Premessa alla Glossa al «Pater»

 

 

 

 

Il ms. 269 conservato alla Biblioteca del Trinity College di Dublino è un codice che contiene 80 cc. pergamenacee della dimensione di cm. 13 x 9, e che presenta la lacuna di una carta strappata tra le attuali cc. 23-24. Gli scritti, distribuiti su 78 cc., sono disposti su di una singola colonna di 14 righe per pagina. Nella c. 23v appaiono solo alcune linee di scrittura di mano moderna; nel margine inferiore di c. 66v si nota il disegno di una figura umana con un ampio copricapo; nel margine inferiore di c. 67r è disegnato un animale a quattro zampe; la c. 75v non contiene alcun testo, ma un disegno poco comprensibile con al centro una piccola croce a terminazioni arrotondate. Riguardo al contenuto della silloge presente nel ms., testimoniata unicamente da questo codice, il primo testo è un trattato ecclesiologico (cc. 1r-23r), il secondo è il nostro commento al Pater (cc. 24r-75r), e infine il terzo breve scritto è ancora di genere ecclesiologico (cc. 76r-77r); a conclusione è aggiunta una tavola pasquale degli anni 1376-1400. Gli errori e le correzioni riscontrabili nelle prime due opere ci indicano che queste non sono testi originali. Secondo Théo Venckeleer nel ms. avrebbero operato quattro diversi copisti: il primo avrebbe trascritto il trattato ecclesiologico, un secondo la prima parte della Glossa (fino a c. 49v), un terzo la rimanente parte di questa e il piccolo testo ecclesiologico che la segue, ed infine un ultimo copista avrebbe aggiunto la tavola pasquale, che, sempre secondo il filologo belga, fornirebbe in tal modo il terminus ante quem dell’intera silloge.

Per quanto riguarda la lingua del ms., fino ad ora non ancora oggetto di uno studio approfondito, Venckeleer ha riscontrato che, nonostante differisca leggermente tra le diverse opere presenti, appartiene allo stesso dialetto d’oc. Possiamo in effetti constatare che si tratta di un dialetto alpino piuttosto evoluto e che presenta diverse convergenze con la lingua dei manoscritti valdesi dei secoli XV e XVI, anche se per una caratterizzazione più precisa bisognerà attendere studi futuri. Si può quindi ipotizzare che il ms. 269 sia una copia tardiva, forse realizzata in area valdese.

 

Quando nel 1917 Mario Esposito riesumò il ms. 269, ritenne di avere ritrovato un codice proveniente dall’ambito religioso valdese e appartenuto agli inizi del secolo XVII all’arcivescovo James Ussher. Solo nei primi anni sessanta del secolo XX Venckeleer chiarì che, se tale ms. effettivamente aveva fatto parte della raccolta in possesso del prelato irlandese, doveva però essere ricondotto alla cerchia delle comunità catare. La Glossa contenuta nel codice dublinese adotta un testo del Pater in cui la versione matteana panem supersubstantialem sostituisce quella lucana di  panem quotidianum e a conclusione della preghiera viene aggiunta la dossologia quoniam tuum est regnum et virtus et gloria. Tale commento si presenta come uno sviluppo teologico piuttosto complesso di un sistema costituito da sette sostanze: carità, visitazioni, spiriti, vite, anime, cuori e corpi. Al centro della riflessione sono collocati il popolo degli spiriti e lo spirito di Adamo, che richiedono al Padre l’invio della carità dopo le drammatiche vicende dell’assalto alla ‘terra di vita’ da parte delle schiere di Satana e del peccato commesso dallo stesso popolo degli spiriti. Per enunciare tale pensiero, l’autore, che rivela una notevole competenza teologica, si avvale di spunti che trovano un’eco anche nelle antiche dottrine gnostiche e giudeo-cristiane, nonché nell’opera di Dionigi l’Areopagita, ma che non sono pienamente comprensibili se non attraverso la loro collocazione nel contesto teologico dell’occidente medioevale. Le dottrine catare che stanno alla base di questa esposizione del Pater mostrano una notevole corrispondenza con quelle diffuse nella Linguadoca tra la fine del secolo XII e l’inizio del XIII, attestate ad esempio nel Trattato cataro trasmesso da un’opera controversistica di Durando d’Osca; tali considerazioni mi portano ad ipotizzare che proprio queste costituiscano le coordinate spazio-temporali d’origine della Glossa. Con buona probabilità il suo contesto vitale era costituito dall’ambito liturgico della Traditio Orationis e del conferimento del consolamentum: tra i catari era infatti usuale che in quell’occasione l’anziano o il vescovo della comunità pronunciassero un sermone a spiegazione del senso profondo dell’atto con cui il credente sarebbe stato accolto nella comunità dei boni christiani. Per questo motivo, nonostante la Glossa al Pater di Dublino risulti piuttosto difforme dal commento alla stessa preghiera contenuto nel Rituale latino cataro di Firenze, è possibile comunque sostenere che essa costituisce un frammento di rituale cataro.

 

La presente edizione in linea riproduce, con le correzioni elencate qui in calce e con l’aggiunta della paragrafazione, quella da me pubblicata in Heresis nel 2001. Ringrazio la prof. Luciana Borghi per alcuni suggerimenti che mi hanno permesso di migliorare il testo rispetto all’edizione a stampa.

 

Enrico Riparelli         

30.iv.2002         

 

Post scriptum 2008

 

Una nuova traduzione italiana della Glossa di Dublino è presente nel mio studio Il volto del Cristo dualista. Da Marcione ai catari, Frankfurt am Main (etc.), Peter Lang, 2008, pp. 313-344. Essa è stata aggiunta nel Rialto in data 8.v.2008.

      

 

Bibliografia

 

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—, «Origine e dottrina della Glossa catara al Pater (ms. 269 di Dublino)», Atti dell’Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, 160/2, 2001-2002, pp. 263-314.

Déodat Roché, «Un recueil cathare. Le manuscrit A.6.10 de la collection vaudoise de Dublin», Cahiers d’études cathares, 46, 1970, pp. 3-40.

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Théo Venckeleer, «Un recueil cathare: le manuscrit A.6.10 de la collection vaudoise de Dublin. I: Une apologie», Revue belge de philologie et d’histoire, 38, 1960, pp. 815-834.

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Walter L. Wakefield - Austin P. Evans, Heresies of the High Middle Ages, 2a ed., New York - Oxford 1991, pp. 607-630.

Francesco Zambon, La cena segreta. Trattati e rituali catari, Milano 1997, pp. 366-398.

 


 

Variazioni rispetto all’ed. 2001

 

 

Indico dopo il numero di paragrafo la lezione del Rialto, fra parentesi quella dell’ed. 2001.

 

1.4:  era peri (era pert)

2.6:  viorem (vioren)

2.6:  hobedirem (hobediren)

2.8, 7.3, 7.17, 7.21, 8.5:  devem (deven)

3.33, 7.10, 9.20, 9.23, 9.24:  Ierusalem (Ierusalin)

4.10 (due volte), 10.8 (due volte), 10.9:  vivem (viven)

4.10:  volem (volen)

4.10 (due volte):  sarem (saren)

4.10:  dizem (dizen)

4.26:  a paleis (apaleis)

4.28:  de lo (delo)

5.13:  obre en la vita (obre e en la vita)

5.15, 9.15:  marceneia (merceneia)

6.6:  benigna; carita totas (benigna carita; totas)

7.7, 7.17, 8.3, 12.10:  havem (haven)

7.21:  amem (amen)

7.22:  perdonem (perdonen)

8.16:  tentem (tenten)

8.21:  als ‹ . . . › que (als que)

9.25:  Ierusalem (Ierusalin)

10.2, 11.2, 11.3, 12.3:  entendem (entenden)

10.3:  regnarem (regnaren)

10.8 (due volte), 10.9:  morem (moren)

10.10 (due volte):  pecarem (pecaren)

10.10:  sabem (saben)

10.10:  a pe (ape)

passim:  aisi com (aisicom)

 


 Rialto