Elementi utili al fine di fissare una datazione approssimativa di questa canzone sono desumibili dall’interpretazione del proverbio contenuto ai vv. 48-49 e dall’analisi delle due tornadas.
Per quanto riguarda i vv. 48-49, Jaeschke 1921 pubblicava «e digas li qu’anc a volpilh dormen / non entret grelhs en boca ni en den», da intendere ‘e ditegli che mai nessun grillo è entrato nella bocca o nel dente di una volpe che dorme’. De Bartholomaeis 1931, invece, interpreta volpill come ‘vile’, traducendo «e digli che mai a un vile dormiente entrò in bocca o fra’ denti un grillo». Una nuova e convincente proposta interpretativa è stata invece formulata da Lachin 2004, p. 159, che, sulla scorta del parallelismo con un proverbio mediolatino «Vulpi stertenti non currit glirio denti ergo laboranti debetur laus et habenti», ha suggerito di restituire a testo glirs, cioè ‘ghiro’ e non ‘grillo’, «perfettamente giustificabile sia sulla base del classico GLIS -IRE(M), sia in rapporto con i mediolatini glirius e glirio, di cui i lessici registrano anche i casi di metatesi → grilus e → grillus». Il ghiro, infatti, stando anche alla tradizione latina classica (lo stesso Lachin ricorda, ad esempio, l’attestazione nel Satyricon 31, 10), indicherebbe una pietanza particolarmente succulenta, sicché il significato del proverbio non sarebbe insultante: il trovatore vorrebbe semplicemente dire che se la volpe, animale astuto e predatore, esita a muoversi, non riuscirà a gustare una preda prelibata come il ghiro, che per definizione è un animale pigro, rivolgendo così un invito al marchese, sotto forma di consiglio diplomatico piuttosto che di insulto, a intervenire.
A partire da questa proposta esegetica Lachin 2004, p. 160, ipotizza, per poi scartarla subito, una collocazione della canzone successiva al sacco di Costantinopoli e anteriore all’incoronazione di Baldovino, dunque tra fine aprile e inizio maggio 1204, sicché il marchese della tornada potrebbe essere Bonifacio I e il riferimento in essa contenuto potrebbe alludere al malumore per la rinuncia all’incoronazione imperiale di Costantinopoli. Sempre Lachin, tuttavia, fa notare come in un altro sirventese di Elias Cairel, successivo al 1207 e indirizzato a Guglielmo VI di Monferrato, Pois chai la fuoilla del garric (BdT 133.9), il trovatore paragoni Bonifacio I a un leopardo e il figlio Guglielmo a una volpe pigra: «be·n pot hom dir c’anc mais fills de lioupart / no·s mes en cros a guisa de rainart» (vv. 14-15). A questa osservazione si aggiunge la constatazione che «i dati cronologici che risultano dalla lettura degli altri testi composti da Cairel nella Romània rinviano agli anni successivi al 1207, e i riferimenti politici e personali contenuti in essi sono agli ambienti feudali lombardi legati al regno di Tessaglia» (p. 160).
La datazione fissata da Lachin, pertanto, finisce col coincidere con quella già suggerita da De Bartholomaeis 1931, p. 172, sicché la canzone rientrerebbe tra i componimenti in cui Elias si fa portavoce dei messaggi dei baroni lombardi, che si sentivano minacciati dall’imperatore e, vedendo in pericolo la sopravvivenza stessa dei loro territori, invocavano un intervento in Oriente da parte di Guglielmo VI, affinché rivendicasse i suoi diritti dopo la morte di Bonifacio I. In definitiva, dunque, si può fissare la composizione della canzone in Grecia intorno al 1208, nello stresso periodo in cui Elias Cairel compose anche BdT 133.1, e confermare l’identificazione del marchese di Monferrato del v. 47 in Gugliemo VI (sul quale si veda Settia 2003).
Questa datazione, accolta anche da storici come Barbero 1983, pp. 698-699, si combina oltretutto bene con l’identificazione della Don’ Izabel, dedicataria della seconda tornada, con l’amante e successiva moglie del veronese Romano dalle Carceri, terziere di Negroponte morto nel 1216 e attuatore di una linea politica attenta soprattutto a favorire gli interessi propri e di Venezia. Secondo Lachin 2004, p. 161, infatti, «Cairel sembra insomma ben rappresentare l’esercizio di equilibrismo politico di Ravano, volto a mantenere il suo dominio e gli interessi veneziani tra le potenze in lotta: Enrico, i baroni lombardi, il lontano marchese del Monferrato, del quale era opportuno invocare l’intervento per sedare la situazione, senza però che questo si verificasse realmente, dato che un’energica azione volta a istituire una forte potenza continentale imperniata sul regno di Tessaglia avrebbe certamente indebolito gli interessi della Serenissima». Ricordiamo, inoltre, che Isabella è menzionata in altri due componimenti: Estat ai dos ans (BdT 133.3), al v. 55, e Pois chai la fuoilla del garric (BdT 133.9), al v. 42 (sirventese, quest’ultimo, in cui figura anche Ravano al v. 38) ed è la trovatrice con cui Elias Cairel scambia la tenzone N’Elyas Cairel, de l’amor (BdT 252.1 = 133.7).
Barbero 1983
Alessandro Barbero, «La corte dei marchesi di Monferrato allo specchio della poesia trobadorica. Ambizioni signorili e ideologia cavalleresca fra XII e XIII secolo», Bollettino storico-bibliografico subalpino, LXXXI, 1983, pp. 641-703.
De Bartholomaeis 1931
Vincenzo De Bartholomaeis, Poesie provenzali storiche relative all’Italia, 2 voll., Roma 1931.
Jaeschke 1921
Hilde Jaeschke, Der Trobador Elias Cairel, Berlin 1921.
Lachin 2004
Giosuè Lachin, Il trovatore Elias Cairel, Modena 2004.
Settia 2003
Aldo Settia, voce «Guglielmo VI, marchese di Monferrato», in Dizionario Biografico degli Italiani, 60, Roma 2003, versione in rete (www.treccani.it).