Rialto    IdT

242.38

 

   

Giraut de Borneil (?)

 

 

 

 

   

I.

   

Honratz es hom per despendre

   

e pro lausaz per donar

   

e blasmatz per voler prendre

   

e encolpatz per gardar

5  

l’aver, que tals qui n’a pron,

   

n’a pauc en breu de saison,

   

e tals es en gran pojar

   

cui la rod’en breu virar

   

fai son pojar e descendre.

   

 

   

II.

10  

Si conprar ensegna vendre

   

per dreg deuri’hom jujar

   

que zasus degues aprendre,

   

per son prendre ad autrui dar;

   

mas cel q’a s’entention

15  

en prendre, tan lui sap bon

   

que de dar no·il pot menbrar,

   

per que lui deu oblidar

   

Deus e·l[s] se[u]s avers reprendre.

   

 

   

III.

   

Mas per zo non·s deu deffendre

20  

cel qui vol largeza far;

   

anz deu largamen estendre

   

sa man donan ses tarzar

   

e ses trobar ochaison

   

a qui vol ben dir de non;

25  

car cel don ten hom plus car

   

quant es pres sens demandar,

   

ses afan e ses atendre.

   

 

   

IV.

   

Cel qui fai pan per revendre

   

no·l sap tan prim balanzar

30  

que plus prim non sapch’entendre

   

toz homs en amesurar

   

sos dos e sa mession;

   

cujan aissi ab lairon

   

per pauc gran prez gazagnar,

35  

mas per mesura prestar

   

ve[i] tostemps mesura rendre.

   

 

   

V.

   

Greu m’es parlar e contendre

   

de cels qui van soterrar

   

l’aver don fan tal mesprendre

40  

qu’il non se·n podon salvar

   

s’abanz no fan redenzon

   

de l’aver q’an en preisson;

   

car, per aver amassar,

   

volc Judas Deu renegar

45  

et al ven s’en annet pendre.

   

 

   

VI.

   

Serventes, tals sap ton son

   

qui non enten ta razon

   

e tals enten qui·l zantar

   

vol mas que ton razonar

50  

qu’a mainz fai vergogn’entendre.

   

 

   

VII.

   

Bels segner, donaz m’un don,

   

Morruel, cor de baron

   

que no·us laisez de ben far

   

ni·l prez qui·us fai aut pojar

55  

no laisaz per ren deseindre.

 

 

Traduzione [gb]

I. Una persona è tenuta in onore quando spende, è molto lodata quando dona, biasimata quando vuole arraffare, accusata quando sorveglia i propri beni, perché a uno che ne ha molti, pochi gliene restano in breve tempo, e se uno si trova in grande ascesa, la ruota [della sorte] lo fa in breve giro sia salire che scendere.
II. Se l’acquistare insegna a vendere, a ragione si dovrebbe stimare che ciascuno dovrebbe imparare, quando prende per sé, a dare anche agli altri; ma a colui che è intento a prendere, ciò piace così tanto che non si può ricordare di dare, perciò Dio deve dimenticare lui e riprendere i suoi beni.
III. Ma per questo colui che vuole essere generoso non se lo deve interdire; anzi deve aprire la mano con larghezza donando, senza tardare e senza trovar scuse, a chi vuole proprio dir di no; perché si considera più prezioso quel dono che è preso senza domandare, senza pena e senza attesa.
IV. Colui che fa del pane per rivenderlo non lo sa pesare così abilmente che chiunque durante la misurazione non sappia comprendere ancora più abilmente ciò che gli viene dato e il suo costo; così [persone di questo tipo] pensano furtivamente di guadagnare un gran prezzo [oppure: pregio] con poco, ma col prestare [oppure: donare] una certa quantità vedo restituire sempre una quantità identica.
V. Mi è gravoso parlare e discutere di coloro che vanno a sotterrare i soldi, azione in cui fanno tale sbaglio che non se ne possono salvare se prima non riscattano i soldi che hanno imprigionato; perché, per ammassare soldi, Giuda ha voluto rinnegare Dio e se n’è andato a pendere al vento.
VI. Sirventese, quello che conosce la tua melodia non capisce il tuo significato e invece quello che lo capisce preferisce la musica al tuo contenuto [cioè: la melodia è piacevole per tutti, il contenuto spiacevole per molti], perché a molti fa comprendere la loro vergogna.
VII. Donatemi un dono, bel signore Moroello, cuore di barone, che non smettiate di fare il bene e non lasciate assolutamente diminuire il pregio che vi fa sollevare in alto.

 

 

 

Testo: Caïti-Russo 2005 con modifiche di gb. – Rialto 24.ix.2018.


Ms.: P 6r.

Edizioni critiche: Adolf Kolsen, «Das Sirventes Honratz es hom per despendre (BGr. 242,38)», Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Literaturen, 129, 1912, p. 469; Vincenzo De Bartholomaeis, Poesie provenzali storiche relative all’Italia, 2 voll., Roma 1931, vol. I, p. 68; Gilda Caïti-Russo, Les troubadours et la cour des Malaspina, Montpellier 2005, p. 378.

Altre edizioni: Paolo Gresti, «La canzone S’ieu trobes plazer a vendre di Bertolome Zorzi (PC 74,15)», in Italica-Raetica-Gallica. Studia linguarum litterarum artiumque in honorem Ricarda Liver, a c. di Peter Wunderli, Iwar Werlen, Matthias Grünert, Tübingen und Basel 2001, p. 533 (testo De Bartholomaeis).

Metrica: a7’ b7 a7’ b7 c7 c7 b7 b7 a7’ (Frank 363:3). Sirventese (v. 46) di cinque coblas unissonans di nove versi e due tornadas di cinque versi (ultimi cinque della strofa). Rime: -endre, -ar, -on. John H. Marshall, «Pour l’étude des contrafacta dans la poésie des troubadours», Romania, 101, 1980, pp. 289-335 alle pp. 300-302 ha pensato di poter dimostrare che il modello metrico è una canzone di Bernart de la Fon, Leu chansonet’a entendre (BdT 62.1; stesse rime); sullo stesso metro sono composti anche i sirventesi di Uc de Saint-Circ, Chanzos q’es leus per entendre (BdT 457.8) e di Bertolome Zorzi, S’ieu trobes plazer a vendre (BdT 74.15). Gresti, «La canzone», pp. 522-525 ha mostrato che le relazioni tra i testi possono essere più complesse di quanto assunto da Marshall. Cfr. Circostanze storiche.

Ed. 2005: 18 l’aversier reprendre, 36 e tostemps.

Note: Il testo è conservato nel solo codice P (il ms. e è descriptus). L’attribuzione a Giraut de Bornelh è irricevibile per ragioni storico-cronologiche. Si vedano le Circostanze storiche. Il sirventese tratta il tema della liberalità: chi ha dei beni deve essere generoso e non deve comportarsi come persona avara che pone mente solo ad arraffare. Non si tratta solo di una tematica cortese. È anche una tematica religiosa che l’autore esplicita nella strofa V.

6-9. La rota fortunae, la “ruota della fortuna”, è un’immagine tipica del Medioevo e rappresenta i rovesciamenti di condizione dovuti al fato. Il girare casuale della ruota porta gli uomini velocemente in alto (cioè li fa ascendere a grandi onori e ricchezze), ma altrettanto velocemente li fa discendere a condizioni basse e vili.

18. e·l[s] se[u]s avers reprendre. Il ms. dà la lezione lauers ses reprendre, che De Bartholomaeis accetta, pur dovendo fare alcune acrobazie nella traduzione («onde Dio e il danaro devono dimenticarlo [addirittura], non [soltanto] riprenderlo»). Tale lezione è emendata da Kolsen in l’aversier reprendre «und der Teufel (?) seinerseits ihn holen muss» e seguita da Caïti-Russo che considera reprendre come intensivo di prendre, accezione assente dai dizionari. La correzione di Kolsen era già respinta da Giulio Bertoni (Compte rendue de Kolsen, «Das Sirventes», Revue des langues romanes, 56, 1913, p. 249); in effetti, il senso del verso, così com’è pervenuto, non è oscuro. Bertoni scrive: «celui qui doit “reprendre” les biens (l’aver) est Dieu même qui les a donnés. Corr., p-ê. e sos avers reprendre». Il problema consiste quindi nella rettifica di ses, che nel significato di ‘senza’ non avrebbe qui senso alcuno. La forma ses può facilmente provenire da sos (cfr. Bertoni) o da seus con -us abbreviato; in entrambi i casi la posizione è sintatticamente inaccettabile (il pronome possessivo precede sempre il sostantivo). Ma poiché il verso è evidentemente corrotto in modo tale che la corruttela può difficilmente essere solo paleografica, ho preferito allontanarmi dal testo edito e operare un intervento più oneroso di quello di Kolsen, ma in linea con il senso complessivo della strofa e con il vantaggio di non introdurre in questo contesto il diavolo senza necessità.

21-24. L’incoraggiamento a donare spontaneamente non è oscuro, ma non è chiaro chi sia colui che «vol ben dir de non» ‘vuole proprio dir di no’. Il v. 24 è infatti ipometro nel codice (Qui vol ben dir de non), per cui il verso potrebbe contenere, a seconda di come si supplisca la sillaba mancante, il soggetto di deu (v. 21) o il destinatario del donar. Kolsen e di seguito Caïti-Russo integrano «a» all’inizio del verso, ma intendono diversamente la frase. Per Kolsen ‘chi vuol proprio dire di no’ è il povero vergognoso, il povero che si vergogna di chiedere, al quale pertanto bisogna donare spontaneamente; tale interpretazione è già scartata da Leo Spitzer (Besprechung di Kolsen, «Das Sirventes», Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Literaturen, 130, 1912, p. 388), tra altre proposte, perché il soggetto di vol è più verosimilmente lo stesso di deu: colui che vuole essere liberale deve aprire la mano con larghezza donando largamente, senza tardare e senza trovar scuse, soprattutto a quello a cui egli stesso vuole dire di no, vuole rifiutare il dono. Questa l’interpretazione accolta da Caïti-Russo in modo forse poligenetico. Bertoni proponeva di leggere: «qui [no] vol ben dir de non»: deve donare largamente ‘chi non vuole dire di no’. De Bartholomaeis, Poesie provenzali, vol. I, p. 70 adotta l’emendamento più immediato per l’ipometria (dir > dire), ma trasforma anche qui in que intendendo: «deve aprire largamente la mano, donando prestamente e senza trovar pretesti, ciò che vuol ben dir di no».

28-36. La strofa propone l’exemplum del fornaio disonesto (ab lairon, v. 33) come paragone di coloro che fanno doni in modo non veramente generoso, ma solo per ricavarne una contropartita. Il paragone è reso esplicito dall’uso di termini come dos (v. 32) ‘doni’ e prez (v. 34), parola ambivalente che vale ‘prezzo’ se riferita al fornaio, ‘pregio’ se riferita a colui che dovrebbe essere liberale. L’autore dice che, per quanto simili persone cerchino di mascherare la propria disonestà (cioè la mancanza di generosità), chiunque riceva il loro dono è in grado di comprendere quanto vale e di valutare la generosità del donatore. Il termine prim significa ‘abile’ («mince» ‘sottile’ in Caïti-Russo, se il senso è ‘furbesco’): per quanto il fornaio disonesto possa essere abile a manipolare la bilancia durante la pesatura (balanzar), colui che compra e paga è pur sempre più abile di lui a capire nel misurare (cioè durante la misurazione) quanto gli viene dato e quanto costa. Se questo è il senso più probabile del passo, è possibile, tuttavia, anche un’altra interpretazione: il fornaio pesa il pane in modo minuto e sottile, in modo da poter essere il più preciso possibile, ma egli non è in grado di essere tanto scaltro quanto il compratore, il quale sa pesare il pane in modo ancora più sottile quando tocca a lui doverlo donare: in altri termini, per quanto uno possa essere avaro, qualcun altro sarà ancora più avaro di lui (si avrebbe quindi la traduzione: ‘Colui che fa del pane per rivenderlo non lo sa pesare in modo così abile che chiunque non sappia applicarsi ancora più abilmente nel misurare i propri doni e le proprie spese’). La differenza si basa sulla diversa interpretazione del verbo entendre (v. 30).

34. Sull’ambivalenza del termine prez si veda la nota precedente.

35-36. L’unica edizione accettabile per questi versi è quella di Kolsen che all’inizio del v. 36 dà la lezione vei (pertanto posta qui a testo). Gli altri editori critici (De Bartholomaeis e Caïti-Russo) commettono un errore di lettura del ms. leggendo e anziché ve: il codice reca infatti una V maiuscola secondo una delle possibili grafie usate dal copista; che la e non possa essere la prima lettera del verso è ovvio per il solo fatto che è minuscola (il ms. P fa iniziare ogni verso con la maiuscola). Mentre De Bartholomaeis esplicita la propria incertezza sui due versi nella traduzione, comprensibilmente giacché gli manca un verbo reggente, Caïti-Russo dedica una nota a contestare la traduzione di De Bartholomaeis e giustificare una spiegazione sintattica che risulta impossibile, perché anche all’editrice manca il verbo. L’emendamento di Kolsen ve > vei che riprendo a testo non soddisfa però del tutto: Kolsen, la cui interpretazione si avvicina alla seconda esposta sopra, nella risposta a Spitzer (Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Literaturen, 130, 1912, p. 389) spiegava che il senso dei versi è che chi presta o dona poco riceve a propria volta poco (la misura è la stessa nel prestar e nel rendre). Tuttavia, mesura prestar è espressione inusitata e dal senso non limpido, mentre rendre ha il significato di ‘restituire’ non di ‘ricevere’.

V. L’allusione a Giuda è chiarita già da Kolsen, che la confronta con il v. 26 di Ges eu no sai com hom guidar se deja (BdT 282.8) di Lanfranc Cigala («qar de Juda, qui s’enpendet al ven»); l’attaccamento al denaro è uguale al comportamento di Giuda che per soldi vendette Cristo al Sinedrio.

46-49. Già Kolsen nella risposta a Spitzer, citando una comunicazione privata di Levy, spiegava: «auch die, die den Inhalt verstehen, ziehen die Melodie vor (die Melodie ist hübsch für alle, der Inhalt vielen unangenehm)» (p. 389). Il trovatore è consapevole di trattare un tema scomodo, soprattutto per il ceto sociale in cui opera.

52. Morruel è Moroello II Malaspina di Mulazzo (...1233-1284). Cfr. Circostanze storiche.

[gb]


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Circostanze storiche