I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
I. Mi piace molto il dolce tempo d’aprile, quando vedo in fiore prati e boschetti, e sento il canto degli uccellini che fanno risuonare gli intrecci dei rami: allora penso a come io possa godere di una gioia nuova che mi è entrata nel cuore, che mi viene da Amore, a cui mi sono dato: perciò farò parole gaie con musica piacevole, perché ne ho atteso a lungo l’occasione.
II. La mia donna ha valore sovrano negli atti e nelle parole d’amore, perciò ne amo di più i miei due occhi, perché mi fecero concentrare in lei, ma non le oso dire né rivelare il mio sentimento, ché per un nonnulla sovente si perde molto: e se io perdessi la gioia della sua compagnia, lo scherzo il riso e la bella accoglienza, non vivrei un giorno di più, ne sono sicuro.
III. Del suo bel corpo, flessuoso e delicato, bianco e pieno, profumato e dolce vorrei descrivere il volto, ma ho gran paura di sbagliare: se io contemplo il suo nobile aspetto che desidero, i suoi capelli ramati – più che oro fino – e la sua bianca fronte e le ciglia arcuate e sottili e gli occhi e il naso e la bocca sorridente, ah! per poco non la prendo davanti a tutti.
IV. Ho il cuore tremante e timoroso signora, quando sono al vostro cospetto, al punto che su niente altro ho potere tranne che sugli occhi con cui vi contemplo, che tentano di dirvi la dura sofferenza e la tortura in cui mi ha messo la vostra fine bellezza, perciò vi prego, buona signora, per favore, che abbiate di me pietà e considerazione, senza badare al vostro grande valore.
V. Ché Amore non bada al più nobile, laddove si giudicano i fatti, ma a colui che è cortese e valoroso, che sa apprezzare l’onore e il bene; perciò non mi distolgo, signora, dal vostro servizio, al contrario sopporterò paziente il bene e il male, e avrei perso completamente le speranze, ma per aver servito devotamente un buon padrone ho visto un povero diventare ricco e potente.
VI. Canzonetta, vattene presto e spedita dritto dal Marchese che possiede il Monferrato, e digli che mai a un volpacchiotto dormiente entrò un ghiro in bocca e tra i denti.
VII. Donna Isabella, vi offro la mia canzone perché valete di più di tutto il resto.
47. marques de cui es Monferratz: il marchese va identificato con Guglielmo VI (1207-1226), a cui Elias Cairel si rivolge in diversi componimenti con l’invito a difendere il regno crociato fondato dal padre Bonifacio I in Oriente. Si vedano anche le Circostanze storiche.
48-49. I due versi vengono così tradotti da Jaeschke, Der Trobador, p. 131: «und mögest Du ihm sagen, daß nie einem schlafenden Fuchs eine Grille in das Maul oder den Zahn hineinging», che riprende di fatto una traduzione già proposta da Lavaud («jamais dans la bouche ou entre les dents d’un renard qui dort n’entra le moindre grillon»). Attingendo ai repertori disponibili Jaeschke, Der Trobador, p. 133, commenta: «Aus der Fülle des dort gesammelten Materials sei nur erwähnt: “Raro lupi lenti praebentur fercula denti” als einziges Sprichwort, das den Ausdruck “Zahn” für “Maul” aufweist. Der Sinn des Sprichwortes liegt auf der Hand: Dem Schlafenden, dem Faulen kommt nichts von allein ins Maul, d. h. durch Untätigkeit wird nichts erreicht». De Bartholomaeis, invece, interpreta volpill come ‘vile’, traducendo: «e digli che mai a un vile dormiente entrò in bocca o fra’ denti un grillo» (p. 173). Alessandro Barbero, «La corte dei marchesi di Monferrato allo specchio della poesia trobadorica. Ambizioni signorili e ideologia cavalleresca fra XII e XIII secolo», Bollettino storico-bibliografico subalpino, LXXXI, 1983, pp. 641-703, a p. 699, nota 176, pur adottando il testo De Bartholomaeis, rifiuta di intendere volpill ‘vile’ e traduce i due versi «e digli che mai a volpe addormentata entrò grillo in bocca», come del resto avevano fatto i precedenti editori. Qualche chiarimento riguardo alla giusta interpretazione del proverbio proviene da Lachin, Il trovatore Elias, p. 159, il quale ha messo in rilievo l’esistenza di un proverbio mediolatino di area germanica, repertoriato in Samuel Singer, Sprichwörter des Mittelalters, Bern 1944, p. 13: «Vulpi stertenti non currit glirio denti ergo laboranti debetur laus et habenti». Il ‘grillo’ del proverbio, fa notare Lachin, dovrebbe essere in realtà un ‘ghiro’, un piatto rinomato e particolarmente prelibato, e a testo andrebbe restituito glirs: «perfettamente giustificabile sia sulla base del classico GLIS -IRE(M), sia in rapporto con i mediolatini glirius e glirio, di cui i lessici registrano anche i casi di metatesi → grilus e → grillus». Questa convincente proposta esegetica induce a interpretare i due versi proverbiali come un invito anziché come un insulto, giacché volpill non starebbe per ‘vile’, bensì per ‘volpe’, indicando così un astuto animale predatore, così come il ghiro indicherebbe una preda appetitosa oltre ad essere il simbolo rappresentativo della pigrizia.
50. Don’Yzabel: Isabella è identificabile con l’amante, moglie e poi vedova del veronese Ravano dalle Carceri (1209-1216), terziere di Negroponte ed eminente barone, il quale condusse una politica attenta soprattutto in favore degli interessi di Venezia. Elias Cairel si rivolge a Isabella anche in Estat ai dos ans (BdT 133.3), al v. 55, e Pois chai la fuoilla del garric (BdT 133.9), al v. 42, ed è la stessa dama con cui il trovatore tenzona in N’Elyas Cairel, de l’amor (BdT 252.1 = 133.7).
Edizione e traduzione: Giosué Lachin 2004; note: Francesca Sanguineti. – Rialto 13.v.2026.
Mss.: A 52v, C 232v, D 82r, F 22r, G 86v, H 33v, I 106v, K 91v, R 59v, a2 287.
Edizioni critiche: René Lavaud, «Les trois troubadours de Sarlat: Aimeric, Giraut de Salignac, Elias Cairel; texte et traduction des 24 pièces conservées», Lou Bournat, IV, XXXI, 1911, p. 500; Hilde Jaeschke, Der Trobador Elias Cairel, Berlin 1921, p. 126; Vincenzo De Bartholomaeis, Poesie provenzali storiche relative all’Italia, 2 voll., Roma 1931, vol. I, p. 172 (estratti dalla lezione di A); Giosuè Lachin, Il trovatore Elias Cairel, Modena 2004, p. 151.
Altra edizione: Giosuè Lachin, Rialto 21.xi.2004.
Metrica: a8 b8 b8 c8 c4 c6 d10 d10 e10 e10 (Frank 699:1, unicum). Sei coblas unissonans di dieci versi, più due tornadas, una di quattro versi e una di due. I primi quattro versi sono ottosillabi, gli ultimi cinque decasillabi e di questi il primo è suddivisibile (con rima interna c in cesura). Rime: -il, -os, -ir, -atz, -en.
Informazioni generali: Canzone composta in Grecia e databile tra il 1207 e il 1209. La datazione può essere fissata attraverso l’interpretazione del proverbio dei vv. 48-49 congiunta all’analisi delle due tornadas. Per approfondimenti si rimanda alle Circostanze storiche.