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Al dipartirsi della cruda stagione, quando pel ramo ascende la linfa onde rivive la ginestra e l’erica e fioriscono i peschi, e la rana canta nella pescaia, e germogliano il salice e il sambuco, contro la stagione ch’è arida ho in mente di comporre un ‘verso’.
Ho nella mente un gran giardino ove si trovano più boschetti di belle piante; buoni sono gl’innesti e il frutto vano: quelle parti che dovrebbero essere più vili, foglia e fiore, paiono di melo; ma al fruttare sono salice e sambuco; e poiché la testa è vuota, sono dolenti le estremità.
Morti sono i buoni alberi primitivi, e i vivi son ramaglia e festuca; alle forti prove li vedo inetti, ma di vane giostre s’affaccendano; di promesse son prodighi, al mantenerle salice e sambuco; perciò li chiamiamo fiacchi e cianciatori, io e tutti gli altri ‘stipendiati’.
Quando sono la notte accanto al focolare, il signor Stefano, il signor Costante e il signor Ugo (= il signor Poltrone, il signor Imbroglione, e il signor Chiassone?) . . . [lacuna d’un verso nel ms.; forse: si fanno forti di donneggiare] più che Berardo di Monleydier; tutta notte gareggiano al rilancio, e il giorno all’ombra dei sambuchi potreste udire chiasso e baldorie e rincarar tra loro i vanti come al ‘doppiar degli scacchi’.
Dunque non patrizzano gli attuali discendenti? Sì proprio, per davvero nonché per burla! se Cozer (= Cazères?) e Sarlucs (= Carlux?) valgono Tolosa e Montpellier! Perché io so quali furono gli antenati ora defunti; mentre il più dei vivi son vero sambuco, e potete dire ch’è particolarmente fortunato chi trova alloro od olivo.
Il giardiniere stesso (= Jois), insieme col custode (= Jovens), ad un soffiar di vento, giù fugge, ad occhi chiusi; per schiavina e per zoccoli hanno lasciato mantello e calzatura; e non v’è traccia più del fattore (= Donars): così m’attristano salice e sambuco! Se non li tiene re o conte o duca, per sempre ormai ne andranno vagabondi.
Salvi Iddio i prodi che hanno pregio senza macchia; ché i potenti malvagi paiono sambuco, e per essi il mondo è fatto scemo, onde si trascina malamente impedito.
Testo: Aurelio Roncaglia, «Marcabruno: Al departir del brau tempier», Cultura neolatina, 13, 1953, pp. 5-33, alle pp. 6-9. – Rialto 23.iv.2005.
Metrica: vedi l’ed. Gaunt-Harvey-Paterson.
Sebbene si astenga dall’emendare numerose flessioni incongrue (si tratta quasi sempre di nominativi plurali con s segnacaso, talvolta impedita dalla rima e in questi casi racchiusa fra parentesi tonde) e il pron. rel. nom. que 40 dell’unico testimone trecentesco, C, Harvey corregge paron 13 in paran ‘putting on’ e ritocca claman 23 in clamam per via del soggetto di 1a pers. (v. 24). L’ipometria del v. 15 è sanata congetturando la caduta per aplografia di un pueys prima di pus e mantenendo quindi in rima (come già Dejeanne) balucs, forma non attestata altrove, di etimologia ignota, e resa ‘sick, infirm’ sulla base dei riscontri paremiologici latini forniti da Roncaglia (cf. la nota 15-16 a p. 60). Per il resto, le diversità rispetto alla precedente edizione non pertengono alla lettera del testo ma alla sua interpretazione. L’etimo di bacucs 11 è, per Harvey, senz’altro l’arabo barquq (< lat. praecoquum), sicché ‘the fruit [is] apricot’ (cf. la nota 11-14 a p. 60): per accogliere tale soluzione bisognerebbe però spiegare per quali ragioni l’arabismo sia attecchito in Occitania (che la coltivazione di albicocco fosse stata reintrodotta dagli arabi in Sicilia e Andalusia non basta a dimostrarlo) mentre, sul piano fonetico, risulta difficilmente accettabile la caduta di r nell’esito occitano, che sarebbe «almost certainly the earliest Romance attestation». Più coerente, sotto il rispetto metrico-sintattico, risulta invece l’interpretazione dei vv. 33-34 (‘So do the latest not measure up [pareion corr. da paireion del ms.] to the departed [faducx] in every good way?’), posto, con Walsh (1981) e Gsell (1983), faducx < *fatucus, «meaning originally ‘ill-fated’, then ‘dead’» (cf. p. 62 n. 33-34).