio dei vv. 17-18. Per altre questioni si vedano la nota ai vv. 2-3 e le Circostanze storiche.

17-18. Raimon sanziona il carattere velleitario delle pretese di Alfonso al titolo imperiale, paragonate alla levità dello scoiattolo; è possibile anche un gioco di parole tra vol (volontà’) e vol (volo’) a sottolineare la scarsa incisività della sua azione.

21-24. Apparentemente Raimon tesse gli elogi di Alfonso; ma, dato che il contesto del sirventese è politico, è anche possibile intendere questa strofa in modo ironico: Alfonso non è imperatore del Sacro romano impero, ma solo di pregio, e la genealogia che gli viene attribuita mostra indubbie virtù cortesi, ma ben poche di esse dovevano apparire fruttuose a livello politico (al v. 22 sua madre è amore, di genere femminile in provenzale). La sua truppa (estolls) è addirittura il gioioso sollazzo, inutile sui campi di battaglia e nei consessi politici. Benché la presenza di ironia sia estremamente difficile da dimostrare e si dà qui come ipotetica, parrebbe che Raimon riconosca ad Alfonso la fama di re cortese ed illuminato dal punto di vista artistico, ma non abbastanza esperto dal punto di vista della politica reale. Ne conseguirebbe che Raimon non si schiera con nessuno dei protagonisti del sirventese, ma li critica tutti.

25-27. Sulla minaccia costituita dall’ostilità di Carlo d’Angiò a qualunque pretendente imperiale e sulle ragioni di ciò si vedano la nota ai vv. 2-3 e le Circostanze storiche. Il fatto che Raimon parli al futuro dell’incoronazione fa pensare che egli non fosse a conoscenza dell’incoronazione di Riccardo il 17 maggio o che essa non avesse ancora avuto luogo: il sirventese sarebbe stato composto allora tra il 1° aprile 1257 (elezione di Alfonso X) e il 17 maggio (incoronazione di Riccardo). L’espressione lonc clau dal lungo chiodo’ si riferisce alla credenza che sulla corona dei re d’Italia (‘la corona di ferro’ menzionata al v. 31), oggi a Monza, fosse saldato dall’epoca di Costantino uno dei chiodi della crocifissione del Cristo.

29. en massis vale letteralmente nella (parte) massiccia’ cioè piena’ ed è opposto a en cau nella (parte) cava’, cioè vuota’. Si tratta quindi dei colpi che colgono nel pieno, che arrivano a segno, e di quelli che vanno a vuoto.

31. Sulla ‘corona di ferro’ cfr. nota ai vv. 25-27. Si noti anche l’osservanza della legge di Migliorini per le lingue romanze antiche.

31-36. I clerc rappresentano i maneggi del papato per favorire Riccardo e i suoi Engles; del resto, Alfonso X aveva l’appoggio dei ghibellini filosvevi e non poteva essere gradito al papa. Le manovre dei papi durante il grande interregno furono duramente sanzionate dall’intellighenzia dell’epoca fin dai tempi di Federico II e lo stesso Raimon de Tors si dimostra anticlericale anche in Ar es ben dretz (BdT 410.2). Ai vv. 32-33 il trovatore adotta uno schema a chiasmo: agli inglesi si addice la forza, ai chierici la frode. Oltre a deprecare la falsità e la bassa politica perseguita dalla chiesa, Raimon preconizza che saranno proprio i chierici gli unici ad avvantaggiarsi della situazione (profezia peraltro veritiera per quel che riguarda la sua terra natale): questo è il senso dei vv. 34-36, nei quali vien detto che, chiunque fosse stato il vincitore nella contesa imperiale, la vera vittoria sarebbe stata della chiesa (poeticamente, si dice che essa ne canterà lodi a Dio), dato che l’autorità e la capacità d’intervento imperiale in Italia e altrove ne sarebbero comunque risultate indebolite, a tutto vantaggio del papato (Alfred Jeanroy, recensione a Parducci, «Raimon de Tors», Romania, 41, 1912, pp. 138-139, a p. 139, segnala un luogo parallelo e contemporaneo di Bertran d’Alamanon). Quanto al v. 36, nessun commento si rinviene negli editori e nelle recensioni, ma è agevole spiegare come il verso ribadisca quanto appena detto: i chierici saranno gli unici ad avere un guadagno (anche concreto, pecuniario) dalla vacanza dell’impero. Gli abiti rossi o blu erano, infatti, costosi e ricercati, l’uno espressione del ceto cavalleresco, l’altro della regalità (cfr. Paolo Di Luca, «I trovatori e i colori», Medioevo romanzo, 29, 2005, pp. 321-403, alle pp. 383-384, ma qui è da correggere l’opinione che i versi in questione manifestino l’ostilità della chiesa per Carlo, semmai avviene il contrario); i chierici se sarebbero potuti permettere tali abiti solo usurpando le prerogative imperiali durante lo scontro tra Riccardo e Alfonso (e Carlo). Per la coppia vermeilh e blau si vedano gli esempi raccolti da Roberta Manetti, Flamenca. Romanzo occitano del XIII secolo, Modena 2008, p. 251, nota al v. 3285 (si noti al verso seguente del romanzo, v. 3286, il termine esquirols, che nel nostro sirventese compare al v. 17; il contatto non sembrerebbe casuale). Non si può neppure escludere che, oltre al senso appena riferito, Raimon de Tors volesse anche alludere ai colori degli stemmi araldici dei due contendenti.

37-39. Parducci, «Raimon de Tors», p. 38, traduceva i versi in questo modo: «[Ecco l’]utile [che] trae da così infelice vantaggio chi a maestro di frode si abbandona interamente sommesso (= per ligie chiavi)» e giustificava la mancanza di -s in clau per esigenze di rima (p. 52); De Bartholomaeis, Poesie provenzali, vol. II, p. 187, rendeva il passo con le parole: «Di un calcolo così stolto fa il suo vantaggio [= fa un calcolo sbagliato] chi si dà per uomo ligio a un maestro di frode», senza che sia chiaro come sia stato inteso clau. Viste le incongruenze (non solo clau inammissibile come c. regime pl. in rima, ma anche la prosodia e la sequenza sintattica del v. 37) Biadene, recensione a Parducci, «Raimon de Tors», p. 314, proponeva di intendere pron come avverbio (molto’) anziché come sostantivo (vantaggio’) e di conseguenza si come pronome (sé’) anziché come avverbio (così’), e di separare diversamente le parole al v. 39, leggendo per lig’esclau. In tal modo, il verso non presenta imperfezioni linguistiche e restituisce un senso adeguato al discorso sviluppato fin qui: se nella str. VI i clerc agivano ab frau, il maïstre de frau indica il più esperto dei chierici, verisimilmente il papa. Chi si allea con lui ne diviene lo schiavo fedele (lig’esclau), privo dell’autonomia necessaria a portare avanti una politica personale: compirebbe quindi un calcolo ampiamente (pron) malvagio, avvilente, sbagliato sulla propria stessa persona (de si di se stesso’) chi si mettesse in tale situazione. Chi sia colui che Raimon vuol mettere in guardia, non saprei precisare: tolto Alfonso, che non era spalleggiato dai chierici, restano Riccardo e Carlo. Riccardo domina la strofa immediatamente precedente, dov’è associato ai chierici e fa sicuramente avol comte nel pensare di ottenere facilmente l’autorità imperiale in Italia (così come si dice nella str. II). A Carlo, invece, rimanda direttamente il gioco di parole con comte (qui conto, calcolo’, ma altrove conte’), già dispiegato nella str. V e qui forse ripetuto, e un suo legame con i clerc ritorna in Ar es ben dretz (BdT 410.2); egli, del resto, potrebbe essere il soggetto della strofa seguente (dove il fin prez non si addice di certo a Riccardo).

40-42. Il v. 40 è ipometro nelle edizioni di Parducci e De Bartholomaeis; Jeanroy, recensione a Parducci, «Raimon de Tors», p. 139, proponeva di emendare la lezione del ms. CCel (la prima C è miniata) in E cel; l’emendamento non serve perché la lettera-guida per il rubricatore, nel margine sinistro, è ancora leggibile ed è senza dubbio e, pertanto tale era la lezione dell’esemplare da restituire a testo. Non è chiaro se la congiunzione coordinante introduca un nuovo soggetto o si riferisca ancora a colui a cui si riferisce la prima tornada. Non credo, tuttavia, che si possa condividere l’interpretazione di Parducci che riferisce questi versi a Riccardo (a lui evidentemente riferiva anche la prima tornada). L’immagine di Riccardo in questo testo non può certo dirsi positiva: appare, semmai, ingiustificatamente pretenzioso e ottimista, né gli vengono attribuite virtù cortesi, pertanto non può esser lui colui che tiene de fin prez la clau. Piuttosto, del suo rivale Alfonso si sottolineano i comportamenti cortesi. Ma dato che Alfonso ha già manifestato la propria ambizione imperiale, sarebbe poco chiaro che, a suo riguardo, circolassero dicerie non confermate (om mentau si dice, si vocifera’). L’unico protagonista che non ha ancora chiarito la propria posizione è Carlo ed è forse lui ad essere qui alluso.

[GB]


BdT    Raimon de Tors    IdT

Testo    Circostanze storiche