Rialto    IdT

461.107

 

   

Anonimo

 

 

 

 

   

I.

   

En chantan m’aven a retraire

   

ma gran ira et ma greu dolor.

   

Non chan ges con autre chantaire

4  

que chanta de joi e d’amor;

   

s’eu chan de boca, de cor plor,

   

c’a chantar m’es razos contraire;

   

per que mos chanz a nom chan-plor,

8  

que chanz no·m pot de plor estraire.

   

 

   

II.

   

Ben deu cel plorar e dol faire

   

que pert amic ni bon segnor;

   

ni ja hom tro que n’es perdaire

12  

non saura d’amic sa valor.

   

La morz m’a fait conossedor

   

de mon damnage non a gaire;

   

tuit cil c’amon prez ni valor

16  

devon doler d’aquest afaire.

   

 

   

III.

   

Morz nos a tolt lo debonaire,

   

lo pro patriarcha Gregor,

   

on avian fait lor repaire

20  

tuit li bon aib e li mellor.

   

Qui veira mais tal guidador,

   

tan pro, tan franc, tan larc donaire?

   

Passat avia de largor

24  

Alixandre que venquet Daire.

   

 

   

IV.

   

De lui fes valors essemplaire

   

e lialtaz castel e tor.

   

Als bos fo francs e mercejaire,

28  

plen d’umiltat e d’alegor.

   

Los crois teni’ en tal rancor,

   

per re non li podion plaire.

   

Aras sabran gran e menor

32  

que pert lo filz can mor lo paire.

   

 

   

V.

   

Assaz podon cridar e braire

   

Friolan e·l veizin d’entor,

   

car be savon lor aversaire

36  

qu’il an perdut lo bon pastor,

   

qui los deffendia d’error,

   

e·ls crois fazia arreras traire.

   

Lairon, predon e raubador

40  

an joi, car manz en fes desfaire.

   

 

   

VI.

   

Dieus non fes rei ni enperaire

   

dels crois tal justiziador,

   

tal guerrier ni tal deffendaire

44  

dels sieus ni ab tan de vigor,

   

que lai on jazia en langor,

   

que greu si podia sostraire,

   

n’avion li croi tal paor,

48  

que non ausavon vezer l’aire.

   

 

   

VII.

   

Laissus en son sant luminaire,

   

o son martir e confessor,

   

meta s’arma lo ver Salvaire

52  

e la deffende de tristor;

   

car, s’anc nulz om per gentill cor,

   

per lialtat ni per maltraire

   

deu intrar el palais auchor,

56  

Gregors de Montlonc en es fraire.

   

 

   

VIII.

   

Mon chan-plor tramet a la Maire

   

de Jesu Crist lo Salvador

   

e quier li com umil pecaire

60  

que prec son filz, per sa dolzor,

   

qu’en la celestial baudor,

   

on son li patriarche maire

   

meta l’arma d’aquest ab lor;

64  

toz om en deu esser pregaire.

   

 

   

IX.

   

A l’archediaque t’en cor,

   

chan-plors que te sia gardaire:

   

car a del lignage la flor,

68  

be deu al bon oncle retraire.

 

 

Traduzione [gb]

I. Col canto mi tocca riferire la mia grande tristezza e il mio grande dolore. Non canto affatto come gli altri cantori che cantano della gioia e dell’amore; se con la bocca canto, con il cuore piango, perché la materia stessa è contraria al canto; per questo il mio canto ha nome “canto-pianto”, perché il canto non mi può separare dal pianto.
II. Deve davvero piangere e dolersi colui che perde un amico e un buon signore; e non si potrà mai conoscere il valore di un amico finché non lo si perde. Da poco la morte mi ha fatto conoscere il mio danno; tutti coloro che amano pregio e valore devono soffrire per questo evento.
III. La morte ci ha sottratto il valoroso patriarca Gregorio, uomo di alta origine, in cui avevano preso dimora tutte le buone e le migliori qualità. Chi vedrà mai una guida come lui, tanto coraggiosa, tanto sincera e così generosamente munifica? In munificenza aveva superato Alessandro che vinse Dario.
IV. Di lui il valore aveva fatto la propria pietra di paragone e la lealtà il proprio castello e la propria torre. Con i buoni fu sincero e colmo di pietà, pieno di umiltà e di piacevolezza. Teneva i malvagi in tale avversione che non gli potevano piacere per niente. Ora sapranno grandi e piccoli che cosa perde il figlio quando muore il padre.
V. Ora i friulani e i vicini tutt’intorno potranno gridare e strillare, perché i loro avversari sanno bene che hanno perso il buon pastore, che li proteggeva dall’errore e faceva retrocedere i malvagi. Ladri, predoni e briganti ne hanno gioia, perché ne fece perire molti.
VI. Dio non creò un re o un imperatore che facesse tanta giustizia dei malvagi, un tale guerriero e un tale difensore dei suoi e con così tanta forza che anche quando giaceva per la spossatezza al punto che a stento poteva riaversene, i malvagi ne avevano tale paura che non osavano venire allo scoperto.
VII. Lassù nella sua santa luce, nella quale si trovano i martiri e i testimoni della fede, il vero Salvatore ponga la sua anima e la protegga dalla mestizia; perché se mai qualcuno, per cuore nobile, per lealtà e per sopportazione della sofferenza, può entrare nell’eccelso palazzo, Gregorio di Montelongo gli è fratello.
VIII. Invio il mio canto-pianto alla madre di Gesù Cristo Salvatore e le chiedo come umile peccatore che per la sua dolcezza preghi suo figlio affinché nella gioia celeste, dove vivono i più grandi patriarchi, egli ponga l’anima di costui insieme a loro; ogni persona deve pregare per questo.
IX. Corri dall’arcidiacono, canto-pianto, affinché ti custodisca: poiché ha in sé il meglio della stirpe, deve senza dubbio assomigliare al valente zio.

 

 

 

Testo: Bertoni 1915. – Rialto 28.ix.2018.


Ms.: G 142r.

Edizioni critiche: Paul Meyer, «Complainte provençale et complainte latine sur la mort du patriarche d’Aquilée Grégoire de Montelongo», in Miscellanea di filologia e linguistica. In memoria di Napoleone Caix e Ugo Angelo Canello, Firenze 1886, p. 231; Giulio Bertoni, I trovatori d’Italia. Biografie, testi, traduzioni, note, Modena 1915, p. 478.

Altra edizione: Vincenzo De Bartholomaeis, Poesie provenzali storiche relative all’Italia, 2 voll., Roma 1931, vol. II, p. 265 (testo Meyer).

Metrica: a8’ b8 a8’ b8 b8 a8’ b8 a8’ (Frank 302:3). Planh di otto coblas unissonans di otto versi e una tornada di quattro versi (ultimi quattro della strofa). Rime: -aire, -ór. Il testo è autodefinito chan-plor (vv. 7, 57, 66). Non esiste modello metrico nella poesia provenzale e il genere del planh poteva avere melodia originale: cfr. l’edizione di Gaucelm Faidit, Fortz cauza es que tot lo maior dan, BdT 167.22, in particolare le informazioni sulla melodia. Tuttavia, presentano lo stesso schema metrico quattro canzoni francesi, una di Gace Brulé (L 65.35) e tre anonime (L 265.703-555-1030: la prima e la terza sono chansons pieuses): cfr. Ulrich Mölk - Friedrich Wolfzettel, Répertoire métrique de la poésie lyrique française des origines à 1350, Münich 1972, § 902:24-25 e 27-28. Pertanto, non si può escludere che il planh sia un contrafactum su modello francese, eventualmente già di tema religioso.

Note: Il planh è scritto in morte di Gregorio da Montelongo, patriarca di Aquileia, deceduto l’8 settembre 1269 a Cividale: cfr. le Circostanze storiche. – La lingua usata dall’autore conserva un buon numero di italianismi, di neologismi e di forme mescidate provenzali-francesi; i termini sono stati segnalati già da Meyer, «Complainte», p. 231, da Bertoni, I trovatori, pp. 175-176, da Sergio Vatteroni, «La poesia trobadorica nel Friuli medievale. Ipotesi sulla circolazione di un canzoniere provenzale nel Patriarcato di Aquileia», in Scène, évolution, sort de la langue et de la littérature d’oc. Actes du Septième Congrès International de l’Association Internationale d’Études Occitanes (Reggio Calabria-Messina, 7-13 juillet 2002), a cura di Rossana Castano, Saverio Guida, Fortunata Latella, 2 voll., Roma 2003, vol. I, pp. 713-727, a p. 726. Si ricordano gli italianismi rancor v. 29, predon v. 39, gli esiti francesizzanti in -aire del lat. -arius (contraire v. 6, essemplaire v. 25, aversaire v. 35, luminaire v. 49) e delle forme deffende (v. 52) per deffenda e saura (v. 12), le false analogie perdaire (v. 11) e deffendaire (v. 45) per perdeire e deffendeire, l’uso di emperaire al caso obliquo in rima (v. 41), patriarche (v. 62) al caso sogg. plur. per latinismo o italianismo. E ancora termini insoliti come arreras v. 38 e alegor v. 28, nonché l’espressione del v. 48. Altri errori sono imputabili al copista (plen per plens v. 28, filz per fil v. 60). Vatteroni, «La poesia trobadorica», p. 726, parla per questo testo di un «vero e proprio centone», composto da ritagli e riusi di altri componimenti trobadorici (cfr. le Circostanze storiche), di cui Vatteroni dà ampia esemplificazione e a cui rimando.

7. Chan-plor è il nome che Lanfranc Cigala dà al proprio planh in morte di Berlenda (Eu non chant ges per talan de chantar, BdT 282.7), la cui prima strofa è molto vicina per lessico e tematica alla prima strofa di questo compianto.

17. debonaire, talvolta non univerbato (de bon aire) è un aggettivo invariabile. Il significato originario è ‘di buona stirpe’ e quindi ‘di alti natali’.

18. Il patriarcha Gregor è Gregorio da Montelongo (cfr. v. 56), legato pontificio nell’Italia del Nord e poi patriarca d’Aquileia: cfr. le Circostanze storiche.

22-24. Si tratta di uno dei luoghi in cui è più evidente il carattere di centone del testo: i versi sono infatti presi di peso dai vv. 13-14 del planh di Gaucelm Faidit, Fortz cauza es que tot lo maior dan (BdT 167.22) per Riccardo Cuor di Leone. Cfr. anche le Circostanze storiche.

34-38. Tipica dei planhs è l’esaltazione del defunto e delle sue azioni, anche qualora ciò non sia perfettamente aderente alla realtà. In effetti, Gregorio, nell’opposizione ai conti di Gorizia, non ebbe in realtà la meglio, tanto che fu catturato e rimase prigioniero per qualche mese nel 1267.

37. L’error, da cui il buon pastore salva il proprio gregge, è sicuramente l’eresia in senso teologico, ma forse anche il crimine e la prevaricazione in senso giudiziario, come si esplicita poco oltre.

39-40. La sottolineatura della gioia che i criminali hanno della morte di Gregorio comporta una sfumatura di triste ironia.

47-48. Sull’esaltazione del defunto cfr. la nota ai vv. 34-38. Vezer l’aire è espressione, probabilmente italianeggiante, presente solo qui in tutta la letteratura trobadorica: ‘vedere l’aria’vorrà significare ‘venire allo scoperto’, ‘farsi vedere’.

50. Confessor sono coloro che confessano, testimoniano la fede. È termine patristico ed ecclesiastico (Du Cange, II:496-497).

65. L’archediaque è l’arcidiacono Giovanni de Verraclo, nipote di Gregorio, a cui questi lasciò molti beni nel proprio testamento e che nominò esecutore. La famiglia dei Verraclo apparteneva alla feudalità ecclesiastica laziale, come i Montelongo, e giunse in Friuli al seguito di Gregorio. Poiché di fatto Giovanni è, per l’autore, la figura più importante presente tra il pubblico, si può presumere che la poesia trobadorica in Friuli sia frutto d’importazione da parte di queste personalità ecclesiastiche, che erano venute in contatto con essa durante la legazione di Gregorio nelle città dell’Italia del Nord: cfr. le Circostanze storiche.

[gb]


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