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X.
D’una cosa lodo Iddio e Sant’Andrea: che nessuno ha più giudizio di me; lo penso e non ne faccio millanteria, e vi dirò il perché;
molto sconveniente è, infatti, se vi cacciate in una questione da cui non sapreste cavare i piedi, e non è bello che trinciate giudizi se non sapete giustificarli.
D’astuzie son così ricco, che ben difficile è ch’io resti beffato. Io mangio tiepido e soffice il pane del minchione, e lascio raffermarsi il mio.
Finché gli dura, gli garantisco e gli giuro che nessuno può separarmi da lui; e quando non ne avrà più, allunghi il collo e sbadigli, e del mio si tenga il desiderio,
perché io giudico giusto che il minchione si comporti da minchione e il saggio badi a come andrà a finire: ed è due volte sciocco e stupido chi da un minchione si lascia minchionare.
Di stocco bretone, di bastone, di scherma, nessuno ha più pratica di me, ché io ferisco l’avversario e mi difendo da lui, e lui, dal mio colpo non può ripararsi.
Nel parco altrui vado a caccia quando mi pare, e vi faccio squittire i miei due cagnetti, e il terzo segugio si lancia avanti baldo e teso alla preda: proprio così!
ma il mio privato possesso è così bene al sicuro, che nessuno, all’infuori di me, ne può godere: così l’ho chiuso di sbarramenti che nessuno può metterci piede.
Dei più complicati infingimenti io sono pieno e pregno, di cento colori per meglio scegliere: porto fuoco di qua e acqua di là e con questa so spegnere la fiamma.
Stia in guardia ognuno! ché con quest’arte io giuoco a vivere e morire: io sono il cuculo, che fa allevare i suoi pulcini agli stornelli.
Testo: Aurelio Roncaglia, «Il gap di Marcabruno», Studi medievali, 17, 1951, pp. 46-70, alle pp. 59-62; rist. in La critica del testo, a cura di Alfredo Stussi, Bologna, Il Mulino, 1985 (Strumenti di filologia romanza), pp. 77-100, alle pp. 89-92. – Rialto 23.iv.2005.
Metrica: vedi l’ed. Gaunt-Harvey-Paterson.
Pur accettando la classificazione di Roncaglia (A-IK contro CE sotto un archetipo comune, mentre T «rappresenta una tradizione contaminata»), il quale adotta A come base grafica, Paterson fonda il suo testo sul ms. ‘occidentale’ E, di cui difende la lezione (cf. p. 209) almeno ai vv. 11-12: qui·n quer razo / e no la sabetz defenir ‘if someone demands the reason for it and you don’t know how to give an account of it’. Al v. 42, presente solo in CET, la studiosa accoglie, come già Dejeanne, la variante individuale di T (e aficatz per ferir ‘and eager to pounce’) nonostante lo scetticismo di Roncaglia, cui essa appariva «un riempitivo non meno della concorrente CE senes mentir» e ipotizzava che la lezione originaria fosse «andata irreparabilmente smarrita» (p. 58). All’ardua spiegazione di pens venaus 47 ‘sbarramenti’ (cf. ed. Roncaglia, p. 68 n. 47), Paterson oppone, sulla scorta di K. Lewent (1913), la congettura d’empeis ne vaus ‘with breastworks and moats’, che avrebbe «the advantages of relative simplicity and an explanation of the readings of both C [de pes nauaus] and ET [de pens uenaus]» (p. 219 n. 47). La studiosa si accontenta poi, al v. 49, di seguire il capostipite di CE (De plusors sens ‘with numerous signs’; cf. la nota 49 a p. 220) rinunciando al restauro dell’archetipo proposto da Roncaglia (pp. 55-56) sulla base della lezione erronea di AIK (Dels plus torsens) e senza menzionare l’ipotesi di B. Spaggiari (Il nome di Marcabru, Spoleto 1992, pp. 54-59), indotta dalla ripetizione del rimante sens (v. 13), che l’intera strofa IX costituisca una redazione alternativa della III. Al v. 57 la scrittura fassa di CE è separata in fa ssa (avv. di luogo), e l’intero verso è reso quindi ‘I make myself live and die in this world’. Una singularis del ms. base (auzeletz) non è eliminata al v. 60. La divisione dei vv. 55-60 in due tornadas di tre versi, rispettosa della segnalazione grafica in CE ma assente in T (cf. p. 210), non andrà necessariamente riferita alla struttura originaria del componimento.